Lucio Battisti
Non è mai il tempo di morire

Ricordo di un 9 settembre, quello del 1998, come uno dei pochi giorni senza sole dell’estate, tra i profumi della Riviera ligure, il sentore della fine e il fervore dell’inizio, del ritorno. Le nuvole, guastata la giornata di mare, avevano acceso le televisioni; è l’ora di pranzo e del consueto tour dei tg. Ho solo 6 anni: la cronaca mi spaventa, la politica non la capisco, le notizie di borsa scorrono. Ma quel 9 settembre era morto Lucio Battisti.

Lucio Battisti

Ognuno conserva ricordi e momenti legati alle sue canzoni. Io, da che ho memoria, le ho sempre ascoltate: da bambina, in auto con mio padre per le vie di Milano – una vecchia panda bianca e quella cassetta che si ferma sempre sulla stessa canzone, e cambiare lato, e “speriamo che questo funzioni, speriamo”; poi i viaggi con gli amici, i primi affetti e i primi legami; le grandi feste, le chitarre sulla spiaggia, in collina, in città; che importa: in qualche modo, alla fine, Lucio c’era sempre.
Quel 9 settembre no, non c’era più. Per me, coi miei 6 anni, era stato come aver perso il più fedele, il più amico dei pesci rossi. Insomma, una piccola tragedia familiare.

Anche Lucio era giovane, di anni ne aveva solo 55. A fine agosto il ricovero in una clinica del milanese, condizioni di salute molto gravi, prognosi riservatissima – come del resto era lui. Pochi giorni dopo, la morte improvvisa. Non saranno mai rese note le precise cause del decesso. Molti quotidiani titoleranno, tristemente, “Il tempo di morire”. Ma era davvero quello, il tempo?

Da anni ormai evitava le apparizioni, le esibizioni, i concerti. Dopo la lite con Mogol, il distacco dal paroliere di una vita, di una carriera, l’amico di sempre, il distacco dal pubblico – era arrivato il cambiamento radicale dato dall’incontro artistico con Panella, l’ermeta controverso dei testi più criptici, e la rottura dagli affezionati alle bionde trecce, all’acqua azzurra, ai fiori rosa era stata inevitabile. Il Lucio di una volta, quello del fazzoletto al collo, dei campi di grano, d’un tratto aveva iniziato a produrre dischi meno pop, e tuttavia non impopolari; “più di nicchia”, si diceva. E forse era quello l’approdo finale, il suo ultimo lido ancora inesplorato. Ascoltando gli ultimi lavori, pare proprio di sentirlo “parlarsi”, in un enigmatico dialogo con il sé più sconosciuto e inedito destinato a non esaurirsi – non nel tempo di una canzone, di un album, di una vita.
E proprio tra quei testi è racchiuso il suo testamento: Don Giovanni.

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Non penso quindi tu sei
Questo mi conquista
L’artista non sono io
Sono il suo fumista

Son santo, mi illumino
Ho tanto di stimmate
Segna e depenna Ben-Hur
Sono Don Giovanni
Rivesto quello che vuoi
Son l’attaccapanni
Poi penso che t’amo
No anzi che strazio
Che ozio nella tournee
Di mai più tornare
Nell’intronata routine
Del cantar leggero
L’amore sul serio
E scrivi
Che non esisto quaggiù
Che sono
L’inganno
Sinceramente non tuo
(sinceramente non tuo)
Qui Don Giovanni ma tu
Dimmi chi ti paga.

***

Ogni 9 settembre, Lucio, noi pensiamo a te.

Marta Clinco
@MartaClinco
Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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