Pasolini: l’ultimo giorno di una vita straordinaria

Ormai se ti dico buongiorno ho paura dell’eco, | tu, disperato teatro, sontuosa rovina. || Eppure t’aveva lasciata, il mio verso, una spina. | Ma va’ senza ritorno, perfetto e cieco.

(Franco Fortini, L’ospite ingrato)

Tra i film in mostra a Venezia in questi giorni, di certo il Pasolini di Abel Ferrara è stato uno dei più attesi.
Il prossimo 25 settembre basterà entrare in sala, accomodarsi; riavvolgere la pellicola fino a quel 1 novembre 1975; così, per un momento, potremo sedere accanto al Pasolini più inedito, più umano: quello che in una notte d’autunno avrebbe trovato la morte lungo la spiaggia dell’idroscalo di Ostia — dopo le violente percosse, dopo esser stato investito ripetutamente dalla sua stessa auto, con la cassa toracica sfondata. La trama della pellicola orbita attorno all’ultimo giorno di vita dello scrittore emiliano. Per un momento, il tempo di un film, potremo calarci “dentro l’inferno | con marmorea volontà di capirlo”; senza tuttavia aspettarci che sia Ferrara a condurci, a prenderci per mano.

pasolini defoe

Accostarsi ad un personaggio come quello di Pasolini pare tutt’altro che semplice, ma il discorso non vale – o quasi – se davanti alla cinepresa si muove l’occhio vitreo ed enigmatico di Willem Dafoe, o il suo volto incavato, quasi sciupato — tratti tanto simili a quelli del poeta scomparso. Ferrara non nasconde la grande ammirazione per quello che definisce “uno dei padri del cinema italiano”; e aggiunge: “Dopo di lui, il cinema in Italia è morto. È la mia fonte di ispirazione”. Pare tuttavia che il risultato del suo ultimo lavoro sia quanto di più lontano ci sia da ogni sorta di celebrazione misticheggiante — che pure forse i devoti a Pasolini perdonerebbero: “Ho voluto raccontare l’ultimo giorno di un uomo. Dell’uomo Pasolini, sì, ma è pur sempre un uomo”.

Un uomo con le sue debolezze, i suoi orrori e le sue ambiguità; un uomo poeta, scrittore e regista, giornalista; un uomo che fu tutto questo, ma anche tanti mai risolti dissidi.

Primo fra tutti, cardine di una vita, il vagheggiamento di un mondo popolare primordiale, incorrotto, ma sfuggevole ed effimero, per il quale Pasolini nutrirà sempre un disperato amore — oscurato dalla nube della civiltà del consumo, nella quale sacche di dolore e miseria non fanno che espandersi, senza rimedio: si potrebbe individuare in questo segno il tratto d’unione tra il regista italo-americano e il regista tutto italiano, soggetto dell’opera in concorso. E così, “lo scandalo del contraddirmi”, come definisce Pasolini in Le ceneri di Gramsci, pare essere quella matrice comune cui attinge a distanza di anni lo stesso Abel Ferrara, il residuo fisso del suo Pasolini e dei suoi lavori in generale.

pasolini

A suggerirlo, la fredda accoglienza ricevuta in Laguna: pochi gli entusiasti, moltissimi i delusi — tanto tra gli amanti del poeta emiliano, quanto tra quelli del regista newyorchese. Sembra infatti che la pellicola — oltre a confutare apparentemente le diffuse teorie alternative e ufficiose riguardo la morte dello scrittore — sia ben lungi dal film d’inchiesta o d’indagine che tanti si sarebbero aspettati, o avrebbero voluto vedere; esce di sala contrariato, dunque, tutto il pubblico del complotto: costretto a rimandare la propria catarsi ad un altro film, ad un altro festival, si accontenta di una sincera meditazione, non priva dell’affetto autentico che merita spesso un Maestro; il ritratto della fine di uno degli ultimi luminari della cultura e del Novecento italiani.

Marta Clinco
@MartaClinco

Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

Commenta