Agente Betulla — Si vive solo tre o quattro volte

Entrare nell’Ordine dei Giornalisti professionisti non è affatto semplice. Chiunque voglia accedervi, dopo aver conseguito almeno una laurea triennale, deve necessariamente affrontare percorsi di specializzazione ad hoc o, in alternativa, due anni di praticantato – perdonate l’ossimoro – retribuito e continuativo, code davanti alle segreterie, telefonate, poi bollettini e bonifici, un affollatissimo esame, scritto e orale, chilometri di strada e chilometri di scartoffie d’ogni tipo.
E se pensate che le vostre pene siano finite, non vi siete accorti d’essere entrati ufficialmente nel magico mondo del precariato eterno e della flessibilità creativa.

D’altronde, se una simile escalation di violenza burocratica servisse a garantire un certo standard qualitativo e un posto di lavoro se non stabile, quantomeno sicuro, non ci sarebbe niente da ridire; peccato che le cose non stiano esattamente così.
Basti dire che spulciando la lista degli iscritti all’Albo possiamo trovare, o meglio, ritrovare da questo settembre il nome di un personaggio ai limiti della fantascienza come Renato Farina, alias Agente Betulla, alias Dreyfus.
Entrare nell’Ordine, dunque, non è affatto semplice, ma in compenso rientrarvi dopo aver infranto ripetutamente e fantasiosamente il codice deontologico pare essere molto facile.
Il caso del suddetto è esemplare: dopo un primo rifiuto della sua richiesta di reintegro nell’Ordine lombardo risalente al 2012, finalmente, dopo sette anni d’assenza (e non se ne sentiva la mancanza), rieccolo nell’elenco regionale.

Se questo giornalista sotto doppio pseudonimo vi risulta ancora ignoto, è meglio fare qualche passo indietro e ripercorrere le sue mirabolanti avventure.

Di come Renato Farina divenne l’Agente Betulla e venne condannato.

Prodotto tutto nostrano, della Brianza ultracattolica, Renato Farina nasce sessant’anni fa a Desio, dove inizia la sua fin troppo lunga carriera di giornalista, nella testata locale Solidarietà.
Fino al 1991 scrive per Il Sabato, settimanale vicino a Comunione e Liberazione, ideato, fra gli altri, dal celestissimo e allora quasi imberbe Roberto Formigoni. In seguito alla sua chiusura viene accolto nella redazione de Il Giornale di Vittorio Feltri, da lui definito maestro e «genio del giornalismo» .
E sboccia un grande amore: i due si piacciono a tal punto da fondare insieme nel 2000 Libero, di cui Farina diventa vicedirettore.
Ma sotto gli occhialetti a fondo di bottiglia e le paciose sembianze da Don Abbondio, Farina nasconde una seconda identità: Farina è un collaboratore del SISMI, un (quasi) agente segreto.
Una delle migliori coperture che la storia dello spionaggio possa vantare, dovrete ammettere.
Dal 1999 in poi inizia a collaborare con i Servizi Segreti italiani – a proposito di stage e praticantati – in maniera stabile e retribuita.
Un lavoro come un altro, se non fosse incompatibile per legge, come facilmente intuibile, con l’attività di giornalista.

Volontariato

Stando alle sue stesse dichiarazioni, dopo gli esordi in Serbia, tra il 2000 e il 2006 il ruolo del nostro James Bond sarebbe stato tutt’altro che secondario.
In particolare, nel periodo dei sequestri di Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni, entrambi uccisi da falangi islamiche estremiste in Iraq, e di Giuliana Sgrena, fatti ancora avvolti in un inquietante alone di mistero, sarebbe stato coinvolto nelle trattative per la loro liberazione, in particolare nel recupero del video dell’esecuzione di Quattrocchi. In quest’occasione avrebbe scelto il nome in codice Agente Betulla.

Lui, che il giorno successivo al rapimento di Baldoni ebbe il coraggio di definirlo, dalle pagine di Libero, un «giocherellone della rivoluzione», un «simpatico pirlacchione» alla ricerca delle vacanze col brivido. Che nel 2004 descrisse nel dettaglio il suddetto video, diffuso pubblicamente, senza alcun motivo apparente, solo nel 2006 e di cui non si è mai accertata l’autenticità.
Lui, uno 007, a suo dire, d’assalto. Il suo compito? Su questo gli inquirenti si discostano leggermente dalla sua versione: scrivere articoli, spesso diffamanti e privi di fondatezza, sotto compenso dei Servizi Segreti e fare dossieraggio illecitamente.
Nessuna licenza d’uccidere, dunque, ma solo quella di pubblicare grandi bufale.
Questa sua non propriamente corretta attività finisce per mettere il nostro Betulla nei guai.
Viene coinvolto nel 2006, in circostanze tragicomiche, nell’inchiesta sul sequestro dell’ex Imam di Milano Abu Omar, rifugiato politico in Italia, fatto sparire con l’aiuto del SISMI dai Servizi Segreti statunitensi.

Farina infatti viene accusato di aver organizzato una falsa intervista con i pm che stavano già indagando sul sequestro allo scopo di carpire informazioni sullo stato delle indagini, per poi girarle ai Servizi Segreti. Un vero peccato che quegli stessi pm lo stessero già intercettando da tempo e che di conseguenza già conoscessero il vero scopo dell’intervista.
La missione di Betulla si rivela quindi un gigantesco, esilarante flop: i due magistrati a stento trattengono le risate di fronte alle sue domande insinuanti e maliziose. Poi lo citano in giudizio per favoreggiamento.
Farina si riconosce colpevole, patteggia la pena di sei mesi di reclusione e si autodepenna dall’Ordine, che già lo aveva sospeso per un anno, prima di poterne essere radiato.
Il Procuratore Generale della Repubblica di Milano, infatti, ne aveva già chiesto l’espulsione. Fra le motivazioni si legge:

«Il comportamento di Farina resta incompatibile con tutte le norme deontologiche della professione giornalistica […] e non solo in relazione alla vicenda Abu Omar».

Di come Renato Farina divenne Senatore e venne condannato, un’altra volta.

Dismessi i panni d’agente e, almeno provvisoriamente, quelli di giornalista, il povero Farina inizia ad annoiarsi. Non sapendo più come arrabattarsi per combattere l’inedia, abituato com’è all’azione e al brivido, coglie la palla al balzo e nel 2008, patteggiamento alla mano, si candida alle politiche nella lista del PdL, entrando persino a far parte del Consiglio Direttivo del partito. Inizia così la sua nuova vita da Senatore della Repubblica, che non vale la pena approfondire, se non per quanto riguarda la seconda condanna che nel corso della legislatura riesce a conquistarsi, nel 2012, in circostanze ancora una volta tragicomiche.
Particolarmente desideroso di andare a trovare in carcere Lele Mora – c’è da sottolineare il gusto raffinato del Farina in fatto d’amicizie – detenuto per bancarotta fraudolenta, decide di farlo accompagnato.
L’accompagnatore, rivelatosi poi un aspirante tronista, è però sprovvisto dell’autorizzazione del penitenziario e l’onorevole, in uno slancio caritatevole, pensa bene di registrarlo come collaboratore, commettendo falso in atto pubblico e guadagnandosi così due anni e otto mesi di reclusione.
Nuova condanna, nuova vita, anche perché di lì a poco Napolitano scioglie le Camere e l’ormai ex Senatore è costretto a reinventarsi ancora una volta.

Sallusti FarinaCollage

Di come Renato Farina divenne Dreyfus e venne condannato Sallusti.

Dopo la radiazione dall’Ordine, Farina non si rassegna al silenzio stampa. Continua a collaborare con Libero, con Il Giornale e con altre testate in piena libertà, esercitando di fatto la professione e scrivendone di cotte e di crude.
Il 18 febbraio 2007 appare su Libero, diretto all’epoca da Alessandro Sallusti, un articolo a firma Dreyfus in cui si commentava il caso dell’aborto di una tredicenne, un pezzo estremamente pesante in cui, fra le altre cose, si arrivava a dire, seppure come «esagerazione», che «se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice». Quest’ultimo, pur non essendo citato esplicitamente, decide di sporgere querela per diffamazione, ma poiché l’articolo non è firmato, per la legge il responsabile non è l’autore, ma il direttore che ne ha autorizzato la pubblicazione.

Il direttore finisce in un vortice di accuse e levate di scudi in sua difesa, che culminano nel 2012, quando nel corso di una puntata di Porta a Porta Vittorio Feltri, in un afflato di loquacità, rivela la vera identità di Dreyfus, a cinque anni di distanza dalla pubblicazione, proprio nel giorno in cui il Tribunale di Cassazione confermava la condanna di Sallusti a un anno e due mesi di carcere.
«Avevo sperato che avesse lui il coraggio di farsi avanti. Adesso questo nome voglio farlo io, lo fanno molti. Ma è bene che sia conosciuto da tutti: si tratta di Renato Farina.» dichiara, e insiste: «L’ho difeso tutta la vita, speravo che avesse un minimo di coraggio, invece è un vigliacco. Speravo si prendesse le sue responsabilità. Non si è verificata né una cosa né l’altra.».

Il giorno successivo Farina è costretto ad ammettere: «Intervengo per un obbligo di coscienza. Se Sallusti conferma la sua intenzione di rendere esecutiva la sentenza accadrà un duplice abominio: sarebbe sancito con il carcere l’esercizio del diritto di opinione e Sallusti finirebbe in prigione per errore giudiziario conclamato. Quel testo a firma Dreyfus l’ho scritto io e me ne assumo la piena responsabilità morale e giuridica». Una coscienza ― sempre che di coscienza si possa parlare ― a scoppio ritardato.

Gli replica da Twitter un Mentana imbufalito: «Oramai è tardi, infame».

Di come Renato Farina tornò ufficialmente giornalista.

Facendo un bilancio della sua disastrosa carriera, si consiglierebbe al Farina una bella pensione, in un luogo esotico e ritirato, o di darsi all’agricoltura e all’enologia: indisturbato lui, indisturbati noi.
Ma come avrete capito, all’ex Agente Betulla l’anonimato piace solo quando può far rumore.
E siccome, stando a quanto sostiene, pare essere dotato di una coscienza, ha pensato bene di fare richiesta di riammissione nell’Albo lombardo.
La richiesta è legittima ed è liberissimo di avanzarla. E’ scandaloso, piuttosto, che lo scorso settembre sia stata accolta.
Il Consiglio Regionale dell’Ordine ha riabilitato infatti a voto unanime Farina, creando un precedente pesante che, fra le altre cose, nega implicitamente la rilevanza della deontologia ai fini dell’esercizio della professione. Una scelta che getta discredito su un’intera categoria già di per sé sufficientemente bistrattata.
Perché è giusto dare a tutti una seconda possibilità, ma per Farina, o Agente Betulla, o Dreyfus, in qualsiasi modo lo si voglia chiamare, sarebbe già la terza o quarta, una per ogni sua vita.

Arianna Bettin Campanini
@AriBettin

Arianna Bettin
Irrequieta studentessa di filosofia, cerco di fare del punto interrogativo la mia ragion d'essere e la chiave di lettura della realtà.
Nel dubbio, ci scrivo, ci corro e ci rido su.

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