Il Capitale Umano punta all’Oscar

Capitale Umano: è questo il termine utilizzato dagli analisti per definire economicamente l’insieme di conoscenze, competenze, abilità ed emozioni acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. Con questo titolo il regista italiano Paolo Virzì ha voluto dare alla luce il suo undicesimo film, scelto dall’Anica per rappresentare l’Italia alla sezione degli Academy Award che premia il miglior film non in lingua inglese, sulla scia della vittoria del connazionale Paolo Sorrentino con La Grande Bellezza sul gradino più alto del podio dell’ultima edizione.

In 109’ Virzì traspone il thriller dello scrittore americano Stephen Amidon, intitolato appunto Il Capitale Umano e da cui è liberamente tratto il film, in terra nostrana, catapultando le vicende a Ornate, fittizio paesino della Brianza, scelta come set dal regista «perché vicina a Milano, dove c’è la Borsa, dove ogni giorno si creano e distruggono patrimoni: poi perché cercavo un’atmosfera che mi mettesse in allarme, un paesaggio che mi sembrasse gelido, ostile e minaccioso».

il capitale umano

L’ultimo nato del regista livornese di certo non si sentirà a disagio sul red carpet americano, vantando un curriculum di prim’ordine, che l’ha visto quest’anno fare incetta di quasi tutti i più prestigiosi premi cinematografici nostrani (David di Donatello, Globo d’oro, Ciak d’oro, Nastro d’argento).
La brillante sceneggiatura si sviluppa nel montaggio con un intrigante sistema di puzzle che si ricompone con il procedere della narrazione, esaltando così la scelta del genere noir intrapresa del regista che, attraverso un’elegante divisione in quattro capitoli (Dino, Carla, Serena e Il Capitale Umano), ha dato un tocco originale e personale al testo di Amidon.
Il concetto chiave del film — il valore economico che viene dato alle singole vite umane nella nostra società — si alterna con l’irruenza di pochi luoghi e personaggi essenziali, a tratti fortemente stereotipati, che si sbracciano per rimanere all’interno del loro ruolo – statico – e per non scadere nella farsa già troppo vista della commedia all’italiana di basso costo.

Semplice nella regia, sempre precisa e motivata, Virzì tuttavia non azzarda quasi mai, non esagera, non cerca di stupire, mantenendosi più attento alla narrazione che all’esecuzione.

Un film che resta comunque potente e diretto, anche se inevitabilmente lontano da quella ricerca di una perfezione stilistica e fotografica che abbiamo visto in Sorrentino, ma che pecca, al pari dell’appena citato premio Oscar, di una funzione propositiva e di un certo contatto con il concreto, andando a descrivere realtà lontane dal vissuto, dal quotidiano e dal presente dei suoi spettatori e magari, potremmo obiettare, anche dai loro interessi.

Pietro Repisti

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta