Io sto con la sposa

Milano Porta Garibaldi. Due amici. Un passante.

Questa storia ha inizio quando il passante in questione pone una domanda piuttosto bizzarra ai due amici:

«Scusate, da dove si prende il treno per la Svezia?».

Le reazioni dei due si aggirano tra divertimento e perplessità, al che invitano il ragazzo a prendere un caffè, affinché gli racconti la sua storia e il perché della sua strana domanda.

 Ma cerchiamo di fare ordine, innanzi tutto attribuendo dei nomi e dei ruoli ai nostri personaggi.

I due amici sono Gabriele del Grande, giornalista italiano, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta e giornalista palestinese siriano. Il passante è Abdallah Sallam, un ragazzo siriano sbarcato a Lampedusa l’11 ottobre 2013, alla disperata ricerca di un treno per la Svezia in quanto unico Stato Europeo che, dal 2013, garantisce il diritto di residenza a tutti i siriani che domandino asilo.

La storia di Abdallah crea ovviamente grande interesse e curiosità nei due. E come sarebbe potuto essere altrimenti, considerando che aveva appena parlato con un giornalista specializzato sul tema dell’immigrazione da poco ritornato da Aleppo ― e con un suo conterraneo?

Gabriele e Khaled, decisi ad affrontare la questione pubblicamente, ma non contenti di scrivere solo un semplice articolo, mettono a punto un piano. Trovano cinque siriani, e decidono di simulare un corteo nuziale. E con questo corteo nuziale si mettono in viaggio per la Svezia: nessun poliziotto avrebbe mai sospettato di loro.
Ma tutto ciò non avviene in segreto, bensì filmato, e il risultato è un film dal titolo Io sto con la sposa, diretto da Gabriele e Khaled insieme ad Antonio Augugliaro, e presentato fuori concorso alla settantunesima edizione del Festival del Cinema di Venezia, nella categoria Orizzonti.

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Io sto con la sposa nasce dal basso, grazie alle donazioni di 2.617 persone da 38 Paesi del mondo. Il film è la semplice testimonianza di un fatto accaduto realmente, in cui gli attori recitano la parte di loro stessi, conferendo al film un andamento incredibilmente spontaneo.

Paradossalmente in questo film la finzione non serve a ingannare lo spettatore: essa consiste nello spacciarsi per un corteo nuziale, e ingannare quindi coloro che potrebbero rappresentare un pericolo reale – cosa che lo spettatore non è – cioè chiunque sia portavoce della legge.
Lo spettatore, invece, si sente come se stesse vivendo l’avventura insieme a loro. L’assenza di sguardi in macchina non fa che favorire questo coinvolgimento, non ricordandogli mai di trovarsi all’esterno, e di essere in realtà un viaggiatore immobile: non si sente mai di troppo, e al contrario è spontaneamente invitato a seguirli nel loro viaggio e nei loro racconti, anche i più personali.

«Questo non è un film di denuncia, non mi interessa dire quanto è brutto il mondo, mi interessa dire quanto sono stati belli quei giorni» afferma Gabriele.

Infatti si tratta di un viaggio all’insegna dell’amicizia: “Siamo tutti alla pari. Non ci sono gli italiani buoni che aiutano i palestinesi sfigati”, aggiunge ancora il regista.
Tale viaggio si sviluppa in modo articolato, al fine di evitare incontri spiacevoli, e per questo si affrontano varie tappe sfruttando gli appoggi di amici e conoscenti francesi e tedeschi.

La prima tappa è Marsiglia, che raggiungono affrontando un tratto a piedi, passando attraverso una montagna, il cosiddetto “passo della morte”, per evitare la frontiera. Una scelta registica, quest’ultima, più che funzionale, perché di fatto non sarebbe stato particolarmente rischioso attraversare la frontiera in macchina. Una scelta molto azzeccata, comunque, che crea un effetto piuttosto suggestivo, in particolare nel momento in cui il corteo raggiunge Casa Gina, una casa abbandonata da cui nel corso degli anni erano già passati molti altri emigranti, lasciando il segno del loro passaggio con delle scritte sui muri. Vedendole, anche i nostri amici si sentono liberi di lasciare una scia, iniziando a scrivere i propri nomi o frasi di alcune poesie: “Il cielo è di tutti. No alle frontiere.”, scrive Tasneem, la ragazza che interpreta il ruolo della sposa.

Nonostante sia una scelta registica, non c’è nulla di forzato, e anche in questo caso si riesce a ricreare quella spontaneità che rende questo film così unico, culminando in quello che probabilmente è il momento più commovente di tutto il film, quando Abdallah racconta la tragica esperienza del viaggio verso Lampedusa.

io sto con la sposa

Dalla Francia dovranno poi attraversare due frontiere per arrivare in Germania, una tra la Francia e il Lussemburgo, l’altra tra il Lussemburgo e la Germania: nessun controllo.
Arrivati in Germania, alloggeranno a Bochum, ospitati da un amico di Gabriele in una vecchia cascina di campagna.
Poi sarà la volta di Copenaghen: la meta è ormai vicina, una sola frontiera li separa dalla Svezia. Ma anche sta volta, niente. Arrivano a Malmo, ultima tappa del loro viaggio, indenni: ancora nessun controllo. Poi raggiungeranno Stoccolma in treno: indescrivibile la gioia che si dipinge sui volti dei nostri stanchi viaggiatori una volta arrivati alla meta, una gioia vera, e non frutto della finzione.

È significativo il fatto che su cinque frontiere attraversate, nessuna abbia creato problemi: forse queste barriere sono più mentali che reali.
Di certo però è un elemento a favore della comitiva, che aveva realmente paura di essere fermata, ma forse a sfavore della riuscita del film: la comparsa di un drappello di poliziotti avrebbe inevitabilmente rappresentato un vero e proprio colpo di scena come fa notare lo stesso Gabriele. Ma abbiamo già detto che questo non è un film di finzione, lo scopo non è creare un film che “funzioni bene”, ma portare a termine una “missione” vera, che è poi una missione tra amici.

I collaboratori del film rischiano di essere denunciati per favoreggiamento a immigrazione clandestina.

Vi invito ad andare al cinema per passare questa ora e mezza fatta di tante emozioni, e a riviverle in compagnia di persone che vi sembrerà di conoscere per davvero. Ne vale la pena.

***

Giovedì 23 ottobre si è svolto in piazza Duomo a Milano il flash mob #noistiamoconlasposa, ispirato appunto al film Io sto con la sposa. La piazza è stata invasa da spose, sposi e profughi, che hanno fatto un girotondo pacifico animato dai canti del coro, creando un’atmosfera calorosa, di pace. Una delle organizzatrici dell’evento, Cristina Bocchi, ci ha infatti spiegato che la decisione di orchestrare un incontro di questo tipo è volta a sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei morti nel mare e – più semplicemente – la popolazione milanese, che ha partecipato numerosa — accompagnata da qualche turista curioso finitoci per caso.

Io sto con la sposa Collage

Ognuno di loro si è presentato con un fiore, poi depositato su un telo di plastica che rappresentava il mare: Cristina ci spiega che i fiori, invece, indicano i morti — le circa 12 mila vittime “fuggite dalla guerra verso la morte”.

Ilaria Guidi
@Ilovemingus

Ilaria Guidi

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