Del: 17 Ottobre 2014 Di: Redazione Commenti: 0

Un’opera prima è una sorta di rito d’iniziazione al cinema — tappa obbligata, programmata, anelata e attesa nella carriera di ogni regista più o meno affermato.
Con La belle vie, presentato l’anno scorso al Festival di Venezia nella sezione giornate degli autori, fa capolino sul mondo del grande schermo il francese Jean Denizot, classe 1979, autore precedentemente di due cortometraggi: Mouche (2006) e Je me souviens (2008).

la belle vie

Allo stesso modo di un’opera prima per un regista, La belle vie nasconde sottotraccia il rito d’iniziazione alla vita implicito in ognuno di noi e, a seconda del soggetto, vissuto in modo unico, diverso e particolare: il momento del passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
E non è certo un’adolescenza semplice quella di Sylvain — il giovane protagonista della pellicola interpretato dal diciassettenne Zacharie Chasseriaude — in cui il regista ha confessato di rivedersi “per il forte attaccamento alla famiglia e per il suo non riuscire a staccarsi dal padre”.

Sylvain, infatti, si vede costretto da dieci anni a una continua fuga per le campagne francesi assieme al fratello Pierre (Jules Pelissier) e al padre Yves (Nicolas Bouchaud), accusato di aver rapito i figli dopo aver perso l’udienza per la loro custodia.
Così come avvenne infatti nel caso a cui si è ispirato il film — quello di Xavier Fortin, l’uomo che nel 1998 rapì i suoi due figli e li fece crescere nascosti educandoli ed istruendoli — i tre uomini sono sempre in continuo movimento, costantemente braccati dalla polizia e senza una fissa dimora, vengono saltuariamente aiutati da una donna, Gilda (Solène Rigot), il cui ruolo non ben definito ci suggerisce essere un’amica del padre, che rappresenta una delle poche figure femminili della pellicola.

Il regista parigino usa, a tratti quasi come un pretesto, i tre interpreti per attraversare con la macchina da presa paesaggi rurali di una Francia splendida e incontaminata – la belle France, potremmo azzardare – passando da paesini di pastori nascosti sui Pirenei alle limpide e placide acque della Loira, per poi giungere alla città – Orléans – che non può che apparirci in tutto e per tutto ostile, inutile, ridondante, quasi si volesse dare un’immagine fisica al concetto di surmodernité descritto dal connazionale Augè.

Denizot prova perciò a descriverci un modello di esistenza diversa da quella a cui siamo stati abituati — “né sfruttatore né sfruttato” ripeterà spesso il padre ai suoi due figli — sottolineando come sia possibile vivere in armonia con la natura e con gli altri in una coesistenza di pacifico rispetto ed esule dal circolo vizioso del consumismo, della globalizzazione, dell’accumulazione e del capitalismo selvaggio.

Un film dunque che fa riflettere, portando tematiche fortemente attuali e sorprendentemente profonde per un regista agli esordi, e sottolineando – con grande umiltà e spirito propositivo – quella necessità di ritorno ad un ruolo e ad una funzione didascalica che il cinema ha avuto per lungo tempo e di cui il pubblico sembra, in un momento di assenza di punti di riferimento, sentire ora più che mai un bisogno crescente.

Pietro Repisti

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