Racconti dal Festival della Fotografia Etica

“Quello sguardo ci interrogava, non potevamo ignoralo” .

Lo sguardo a cui si riferisce Alberto Prina — coordinatore generale della quinta edizione Festival della Fotografia Etica presentato a Lodi durante gli ultimi due fine settimana di ottobre — è quello di una bambina di due anni protagonista dello scatto simbolo del Festival, anonima per scelta della madre.
La bimba ricambia l’occhiata di chi la osserva dubbiosa, da dietro le ciglia finte, sotto i boccoli biondi tenuti insieme da spray appiccicoso e mollette rosa, le labbra lucide come quelle delle pubblicità, l’abito sfavillante che le stringe la vita e nasconde il pannolino sotto una gonna a ruota.

Fotografie di Laerke Posselt
Fotografie di Laerke Posselt

Poco dopo aver posato per l’obiettivo di Laerke Posselt, fotografa freelance danese, la bimba in rosa parteciperà ad uno dei popolari concorsi di bellezza per bambini che si svolgono periodicamente negli Stati Uniti d’America. Laerke Posselt, dopo aver visitato diverse competizioni infantili e aver collezionato immagini di molte concorrenti, tra cui Evie e Sophia, ha pubblicato la raccolta Beautiful Child, esposta in parte a Lodi (nello scenografico spazio offerto dalla Chiesa sconsacrata di San Cristoforo). Posselt – presente durante la mostra – racconta come queste immagini abbiano scatenato ovunque forti reazioni, discussioni, tra coloro che sostengono che si tratti di una pratica innocente, vagamente frivola, e chi invece afferma che si tratta di sfruttamento — di egoismo da parte di genitori vanagloriosi.

Fotografia etica Collage

Gli organizzatori del Festival non hanno voluto mostrare dubbi in proposito, inserendo la raccolta di Laerke Posselt nella sezione dedicata alla violenza sulle donne – tema centrale, ma non esclusivo di questa edizione – osservata però da un punto di vista più ampio, che non sottolinea unicamente il rapporto tra uomo e donna ma anche quello tra genitori e figlie.

Nella stessa sezione sono esposte le immagini di Meeri Koutaniemi, che documenta l’esecuzione della mutilazione genitale di Nasirian da parte della madre e del resto del parentado femminile, e di Ann-Christine Woehrl che mostra i volti e racconta le vite di donne sfregiate dall’acido in India — a colpirle sono stati i fidanzati, i mariti, i cognati o sconosciuti che rimarranno tali.

Il Festival della Fotografia Etica ha scelto però anche altre storie da esporre tra i palazzi antichi e i cortili settecenteschi del lodigiano. Si tratta di immagini dalle narrazioni originali, nascoste, come quella che porta con sé Marc Asnin fotografo statunitense che espone una selezione delle fotografie scattate per trent’anni al proprio zio affetto da disturbi psichiatrici. Volti e stralci di quotidianità in bianco e nero si intrecciano, corredati da didascalie che – spiega Asnin – riportano frasi pronunciate realmente dallo zio, perché quella ritratta è la sua esistenza e Asnin si ritiene testimone tanto muto quanto impotente.

Fotografia di Marc Asnin
Fotografia di Marc Asnin

Altre storie sono enormi, riguardano Paesi interi, come quella di Daniele Volpe che da sette anni fotografa il Guatemala e gli effetti del genocidio compiuto in quelle zone durante gli anni Ottanta. Volpe, che partecipa nella sezione riguardante i fotografi italiani nel mondo, durante la conferenza dedicata ai suoi lavori non parla molto, preferisce che si guardino le sue foto, le indica una ad una, ricorda i nomi di chi è ritratto, i luoghi e le vicende. Con poche e concise parole racconta la storia recente del Guatemala, dei corpi dei suoi abitanti sotterrati chissà dove e di chi ancora li cerca, del processo infinito a José Efrain Riot Montt che ha governato il paese per 17 mesi tra il 1983 e il 1984 portando alla morte di migliaia di guatemaltechi, e del lavoro degli antropologi che riportano a casa scheletri dispersi.
Krisanne Johnson invece si occupa del Sudafrica, vent’anni dopo la nascita della democrazia multirazziale sudafricana e di coloro che lei definisce “nati liberi”, dopo la fine dell’Apartheid, ragazzi che di quella democrazia conquistata dai genitori si fidano solo in parte. Foto – di nuovo in bianco e nero – che riportano una realtà non così lontana, non così diversa da quella europea, accompagnate dai commenti crudi dei protagonisti che, allontanando parole e immagini, creano un contrasto reale.

Giles Duley, fotoreporter di fama internazionale, racconta spesso durante interviste ed incontri, che un buon fotografo è tale quando smette di essere osservato, diviene parte dell’arredamento, del luogo, della storia, solo annullandosi è in grado di rubare immagini valide, vere.

Per un’operazione come questa è necessario del tempo, giornate che con una scadenza a breve termine spesso non bastano. Il Festival della Fotografia Etica espone fotografie di chi – come freelance – ha elaborato idee e poi ha aspettato la luce giusta per realizzarle, il tempo per sviluppare un buon lavoro; premia tenacia e ricerca, premia chi ha voluto raccontare, e solo poi fotografare.

Giulia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Photo Credtis: Ann-Christine Woehrl, Daniele Volpe, Krisane Johnson, Meeri Koutaniemi
Images via  Festival della Fotografia Etica

Giulia Pacchiarini
Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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