Storia di quella volta che mi persi a Roma e intervistai Zerocalcare

«Ao’, te levi? Guarda che pe ave’ er disegnetto di Zerocalcare te devi mette’ in fila!»

Cosa ci facevo in un vecchio cinema occupato nella mia seconda settimana di vita romana?
Torniamo un po’ indietro con la storia.
Premettendo che Roma è una città fantastica, che vivere da fuorisede qui è un’esperienza indimenticabile e che tutti, o quasi, sono estremamente cordiali-gentili-cortesi-disponibili con il prossimo; dopo solo tre ore passate nella cosiddetta Città Eterna, capisci immediatamente cosa puoi o non puoi dire assolutamente ad un romano.

Una tra queste cose? Non chiedere mai chi è Zerocalcare.
Uscirsene con un’esclamazione di questo genere può farti apparire agli occhi delle persone che ti circondano l’incrocio tra un ritardato e un alieno.
Perché? La motivazione è semplice: qui Michele Rech, meglio conosciuto come Zerocalcare, è cresciuto, e al capolinea della Metro B – zona Rebibbia – ha ambientato la maggior parte delle sue storie.

Quindi dopo aver posto la domanda, aver rischiato il linciaggio, aver rimediato leggendo il suo blog online e parte dei suoi libri e aver scoperto di avere un articolo in sospeso, appena mi hanno parlato di un incontro in occasione della presentazione del suo nuovo libro mi sono catapultata in loco.

banner intervista zerocalcare


Nuovo Cinema Palazzo nel quartiere di San Lorenzo è un vecchio cinema che, dopo essere stato utilizzato per anni come sede del Bingo, è stato occupato e trasformato in centro culturale.
Così il vecchio stabile è stato descritto da Franco, il più anziano occupante del cinema che con forza, coraggio e passione mi ha raccontato la storia partigiana del quartiere San Lorenzo e le battaglie vinte negli anni per liberare dallo sfruttamento stabili e zone romane.

L’ora della presentazione era fissata per le 19 ma per me arrivare puntuale è risultato essere un impresa più che ardua, impossibile. Infatti, dopo aver cambiato tre tram, essermi persa due volte e aver chiesto l’aiuto dei passanti come si richiede l’aiuto del pubblico a Chi vuol essere Milionario, ecco che alle 20.05 ho calpestato per la prima volta il suolo del famoso quartiere romano.
Inutile dire che la folla presente all’interno del cinema era incalcolabile e, date le mie dimensioni fisiche, poter ammirare anche solo il palco sarebbe stata già una grande vittoria.

Sconfortata dall’impossibilità di vedere la presentazione, ho comprato il nuovo libro senza però ricevere il numerino – ormai esaurito – per poter avere un’autentica personalizzata riproduzione di Zerocalcare, a fronte delle 13, ripeto 13, ore di autografi a Milano.
Demoralizzata ma mai sconfitta ho deciso come ultimo tentativo di tentare la fortuna chiedendo a un ragazza dello staff di poter intervistare il fumettista.

Zerocalcare-Dimentica-il-mio-nome-Cover-Gipi-Preview

In trenta secondi mi sono ritrovata sul palco, seduta davanti a migliaia di fan, con affianco Zerocalcare.

Mentre lui era intento a dedicare “disegnetti” ai suoi lettori, con tranquillità e gentilezza rispondeva alle mie domande, grazie alle quali ho scoperto che:

  • Zerocalcare ha iniziato come illustratore di locandine di concerti punk e centri sociali, il fumetto è arrivato nel 2001, dopo il G8 di Genova. Anche se aveva 17anni, già iniziava a sentire l’esigenza di raccontare il proprio punto di vista. Poi ovviamente è sopraggiunto il disegno come vero e proprio lavoro.
  • Quando disegna, non ha bisogno di rilassarsi particolarmente ma sente la forte esigenza di distrarsi. E come la maggior parte delle persone dai 10 ai 76 anni vede ininterrottamente serie tv.
  • Il fumetto o il disegno in generale non lo aiutano ad elaborare parti del suo vissuto, ma gli permettono di far conoscere lati di sé e inviare messaggi ai suoi cari che non riuscirebbe mai ad esprimere a parole.
  • Da piccolo, nonostante non avesse la capacità d’immaginarsi proiettato nel futuro, aveva nei suoi stessi confronti aspettative sociali altissime. Era convinto di laurearsi, e non di lasciare l’università dopo pochi esami per iniziare a lavorare in un aeroporto. Ciononostante, è riuscito a fare i conti con il suo ideale che non si è avverato.
  • Parteggia per la filosofia “Voglio essere felice e il resto viene dopo” ma considera la felicità una questione caratteriale, e lui si considera un carattere difficile.
  • L’Armadillo come rappresentazione della propria coscienza? Semplice, perché è l’animale sociopatico per eccellenza.

Morale di questa storia
Anche se le risposte alle domande che ho posto sono facilmente reperibili su Wikipedia, anche se sono un’aspirante giornalista estremamente disorganizzata e caotica, io un ragazzo che alla domanda «Chi consideri un Uomo?» mi risponde con «È chiunque riesce ad assomigliare il più possibile a quello che Obi-Wan Kenobi insegna a Luke Skywalker» — oltre che a voler continuare a leggerlo — quasi quasi me lo voglio anche sposare.
T’AREGGE?

Azzurra Digiovanni
@AzzuraDigiovan

Foto CC BY-NC-SA Internazionale

Altro su Zerocalcare:
Il successo della sociopatia di @TiaTiaFuma
I fumetti ti spezzeranno il cuore di @g_ghiglia

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta