Mafia Capitale è il continuo rosicchiare di una torta che non finisce mai

L’esplosione del caso ”Mafia Capitale” ci ha colti più o meno tutti di sorpresa, eppure c’è chi già da anni andava denunciando i suoi aspetti più nefasti: la collusione dell’ex giunta Alemanno con i reduci del terrorismo nero; la corruzione brulicante e culturale di un’intera classe politica locale; le infiltrazioni delle grandi mafie a Roma. C’è chi negli anni scorsi li ha descritti tutti. E non poche volte.

Occorre citare in primo luogo Lirio Abbate. Abbate è da molti anni una voce autorevole nel raccontare storie di mafia — nel 2006 è l’unico giornalista a cui è consentito dalla polizia assistere alla cattura di Bernardo Provenzano — e vive sotto scorta dal 2007: il suo nome, infatti, è stato inserito dal boss Leoluca Bagarella in una lista di personaggi scomodi, da far fuori. Nel 2009 comincia a collaborare con L’Espresso e si concentra soprattutto su Roma. Intuisce che oltre alle infiltrazioni delle mafie classiche e alla criminalità locale sulla Capitale grava un’altra cupola, una sorta di loggia messa di traverso tra politica di ogni colore, reduci del terrorismo fascista, borghesia cittadina.

Già nel 2012, nell’inchiesta ”I quattro re di Roma” Abbate parla di un uomo che – da una settimana – riconosciamo oggi come uno dei più potenti criminali italiani: Massimo Carminati. Dalle pagine dell’Espresso, ripercorre la sua biografia e riferisce dei contatti tra la giunta Alemanno e l’ex terrorista fascista. Passano due anni e Abbate, ancora una volta, ritorna sull’argomento con l’inchiesta ”Fasciomafiosi alla conquista di Roma”. Nella Capitale è cambiato il sindaco, che è Marino, ma non l’andazzo. Ecco quello che scrive:

«Non è una città, ma un intreccio di traffici e intrallazzi, delitti e truffe, su cui si è imposta una cupola nera. Invisibile ma potentissima, ha preso il controllo di Roma. Trasformando la metropoli nel laboratorio di una nuova forma di mafia, comandata da estremisti di destra di due generazioni».

Un paio di mesi dopo, Abbate è protagonista di un episodio inquietante ma significativo. La sera del 12 novembre, a Ballarò, va in onda un video in cui il giornalista espone la rete di potere tessuta da Carminati. Più tardi, mentre Abbate esce dalla redazione dell’Espresso, la sua auto viene speronata. La sua scorta insegue il tamponatore e lo consegna ai carabinieri. È un ventunenne, incensurato. Non ha voluto dire chi lo mandava.

Dalla sua fondazione, nel lontano 1955, L’Espresso è stato sempre puntuale nell’indagare e approfondire episodi di corruzione e collusione tra potere e criminalità. La copertina qui sotto risale al 1956 e riguardava uno scandalo tangentario nell’edilizia romana. Certi vizi sono duri a morire.

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È su questa testata che, oltre a quelle di Abbate, sono state pubblicate le inchieste migliori sulla criminalità romana: chiunque l’abbia letta negli ultimi 7-8 anni sapeva già cosa succedeva nelle viscere della città. Ecco cosa scrive Emiliano Fittipaldi nell’articolo ”Quante poltrone ai fascisti”, del 2010:

«Gianni [Alemanno, ndr], diventato sindaco di Roma, non ha mollato nessuno. Non ha tradito, non ha lasciato per strada i vecchi camerati, nemmeno quelli finiti in galera per banda armata e atti terroristici, neppure i personaggi più discussi della galassia d’estrema destra protagonista degli anni di piombo. Anzi».

Il 2010. Erano già chiare le dinamiche nere e torbide che regolavano la giunta di Alemanno e gli affari della città ma nessuno, allora, mosse un dito. Forse, la magistratura già indagava. Ma un articolo del genere, su una testata di questo livello, avrebbe dovuto costringere il sindaco alle dimissioni.

2012, sempre l’Espresso. Sono passati due anni. La cricca nera è al culmine del suo potere. Ma non c’è solo lei. Emilio Fabio Torselli descrive la spartizione di Roma in aree di influenza da parte dei più variopinti gruppi criminali:

«Roma città aperta. Alle mafie. E’ una rete di ben 46 clan quella che ormai da anni ha stretto la Capitale e l’intera Regione».

Alla luce dei recenti arresti, l’articolo di Torselli apre nelle menti più sospettose uno scenario inquietante – peggiore di quello che si è già delineato: che nesso c’è tra la cupola dei mafiosi fascisti e la ricca presenza di mafiosi ”classici” sul territorio? Sono sfere nettamente separate e distinte? Non c’è il rischio di un’ulteriore collusione della politica con poteri ancora più forti (e viscidi)?

E a dicembre del 2014, come sappiamo, arrivano le manette.

Fino al mese scorso, si parlava soprattutto di ”sporadiche infiltrazioni”, ”fenomeni di corruzione isolata”, ”deviazioni di segmenti ridotti della pubblica amministrazione e così via”. Oggi, nessuno può mettere in dubbio che a Roma la mafia ci sia. Non è la mafia di coppola e spada: Mafia Capitale è espressione di una classe dirigente corrotta, una snaturazione delle più alte sfere del potere. È il continuo rosicchiare di una torta che non finisce mai.

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Eppure, Alemanno sostiene di non conoscere nemmeno Massimo Carminati. Forse si sente ancora intoccabile: ed è triste pensare per quanto tempo lo sia stato. Perché la nota più dolente dell’intera vicenda è che per molto tempo nessuno ha fatto nulla per reagire a questo stato di cose. Nonostante – come abbiamo dimostrato mettendo ordine nelle inchieste del passato – fosse chiaro quel che succedeva a Roma. Evidentemente a molti andava bene così: la torta era, ed è, grande e in molti hanno continuato a rosicchiarla, anno dopo anno, pezzo dopo pezzo.

Gli unici che hanno fatto qualcosa di efficace, prima dell’arrivo dei magistrati, sono stati (sembra banale dirlo) i cittadini romani, non rieleggendo Alemanno nonostante la sua faraonica campagna elettorale. E questa è la nota positiva della situazione, speculare a quella negativa: che ad altri l’evidente corruzione della capitale non andasse bene, che per quanto la cupola pesasse non si era ancora giunti ad uno stato terminale di assuefazione alla mafia. Mafia Capitale non è riuscita ad annegare la popolazione o a dirottare in modo determinante i voti sul suo cavallo da corsa, il sindaco Alemanno, che per primo gli ha aperto le porte del Campidoglio. Ecco perché l’attuale consiglio comunale va purgato in modo drastico da chiunque avesse qualcosa a che fare con la cupola (e non sono pochi, sia a destra che a sinistra): ma non commissariato, o sciolto.

Stefano Colombo
@granzebrew

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Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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