Molière e il metateatro — Come mettere in scena l’Avaro

Dal 9 dicembre al 1 gennaio Molière riprende vita al Teatro Leonardo da Vinci di Milano nella forma di una delle sue più riuscite commedie, l’Avaro. L’opera è stata riadattata grazie alla regia di Valeria Cavalli e di Claudio Intropido, e messa in scena dalla compagnia teatrale Quelli di Grock.

Il particolare fascino di questo allestimento consiste nell’aver applicato al testo di Molière una cornice metateatrale: gli attori si rivelano al pubblico in quanto tali, facendo crollare fin dal primo istante la quarta parete che normalmente separa le due realtà, mostrando ciò che di consueto avviene dietro le quinte; così, oltre a suscitare il riso e a veicolare un messaggio morale – l’invettiva contro l’avarizia – principali intenti della commedia originale, la rappresentazione trasmette un’ancora più importante riflessione sul teatro stesso e sulle sue dinamiche intrinseche.

Lo spettatore viene a trovarsi dunque al cospetto di una scalcagnata e confusionaria compagnia di attori che discutono i ruoli da interpretare e indossano i costumi direttamente sul palcoscenico, presentano uno ad uno i personaggi dell’opera, si suggeriscono le battute e commettono errori.

avaro collage

Ciò che vanno a rappresentare sulla scenografia di uno scalcinato teatro mobile è la vicenda del vecchio avaro Arpagone, i cui figli, Cleante ed Elisa, s’innamorano rispettivamente di Marianna e Valerio – domestico dell’anziano vedovo – giovani di modestissime condizioni economiche. L’avido capofamiglia s’invaghisce a sua volta di Marianna, e decide di combinare anche le nozze dei figli con una ricca vedova e con il Signor Anselmo, disposto a prendere in moglie Elisa senza dote. In seguito, durante un pranzo di festeggiamento ridicolmente frugale, Arpagone si accorge di avere nel figlio un rivale per la mano della sua promessa sposa. Sul più bello però scopre di essere stato derubato di una cassa piena del suo oro, trafugata da un servo di Cleante, e nella disperazione tutto passa in secondo piano. Viene accusato del furto Valerio, che per discolparsi rivela di essere un nobile scampato ad un naufragio nel quale ha perso famiglia e ricchezze; all’udire il racconto, il signor Anselmo dichiara di essere il padre sia del giovane che di Marianna. Grazie all’immancabile agnizione si giunge così al lieto fine: Cleante restituisce al padre il suo denaro e in cambio le due giovani coppie sono finalmente libere di unirsi in matrimonio.

La rappresentazione è arricchita da brani musicali cantati di grande impatto, a dimostrazione del fatto che l’attore deve essere in grado di servirsi efficacemente dei molteplici strumenti espressivi che la sua arte è in grado di accogliere. Si tratta di un mestiere scomodo; entrare e uscire dal personaggio ma agire sempre, trascinando il pubblico sul proprio carrozzone. In questo caso, poi, gli attori si impongono con arroganza sui propri personaggi, interrompono la finzione scenica e dialogano direttamente con il pubblico, si mescolano fisicamente ad esso.

Avaro 2 Collage

La scelta stilistica del metateatro viene raccontata dall’attore principale, Pietro De Pascalis, che interpreta il ruolo di Arpagone. «L’idea di utilizzare la tecnica del teatro nel teatro è nata successivamente rispetto al desiderio di mettere in scena l’Avaro. Durante lo studio dei saggi e dei testi di Molière, due in particolare ci hanno colpiti: La critica alla scuola delle mogli e L’improvvisazione di Versailles. Nel primo egli fa una cosa piuttosto ardita per un autore: si cita. Nel secondo fa ancora di più: si mette in scena nel ruolo di se stesso. Era avanti di secoli rispetto ai suoi contemporanei, così sfrontato in relazione alla scrittura scenica. Successivamente, in seguito alla visione di film come Parnassus di Terry Gilliam, è nata l’idea di un Carro di Tespi – un teatro mobile – e il gioco del teatro nel teatro è fatto, pur vivendo su un filo sottile e delicatissimo».

La rappresentazione si chiude con la caduta dell’ultimo velo che separa il pubblico dagli attori, i quali, togliendosi i costumi di scena e riacquistando le loro solite voci, lanciano una provocazione: in uno stato in cui l’arte sembra essere un vizio da curare loro sono ancora lì, a recitare su quel palco, e vi saranno nuovamente il giorno successivo. «Il teatro nasce con un ruolo sociale fortissimo», così si esprime De Pascalis. «Non vuole soltanto divertire, ma anche parlare all’uomo di quelle che sono la sua realtà e le sue problematiche.

Così era inteso in origine, e sarebbe giusto riportarlo alle sue radici; ma per fare questo è necessario che sia sostenuto economicamente.

Purtroppo però vige la mentalità che uno spettacolo con poco pubblico non abbia diritto di esistere; tutto viene ricondotto ai criteri dell’utile, e l’arte è spesso vista come qualcosa di ingombrante». Questi attori però resistono, sfidando il senso comune; e domani saranno ancora là a raccontare il loro Avaro.

Sara Tamborrino

Foto di Roberto Rognoni

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta