Del: 17 Gennaio 2015 Di: Marta Clinco Commenti: 1

13 anni di guerra; migliaia di morti (21.000 solo tra i civili); più di tre miliardi di dollari spesi.
Il 28 dicembre scorso terminava ufficialmente la missione ISAF – International Security Assistance Force, intervento di Paesi NATO in base ad una risoluzione ONU, in supporto al governo afghano — le cui azioni erano iniziate nell’ormai lontano 2001. Il conflitto — inaugurato dall’allora presidente George W. Bush a seguito dell’attentato terroristico subìto dagli United States il 9/11 dello stesso anno e rivendicato da al-Qaeda — è stato tra i più travagliati dell’intera storia americana; di certo, è quello durato più a lungo. Il luogo in cui sarebbe avvenuta la cerimonia di conclusione della missione è stato tenuto segreto fino all’ultimo, nel timore di indicare facili bersagli per eventuali attacchi. Dunque la bandiera è ammainata e la maggior parte delle truppe ISAF congedata, benché lo stendardo di guerra getti ancora la sua ombra in Afghanistan.
Un piccolo manipolo US di 10.800 uomini (parte di un totale di 17.000, comprensivo delle altre forze straniere coinvolte) resterà nel Paese per i prossimi due anni, con l’obiettivo di addestrare forze di polizia governative ed esercito locali, effettuare raid aerei in caso di emergenza, continuare a frenare – o quantomeno arginare – l’avanzata dei talebani e di al-Qaeda nella regione.

“Resolute Support will serve as the bedrock of an enduring partnership between NATO and Afghanistan. ISAF mission has lifted the Afghan people out of the darkness of despair and given them hope for the future”

afferma il generale US John Campbell, ultimo comandante incaricato dell’ISAF, di fronte alla platea di ufficiali afghani e coalizione NATO, diplomatici, autorità, giornalisti.
Questo a suggello dell’anno più sanguinoso e violento della guerra in Afghanistan — anno che registra, tra i morti, 3180 civili e 5400 soldati dell’esercito afghano, oltre a 6429 feriti. Il nuovo presidente Ashraf Ghani, eletto in settembre, consapevole dello stato di emergenza in cui versa tuttora il Paese, non ha potuto far altro che invitare il presidente Obama a riconsiderare la decisione di abbandonare definitivamente l’Afghanistan, risoluzione prevista per fine 2016: il governo oggi in carica, oltre ad essere letteralmente alle prime armi, non è certo in grado di assicurare serenità, pace e giustizia ai propri cittadini, che vivono ancora nella paura del terrorismo, sia dei talebani che dell’alleato di vecchia data, al-Qaeda.

James Nachtwey, nov 22/01
James Nachtwey, nov 22/01

“The longest war in American history is coming to a responsible conclusion”

Questa è la dichiarazione di Obama giunta il 28 dicembre dalle Hawaii, tra i ringraziamenti per l’esercito US – intrepido devastatore della leadership di al-Qaeda, onorevole del successo dell’uccisione di Osama bin Laden, valoroso salvatore di migliaia di vite americane – e l’ammissione del fatto che l’Afghanistan rimane, nonostante tutto, zona pericolosa e a rischio, dal momento che al-Qaeda – e qui si contraddice – è ancora presente all’interno nel Paese.

In ultima istanza, le ragioni primarie e originarie della guerra, dell’invasione, rimangono; al-Qaeda non è stata sconfitta. Tra il 2001 e il 2015, inoltre, l’organizzazione terroristica sunnita si è fisiologicamente evoluta, com’era prevedibile, sviluppandosi in un gruppo ancor più frammentato, ma comunque controllato e amministrato saldamente dall’alto: moltiplicate le cellule, in grado di agire efficacemente e allo stesso tempo in luoghi diversi anche in modo autonomo, ha intensificato drammaticamente la propria presenza su un territorio in cui lo stato non è ancora abbastanza solido e forte: né all’interno delle istituzioni, né sotto il profilo militare e/o economico.

A questo punto, risulta lecito domandarsi cosa intenda esattamente Obama con “responsible conclusion”.
Se di fatto intenda responsabile, a fronte di 13 anni di conflitto, abbandonare un Paese in cui violenza e morte, oltre che indici in aumento, sono ancora routine; se intenda responsabile ritirare le forze da un Paese in cui la corruzione e il crimine infettano ancora profondamente le strutture e gli apparati statali, l’amministrazione pubblica, la gestione dello Stato; se intenda responsabile lasciare in mano ad un governo debole come quello afghano – e, di conseguenza, in mano al terrorismo che esattamente in quei vuoti si insinua – un Paese in cui è comune l’impiego di bambini soldato; in cui la produzione cospicua e il commercio di oppio muovono parte delle enormi somme che, oltre ad alimentare un mercato sempre più florido, finiscono nelle mani di quelle organizzazioni terroristiche che ne controllano i traffici lungo tutto il territorio, dentro e fuori dall’Afghanistan. Risulta infine lecito domandare se Obama ritenga responsabile non farsi carico, di fatto, di alcuna responsabilità degli effetti di una guerra che si è dimostrata essenzialmente inutile — una guerra spesso passata in secondo piano e dimenticata, sì, ma mai cessata. Nemmeno ora, nemmeno dopo il ritiro delle truppe che, conclude l’uomo della Casa Bianca, sono “finally home”.

Zalmai, oct/01. Seamus Murphy  nov/01. Abbas sept/01.
Zalmai, oct/01. Seamus Murphy nov/01. Abbas sept/01.

Questo per dire che, al di là degli ottimismi ostentati di cui sembrano essere intrise le dichiarazioni di Campbell e Obama, è innegabile che gli Stati Uniti si trovino oggi a fare i conti con una sostanziale sconfitta.
Il giorno dopo in cui la bandiera della NATO viene issata a Kabul, i talebani già reclamano vittoria sulla coalizione NATO — sugli US in particolare: “ISAF rolled up its flag in an atmosphere of failure and disappointment without having achieved anything substantial or tangible”, afferma il portavoce talebano Zabihullah Mujahid, e prosegue annunciando la reinstaurazione imminente del sistema islamico di governo, oltre all’imminente espulsione delle truppe staniere ancora presenti sul territorio.
Gli Stati Uniti, in sostanza, dovranno fare i conti con il fatto che l’Afghanistan, Paese nel quale è stata investita gran parte delle energie economiche e militari degli ultimi 13 anni, è oggi esattamente l’opposto di quell’obiettivo che nel 2001 si erano prefissi di raggiungere, almeno ufficialmente.

I talebani e al-Qaeda hanno rafforzato la propria presenza nella regione, e le metodologie di azione non sono cambiate: “They make a lot of damage, they send gunmen and suicide bombers to blow up the front wall” afferma Karl Ake Roghe dell’EUPOL (European Union Police Mission in Afghanistan).
Ma qualcosa ad essere cambiato invece c’è, e non pare fatto da poco: è stata infatti diffusa il 12 gennaio dalla BBC la notizia secondo cui un ex capo talebano della provincia di Helmand, in Afghanistan, avrebbe dichiarato l’alleanza del proprio gruppo con l’IS, lo Stato Islamico insediato tra Iraq e Siria. Troviamo qui insomma la prima, concreta evidenza di un tentativo di reclutamento da parte del Califfato in Afghanistan ma, ancor prima, la tangibile, nuova alleanza tra le due organizzazioni terroristiche: i miliziani dell’Islamic State avrebbero combattuto al fianco dei talebani afghani dopo aver sostituito alla loro bandiera quelle nere dell’IS. I talebani si dicono pronti alla battaglia e fedeli al nuovo Califfo al-Baghdadi. Leader del movimento afghano è Mullah Abdul Rauf, un altro ex comandante talebano rimpatriato nel 2007 dopo aver trascorso sei anni nella prigione di Guantanamo Bay sotto accusa di terrorismo, lontano parente del governatore della provincia afghana Nimruz, Amir Mohammed, che riguardo i recenti tentativi di reclutamento dell’IS in Afghanistan afferma: “They were all the same: once they fought under al-Qaeda name, then Taliban, and now IS. They are the same people with the same programmes”. Alcuni gruppi, come quello pakistano, continuano tuttavia a dissociarsi sia da al-Qaeda, sia da IS.

La situazione pare comunque di massimo allarme: molte delle potenziali forze di queste organizzazioni – fino ad ora in parte disperse anche per mancanza di coesione interna e di fiducia reciproca – sembrano volersi ora unire in un’unica, grande coalizione, ed è verosimile che alla sua guida troveremo il sempre più potente, influente e affermato Stato Islamico, benché le informazioni a riguardo siano sempre molto difficili da confermare.

Nonostante ciò, nessuno pare curarsi del fatto che un Paese uscito da 13 anni di ininterrotta guerra civile si trovi ora alla mercé di un governo instabile e precario ma, soprattutto, sia ostaggio inerme di organizzazioni terroristiche che minacciano di voler prendere nuovamente il controllo della regione.
In fondo, a detta di Obama, tutto ciò che conta oggi è che quel 90% di truppe americane sia “home and safe”, anche se un’altra guerra, per l’Afghanistan, è appena cominciata.

Marta Clinco
@MartaClinco

Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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