Diplomazia parallela — morte per depistaggio in Argentina

Giulia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Lunedì 19 gennaio il procuratore federale argentino Alberto Nisman è stato ritrovato morto, riverso all’interno del bagno della propria abitazione, chiusa dall’interno e posta al tredicesimo piano di un edificio situato nell’esclusivo quartiere di Puerto Madero, a Buenos Aires. Accanto a lui è stata rinvenuta un’arma da fuoco calibro 22 – presto identificata come arma del delitto – nessun segno di colluttazione, né sul corpo del procuratore né all’interno dell’appartamento, nessun testimone, nessuno che abbia sentito il colpo di pistola.
Armati di questi strumenti che assimilano il caso Nisman a un qualsiasi episodio di pessima cronaca nera, i primi media intervenuti iniziano a far trapelare l’ipotesi di un suicidio, provocato forse dal recente divorzio, dallo stress, dalla pressione data dal caso su cui il procuratore stava lavorando.

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Tuttavia, l’ipotesi del suicidio si scontra con i recenti sviluppi della vicenda su cui Nisman stava indagando, che pareva ormai a un punto di svolta dopo più 10 anni di ricerche. Nisman infatti lavorava da tempo alla cosiddetta “indagine Amia”, aperta più di vent’anni fa con l’obiettivo di fare luce sul bombardamento che il 18 luglio 1994 colpì l’Associaciòn Mutual Israelita Argentina – il principale centro comunitario ebraico in Argentina, il più grande in America Latina – che portò alla morte di 85 persone e il ferimento di altre 300.
L’indagine, affidata al giudice Juan José Galeano, collegò rapidamente il bombardamento all’esplosione che il giorno successivo abbatté un piccolo aereo in volo per Panama, uccidendo 21 persone di cui 12 ebrei, all’esplosione di una bomba il 26 luglio davanti all’ambasciata israeliana a Londra, con 20 feriti, e infine allo scoppio di un ultimo ordigno posto davanti alla sede di un’organizzazione benefica ebraica sempre a Londra, che ferì 5 persone. La serie di attacchi portò quindi alla morte di 106 persone e al ferimento di 325.

Il caso appare subito complesso e internazionale, tra i primi informatori trova Manouchehr Motamer, ex diplomatico iraniano successivamente identificato come agente della CIA, che porta all’arresto di Carlos Talledìn, ricettatore di auto, con l’accusa di aver fornito il mezzo con cui venne portata a compimento la strage. Talledìn identifica a sua volta, sotto pagamento illecito da parte di Galeano, altri 22 individui collegati al caso. Tuttavia l’indagine rimane priva di ulteriori sviluppi fino all’arrivo, nel 1997, del procuratore Alberto Nisman: con la sua collaborazione infatti viene richiesta nel 2003 l’estradizione dal Regno Unito dell’ex ambasciatore iraniano, Hade Soleimanpour, per un presunto legame con il bombardamento. Il Regno Unito respinge però la richiesta per mancanza di prove e nel 2004 tutti gli imputati vengono assolti, compreso Talledìn e coloro che aveva collegato al caso.

L’indagine riparte da capo, con la creazione del ruolo di Procuratore Speciale, di cui è designato Nisman, mentre alcuni tra i protagonisti delle indagini precedenti, come il giudice Galeano, il capo della SIDE (Servizi di Intelligence Argentina) Anzorreguy, e il presidente della delegazione dell’associazione degli ebrei argentini Ruben Beraja, vengono accusati di appropriazione indebita, intralcio alla giustizia, detenzione illegale di confessioni false e forzate.

Nel 2006 Nisman coinvolge formalmene per la prima volta il governo iraniano nelle indagini, ritenendo alcuni dei suoi funzionari, di cui snocciola nomi e responsabilità, colpevoli di aver organizzato la strage del 1994. L’anno successivo l’Interpol emette cinque mandati d’arresto che coinvolgono l’ex ministro della sicurezza iraniano Ali Fallhijan, l’ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezai, il ministro della difesta Ahmad Vahidi, l’ex addetto culturale presso l’ambasciata iraniana a Buenos Aires Mohsen Rabbani (che si trovava in Argentina nel 1994) e l’ex terzo segretario dell’ambasciata Ahmad Reza Ashagri. La richiesta di estradizione viene formalizzata dalla Presidente dell’Argentina Cristina Fernandez de Kirchner solo due anni dopo e non verrà mai portata a compimento dal governo iraniano.

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Nel 2013 tuttavia viene firmato a Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, un Protocollo d’Intesa tra i due governi coinvolti nel caso, per una collaborazione nelle indagini da parte di entrambi tramite la creazione di una Commissione di Verità, delegata alla risoluzione del caso tramite il lavoro di cinque giuristi internazionali (due eletti da ciascun Paese e il quinto per scelta condivisa) e con la possibilità per Nisman e per il giudice istruttore del caso Rodolfo Carnicoba Corral di interrogare i sospetti iraniani a Theran. La firma del memorandum viene posta dal ministro degli affari esteri iraniano Ali Akbar Salehi e il suo corrispettivo argentino Hector Timerman. Si tratta di una decisione che suscita sin da subito critiche da parte della comunità ebraica argentina e dei famigliari delle vittime, nonché di giuristi e investigatori, tra cui Nisman. Il trattato è infatti giudicato da molti incostituzionale e contrario al diritto argentino, simbolo di un declino della sovranità nazionale argentina che sembra ammettere la propria sfiducia rispetto alle indagini precedentemente compiute dai propri funzionari e alla verità già parzialmente identificata, il tutto nonostante l’Interpol abbia già emesso mandati di arresto per i sospettati iraniani, per cui è necessaria ormai solo la cattura.
Il timore maggiore appare il fatto che un accordo con il Paese d’origine dei sospettati, il cui governo è stato accusato a sua volta di aver nascosto e protetto i colpevoli della strage, non faccia altro che nascondere ulteriori tracce, soprattutto con la messa in comunione dei risultati investigativi ottenuti fino a quel momento, le confessioni e le prove.
Infine, l’accordo mostra falle e incertezze anche nella sua composizione, come l’assenza di scadenze o procedure specifiche nel lavoro investigativo e la mancanza di garanzia e affidabilità in merito alla validità giuridica delle affermazioni potenzialmente raccolte dal Nisman e Corral.

La beffa appare però il fatto che nell’anno e mezzo successivo – anche a causa di rallentamenti dovuti all’effettiva incostituzionalità dell’atto – non avviene la creazione della Commissione Verità, per cui nulla di ciò che il protocollo prevede viene messo in atto; le indagini proseguono unicamente in Argentina, senza alcuna collaborazione iraniana.

Nisman critica aspramente più volte e in pubblico il protocollo e ciò che ne è conseguito, si sente tradito da un governo che avrebbe dovuto tutelare le sue indagini e che invece pare averle interrotte proprio quando stavano per giungere a compimento. Per questo anche gli atti del governo argentino entrano presto a far parte della sua indagine, fino a culminare, il 15 gennaio 2015, nelle accuse che formalizza contro la Presidente Kirchner, il ministro degli esteri Timerman e altri funzionari, colpevoli di aver insabbiato volutamente le indagini sulle responsabilità iraniane a patto di ricevere da Teheran favori economici in particolare nel prezzo del petrolio, così da attenuare i problemi dovuti alla crisi economica ed energetica del Paese.

Lunedì 19 gennaio Nisman avrebbe dovuto discutere davanti al Parlamento le 300 pagine di indagine, contenenti indizi e intercettazioni, oltre che la richiesta di sospendere temporaneamente gli accessi a circa 23 milioni di fondi privati che compongono il patrimonio di coloro che sono coinvolti nell’inchiesta. Alberto Nisman però è morto la notte prima di doversi presentare in Parlamento, ucciso da una pistola prestategli il giorno prima da Diego Lagomarsino, informatico e collaboratore di Nisman, richiesta proprio da Nisman per autodifesa.

Si tratta di una morte che interrompe ancora una volta le indagini proprio quando stanno per raggiungere una reale concretezza, proprio quando il legame tra il governo argentino e quello iraniano si fa più stretto e illecito.

A indagare sul nuovo caso Nisman è stata chiamata la Pm Viviana Feim che si è subito dimostrata reticente ad accettare la sola ipotesi di suicidio, soprattutto a seguito del risultato negativo del test per la polvere da sparo effettuato sul cadavere di Nisman. In questi giorni sono stati interrogati i 10 agenti di scorta del procuratore federale, che avrebbero dovuto presidiare costantemente la sua abitazione ma assenti nel lasso di tempo in cui è avvenuto il delitto, mentre ancora non è stato chiamato a testimoniare Lagomarsino, colui che oltre ad aver fornito l’arma a Nisman, sembra essere stato l’ultimo a vederlo vivo. Inoltre i primi rilievi hanno identificato vie di accesso all’abitazione che avrebbero potuto essere violate senza lasciare prove e lasciando la porta principale chiusa dall’interno, così come è stata trovata.

APTOPIX Argentina Prosecutor Killed

Intanto anche la presidenza argentina si è espressa in due lettere estremamente diverse pubblicate su Facebook da Cristina Kirchner. Il primo testo sosteneva la tesi del suicidio aggiungendo una dichiarazione di totale innocenza rispetto alle accuse esplicitate nei giorni precedenti dal procuratore; la seconda lettera invece, probabilmente per la necessità di uniformarsi almeno in parte a un’opinione pubblica contraria all’ipotesi del suicidio, si schierava a favore dell’ipotesi del suicidio indotto.
Colpevole di aver costretto Nisman al suicidio pare – secondo Kirchner – il principale informatore del procuratore, Antonio Stirusso, ex capo del controspionaggio argentino che – sempre nell’opinione della presidenza – avrebbe fornito confessioni false a Nisman, utilizzando anche agenti che non facevano parte dell’organico governativo come presunti testimoni e costringendolo poi a uccidersi per non rivelare le menzogne dell’informatore. Con questa abile narrativa Kirchner toglie credibilità alle accuse formulate contro di lei e trova un omicida privo di prove a proprio carico, ma dal curriculum abbastanza interessante per essere dato in pasto a media e speculatori.
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Negli ultimi giorni, mentre le indagini avanzano in più direzioni, vengono pubblicate le 300 pagine di inchiesta detenute da Nisman, che contengono cinque intercettazioni tra Luis D’Elia e Jorge “Yussuf” Khalil, considerato da Nisman il nesso tra la Casa Rosada e Teheran. Le intercettazioni si svolgono in un lasso di tempo che va dal 22 novembre 2012 al 25 settembre 2013 e denunciano un evidente legame tra i due uomini che sono a conoscenza del protocollo d’Intesa firmato da Iran e Argentina e si definiscono entusiasti, in particolar per il fatto che l’accordo non differenzia da quello proposto sei anni prima da Fernando Esteche, leader del Quebracho (Movimento Patriottico Rivoluzionario) — attualmente agli arresti per danneggiamento durante una manifestazione contro l’omicidio dell’insegnante Carlos Fuentealba ,perpetrato dall’ex governatore Jorge Sobisch il 5 aprile 2007 a ​​Arroyito (Neuquén).
In una diversa intercettazione i due appaiono preoccupati perché l’Interpol non sembra incline a sollevare il mandato d’arresto per i cinque iraniani sospettati per il bombardamento del 1994 e questo sarebbe un vero e proprio fallimento del trattato per il fronte iraniano.

Si tratta di elementi che tratteggiano in modo evidente la tesi della “Diplomazia Parallela” che Nisman avrebbe sostenuto in parlamento, pongono diversi dubbi sul reale interessi dei cofirmatari dell’atto e danno adito ad accuse gravissime rispetto all’operato dei due Paesi.

Alla luce di questi rilievi il suicidio di Alberto Nisman appare sempre meno credibile, il procuratore infatti sembra essere piuttosto l’ultima vittima di un percorso di depistaggio iniziato nel 1994, avvalorato con il protocollo d’intesa nel 2013 e portato avanti ancora oggi da chi avrebbe troppo da perdere nella venuta alla luce di una verità, storica e giudiziaria, economicamente scomoda.

Giulia Pacchiarini
Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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