Il primo strumento di lotta alla Mafia è la memoria

Marta Clinco
@MartaClinco

«A un giorno dalla Memoria – quella della Shoah», così apre il suo intervento Lirio Abbate, giornalista investigativo e scrittore, collaboratore dapprima del Giornale di Sicilia, poi inviato per La Stampa, ora firma de L’Espresso. L’incontro organizzato dai ragazzi de L’Alligatore tenutosi ieri in università apre un ciclo di conferenze incentrate sulla legalità, tema forte e quanto mai attuale, dal titolo “Strumenti contro la criminalità organizzata”. Si parla soprattutto di mafia, di ‘ndrangheta, di associazioni mafiose, argomenti certamente molto cari agli ospiti e ai presenti, ma non solo. È la considerazione posta in apertura da Bernardo Petralia, sostituto procuratore e procuratore aggiunto di Palermo, ad ampliare lo sguardo: «La mafia è una realtà non più isolana, prettamente siciliana. La mafia è ovunque. Oggi mafia è corruzione, mafia sono quei rapporti vischiosi, quei contatti tra le organizzazioni e il cosiddetto “mondo dei colletti bianchi”, dell’imprenditoria e della politica — mafia è tutta quella violenza, quella criminalità che continua ad esserci, eppure non si vede, o non si vuol vedere, o si tenta di nascondere».

Ed è proprio qui il fulcro del discorso su cui torneranno insistentemente anche gli altri relatori: la mafia, ormai, non è più esibizione di violenza, non sono più le grandi stragi alla luce del sole, le bombe del tardo pomeriggio; lo spettacolo dell’orrore va in scena tutto dietro le quinte, si dipana agilmente tra fitte trame di sistemi, strutture e organizzazioni, esattamente come un cancro silenzioso, invisibile, inarrestabile.
«La criminalità organizzata va colpita al patrimonio, ai profitti» continua Petralia, che da anni ormai si trova a collaborare con Libera, l’associazione fondata da Don Ciotti che si occupa, tra le varie attività, della riqualificazione dei beni confiscati alla mafia.

Segue poi l’intervento di Lirio Abbate, che parla appunto di memoria — quella da riservare, in particolare, al collega Mario Francese, giornalista di cronaca giudiziaria per il Giornale di Sicilia, ucciso proprio il 26 gennaio del ’79 dai boss di Corleone.
«L’unica, vera arma contro la mafia è la memoria. Chi ha vissuto ciò che è accaduto nel ’92 certamente lo ricorda. Chi non lo ha vissuto, chi non c’era, fa fatica. Ma quando noi tutti ricordiamo ciò che è accaduto in quegli anni, qualcosa accade; e ai mafiosi questo non piace: perché torna la coscienza, quella coscienza che tornò ai palermitani all’indomani delle stragi, la coscienza emotiva che aveva riempito le piazze di persone che mai avrebbero pensato di ritrovarsi a camminare per le strade contro la mafia, e non in sua difesa. Molti di questi si pentirono, iniziarono a collaborare con la giustizia, proprio per l’effetto che quei fatti atroci ebbero sulle loro coscienze. Il sacrificio di quegli uomini, di Falcone, di Borsellino, e di tutti coloro che in quelle stragi persero la vita, serve per evitare errori commessi all’epoca — errori che non devono essere ripetuti oggi. Questo è uno strumento di lotta alla mafia – il primo strumento di lotta. Oggi la mafia si nutre di corruzione, e l’alimenta: non predilige più la violenza cruda, esplicita, teatrale. È oltre. Intuisce, prevede i cambiamenti della società, e si preoccupa di ottenere e preservare quel consenso sociale di cui tanto ha bisogno, principalmente attraverso la corruzione invisibile. È questa oggi la forza delle mafie».
Questioni tutt’altro che nuove soprattutto qui, in Lombardia, dove gran parte della recente cronaca giudiziaria è disseminata di processi per reato di associazione mafiosa, corruzione, turbativa d’asta, etc.

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Ritengo opportuno riportare qui di seguito, almeno nei suoi punti salienti, l’intervento del PM Antonino Di Matteo che tante riflessioni ha suscitato, cui non è necessario aggiungere parole, e che merita certo anche qui una posizione di rilievo.

«Oggi si parla tanto di criminalità organizzata, delle infiltrazioni della ‘ndrangheta, soprattutto in Lombardia. Ricordiamo che Cosa Nostra è stata l’unica organizzazione al mondo ad aver ucciso Presidenti della Regione, prefetti, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, ufficiali dei carabinieri, indistintamente. L’unica organizzazione criminale nel sistema economico e politico occidentale che in determinati periodi ha letteralmente fatto politica, ma a suon di bombe. Nell’escalation del terrore, tra il ‘92 e il ’93 numerosi attentati si susseguirono, tra Roma, Firenze, Milano. La sensazione che subito si ebbe fu quella di un attacco frontale, sferrato dalla mafia corleonese direttamente nei confronti dello Stato. Lo stesso Ciampi affermò di aver temuto fortemente il colpo di stato. Ricordiamo che si parla dell’unica organizzazione mafiosa ad aver dimostrato di essere in grado di condizionare pesantemente le vicende politiche del Paese, e di avere dunque rapporti con soggetti politici d’altissima caratura – e mi riferisco qui a Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi, ai precedenti presidenti della regione Sicilia, On. Cuffaro – definitivamente condannato per favoreggiamento aggravato associazione mafiosa – e On. Lombardo – condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. La mafia ha continuato per anni da allora a condizionare la politica ai più alti livelli nazionali. Come se ciò non bastasse, le sentenze giudiziarie passate sono state attutite e affievolite dalla confusione fomentata di notizie. Agli atti della sentenza sul processo che subì Andreotti troviamo la prescrizione per fatti gravissimi avvenuti prima del 1980, tra cui l’omicidio Mattarella. Ribadisco: prescrizione. Tuttavia per l’opinione pubblica è stato un processo fallimentare. Lo stesso accade per il processo Dell’Utri, che lo condanna promotore e garante del patto di protezione stipulato nel ‘74 e rispettato fino al ‘92 tra Berlusconi e i capi delle famiglie mafiose palermitane.

In tutto questo scenario confuso, l’esigenza di verità ci impone di avere il coraggio della chiarezza. Noi abbiamo visto morire i nostri colleghi, e non lo dimentichiamo: pretendiamo almeno il rispetto della verità. Dalle stragi ad oggi, nella lotta alla mafia sono stati fatti grandi passi avanti, anche grazie alle misure di prevenzione, ma tutto questo ha riguardato prevalentemente la repressione dell’area militare e militante di Cosa Nostra. Ma non basta, non è questa la direzione in cui proseguire, non solo.

Salvatore Cancemi, pentito, aveva stabilito con altri i dettagli operativi e organizzativi delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Nel corso di un interrogatorio mi disse: “Se noi non avessimo i rapporti con la politica, l’imprenditoria, il mondo delle professioni e le istituzioni, non avremmo tutta la forza che abbiamo”. Per questo bisogna recidere definitivamente quei rapporti, colpire chi consapevolmente collude con Cosa Nostra e le organizzazioni mafiose. E per quanto periodicamente accada che alcuni politici attacchino o critichino l’operato dei magistrati, e ricordino – o fingano di ricordare – quello di Falcone e Borsellino, contrapponendolo a quello dei magistrati di oggi, forse non ricordano che agli stessi magistrati assassinati erano allora state riservate le stesse, identiche accuse. “Il dramma umano è quello della difficoltà di dimostrare l’esistenza di un reato nei rapporti tra politica e mafia, perché il disvalore del rapporto non si può esaurire solo se quel rapporto indica l’ipotesi di un reato: si rafforzano indirettamente il prestigio e la forza dell’organizzazione mafiosa anche senza commettere quei reati che consideriamo tangibili, anche attraverso azioni simboliche, rituali. Finché la politica continuerà a rifugiarsi dietro il comodo paravento della sentenza definitiva, non ci sarà speranza”. La situazione non è migliorata da quando Borsellino pronunciava queste parole, anzi: è peggiorata. Allora, peraltro, ancora non c’erano le sentenze definitive della magistratura. Oggi ci sono – mi riferisco qui ai casi Dell’Utri, Berlusconi – eppure quegli uomini politici non sono stati allontanati dalla politica, anzi, discutono ancora oggi di riformare quella stessa Costituzione sulla quale anche Borsellino aveva giurato.

Sono convinto del fatto che ciascuno di noi dovrebbe fare una riflessione di rivoluzione culturale: siamo abituati a pensare alla lotta alla mafia e alla lotta alla corruzione come a due entità distinte, due percorsi separati. Abbiamo un doppio binario di velocità nei processi, nelle condanne e negli strumenti di giustizia – abbiamo strumenti da una parte inadeguati. Ma la realtà comune a tutti i processi è che attraverso queste condotte criminali (corruzione, turbativa d’asta) le mafie orientano l’attività politica e delle pubbliche amministrazioni. Sono fenomeni criminali perfettamente integrati nei varii sistemi. Il doppio binario deve venire meno. La lotta alla corruzione deve diventare priorità vera, giacché il sistema criminale è integrato: mafiosi, corrotti e corruttori si muovono nello stesso alveo. Oggi centinaia di mafiosi militanti sono giustamente in carcere, sepolti dal 41bis — i soggetti definitivamente condannati per corruzione sono solo una trentina. In Italia non c’è il sistema repressivo legislativo adeguato alla gravità di un fenomeno che sta costituendo un vero e proprio cancro nel nostro tessuto sociale.

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Da troppo tempo si parla di guerra tra politica e magistratura. E, lasciatemi dire: al di là degli errori che la magistratura può certo aver commesso, la realtà è un’altra; non c’è una guerra bilaterale, ma è in atto da almeno vent’anni un’offensiva intensa, unilaterale, di quella parte politica consistente e trasversale che non sopporta che il controllo della magistratura si estenda anche al modo in cui si muove l’agire dei governanti – il suo agire.

I tanti tentativi in atto di burocratizzazione della Magistratura, tra riforme e responsabilità civile per i magistrati, tendono a renderla obbediente nei confronti del potere, timida nei confronti dei potenti. Per questo dobbiamo batterci senza compromessi: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono un patrimonio di libertà, soprattutto per gli ultimi cittadini».

Antonino Di Matteo, PM di Palermo dal 1999 e presidente dal 2012 dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo, si occupa attualmente delle indagini sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, avvenute il 23 maggio e il 19 luglio del 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini delle rispettive scorte.

Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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