La chiusura dell’Università ha scatenato i troll

La decisione del Rettore Gianluca Vago — evitare due giorni di mobilitazione organizzati dal Comitato No Expo optando per tre pacifici giorni di Università chiusa — già a prima vista non brilla per logica e buon senso. Sfugge come si possa tutelare il diritto allo studio chiudendo l’Università; prevenire la possibilità di un’occupazione occupando a propria volta. Una misura preventiva che somiglia tanto all’idea di amputarsi l’avambraccio per non slogarsi il gomito, e che ha creato non pochi disagi agli studenti e ai lavoratori che venerdì mattina si sono trovati davanti alle porte chiuse, senza nessun preavviso, nel bel mezzo della sessione invernale. Come unica giustificazione, i “motivi di sicurezza” riportati da fogli A4 stampati e affissi alla bell’e meglio.

Pure con l’anno sbagliato
Pure con l’anno sbagliato

“Motivi” che sono stati poi esplicitati dallo stesso rettore ai microfoni del TGR (cito dall’edizione delle 14 di sabato 17), per rendere ragione di una soluzione così drastica:

«Gruppi aggressivi, violenti, che hanno minacciato, che hanno spaccato le bottiglie in testa ai miei dipendenti, che hanno spaccato la faccia a uno studente, che hanno minacciato ripetutamente i nostri studenti in Consiglio d’Amministrazione e in Senato Accademico».

Ora, prima che sbarriate porte e finestre pensando che i miliziani dell’ISIS abbiano conquistato il centro di Milano, specifichiamo: il Rettore fa riferimento al pestaggio di uno studente dell’Accademia di Brera, avvenuto al termine di una festa organizzata (illegalmente) in Statale la notte del 14 febbraio 2013, per cui furono inizialmente arrestati due ragazzi di Scienze Politiche, uno dei quali rilasciato poco dopo, senza che mai si chiarissero i particolari della vicenda. Per il resto si tratta di affermazioni dello stesso Vago, a quanto ci risulta mai meglio specificate o dimostrate, risalenti al tempo dello sgombero definitivo della libreria occupata Ex-Cuem, a maggio 2013.

Anche tralasciando l’intervallo di quasi due anni (taciuto dalla genericità un po’ tendenziosa delle dichiarazioni del Rettore), non si coglie comunque il nesso con le iniziative in programma per questo fine settimana: oltre all’assemblea nazionale — che si è comunque tenuta negli spazi ex-Anpi occupati venerdì sera in via Mascagni, 6 — era prevista una serie di laboratori tematici per discutere dei problemi connessi all’Expo e allo sfruttamento del territorio, e una festa il venerdì sera.

Probabilmente è stata quest’ultima a destare preoccupazione, nonostante la relativa frequenza di feste simili, organizzate anche nei mesi successivi al famigerato pestaggio, senza che mai l’amministrazione universitaria se ne desse particolare pena. D’altra parte si viene qui al punto focale della questione: se c’è la volontà (sacrosanta) di impedire attività illegali e potenzialmente pericolose all’interno dell’Ateneo, bisogna impedire quelle, non tutte le attività. Diventa difficile altrimenti stabilire quale sia il danno maggiore.

Per quanto, festa a parte, le assemblee e i laboratori difficilmente si possano separare dalla libertà di movimento e associazione di cui gli studenti dovrebbero godere all’interno di un’Università pubblica, la logica della chiusura preventiva non sta in piedi nemmeno sotto un’ottica strettamente legalitaria: appare anzi come un passo indietro, un’ammissione di sconfitta. E sembra aggiungere al danno la beffa il mastodontico spiegamento di forze di polizia attorno a Festa del Perdono, nonostante la chiusura.

camionette fdp

Di fronte a questa situazione paradossale e senza precedenti, ci si sarebbe aspettati almeno un fronte comune di indignazione. Invece, sembra che la maggior parte degli studenti non abbia colto la gravità della cosa. Nessun commento da parte della lista di rappresentanza UniLab, tiepida presa di posizione da parte di Unisì:

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La Lista Aperta Obiettivo Studenti, invece, ha appoggiato la decisione del rettore, ritenendo “ingiusto che per via del rumoroso capriccio di alcuni vengano danneggiati tutti gli studenti che ogni giorno vanno in Università per studiare e passare le proprie giornate”.

Corteo
Corteo

Su questo filone, che capovolge ogni logica attribuendo la responsabilità del disagio non a chi l’ha causato ma ai collettivi studenteschi fatti oggetto di giustizia preventiva, si inseriscono molti altri commenti espressi sui social network: un panorama desolante anche al netto dei troll e della naturale riduzione del quoziente intellettivo che colpisce i partecipanti di una qualsiasi discussione online.

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Dalla parte dei professori si rileva un certo silenzio, rotto per il momento solo dal prof. Aldo Giannulli, di Scienze Politiche, che in un intervento sul suo blog ha definito quella del rettore una “scivolata che si poteva evitare”.

Ma è probabile (e auspicabile) che prese di posizione più nette arrivino nei prossimi giorni da parte di tutte le componenti universitarie, rispetto ad un provvedimento unilaterale e largamente ingiustificato, che non andrebbe tollerato con tanta leggerezza anche per lo spiacevole precedente che va a costituire.

Sebastian Bendinelli
@se_ba_stian

Sebastian Bendinelli
In missione per fermare la Rivoluzione industriale.

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