Del: 13 Gennaio 2015 Di: Stefano Santangelo Commenti: 0
“Al momento di marciare/molti non sanno/che alla loro testa marcia il nemico.//La voce che li comanda/è la voce del nemico.//E chi parla del nemico/è lui stesso il nemico” Bertold Brecht, Il nemico.
“Al momento di marciare/molti non sanno/che alla loro testa marcia il nemico.//La voce che li comanda/è la voce del nemico.//E chi parla del nemico/è lui stesso il nemico” Bertold Brecht, Il nemico.

La foto del fronte unito e compatto di statisti che marciano in capo al corteo della cosiddetta “Marche Republicaine” ha già fatto bella mostra di sé sulle prime pagine delle testate di tutto il mondo. È un’immagine che vuole essere fortemente simbolica, suggerendo l’idea di un fronte pacifico, unito, internazionale, che marcia dinanzi al popolo francese, anch’esso compatto e indiviso nella comune indignazione, in nome di principi comuni di libertà e civiltà contro la barbarie del terrorismo e del fanatismo. E tuttavia, con una minima ricerca, non sembra plausibile credere davvero che ciò che unisce tutti quei potenti sia il desiderio di difendere i diritti umani.

L’altroieri Daniel Wickham, co-presidente della Middle East Society della London School of Economics and Political Science e volontario per il BIRD (Bahrain Institute for Rights and Democracy) e per l’ALQST (associazione che si occupa del rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita), ha fatto efficacemente notare su Twitter come gli statisti in marcia ieri a Parigi, all’apparenza convinti difensori delle libertà di stampa e di espressione, provenissero in molti casi da Paesi in cui questi diritti non sono sempre rispettati, per non dire apertamente calpestati.

A quella sfilata di poche centinaia di metri e in un cordone separato dal corpo della manifestazione erano infatti presenti i fulgidi paladini delle libertà che verranno elencati di seguito, insieme ad alcune considerazioni ed esempi a riguardo della situazione di rispetto dei suddetti diritti nei loro Paesi di provenienza1.

Il re di Giordania, Abd Allah II. In Giordania la costituzione sancisce la libertà di stampa, ma tramite vaghe clausole nella legislazione a riguardo si esercita di fatto un forte condizionamento sulla libertà di quest’ultima. Per reati d’opinione i giornalisti possono essere giudicati secondo il codice penale o dalla Corte per la sicurezza dello Stato, una sorta di tribunale militare. La maggior parte dei media sono di proprietà statale. Nel corso del 2013 si sono anche inasprite le misure contro i locali siti internet di informazione, e si è registrato un aumento delle intimidazioni e delle violenze nei confronti dei giornalisti da parte di ignoti ma anche di forze di polizia. Nel 2014 è stato condannato in contumacia ai lavori forzati lo scrittore ed accademico palestinese Mudar Zahran, proveniente dalla Giordania e collaboratore con articoli d’opinione per il Jerusalem Post, in uno dei quali aveva affermato che re Abdullah avesse effettuato pressioni durante la sua visita negli Stati Uniti per ottenere il controllo su Gerusalemme Est e diventare così un alleato chiave, anche più di Israele, per gli interessi della Casa Bianca nel Medioriente.

Il primo ministro della Turchia, Ahmet Davutoğlu. La Turchia è il Paese che, secondo il report del CPJ (Committee to Protect Journalists), sia nel 2012 sia nel 2013 si è aggiudicata il record per il numero di giornalisti detenuti, rispettivamente 49 e 40. Durante le proteste di piazza Taksim la polizia ha eseguito violenze e arresti anche nei confronti dei giornalisti. I diritti costituzionali di libertà di stampa e di espressione sono di fatto aggirati tramite l’applicazione della legge antiterrorismo, inoltre esistono svariati articoli penali che sanciscono i reati di diffamazione, di denigrazione della nazione turca, di offesa pubblica ai valori religiosi. Il 6 gennaio 2015 la giornalista olandese Frederike Geerdink, che lavorava in Turchia ed è attiva nel documentare la situazione curda, è stata arrestata da una squadra antiterrorismo con l’accusa di aver effettuato propaganda nei confronti di un organizzazione terroristica; aveva postato su Twitter una foto di giovani curdi che sventolavano bandiere del PKK e raffiguranti Öcalan presso il confine nei dintorni di Kobanê.

Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu. Nel novembre 2012 missili israeliani colpirono gli studi della palestinese al-Quds TV, causando sette feriti, uccidendo due cameraman della stessa televisione, colpiti da un missile mentre si trovavano in auto. Nel 2013 è riportato un attacco con proiettili di gomma e granate stordenti da parte dell’esercito israeliano ai danni di alcuni fotografi presso Kalandia, tra cui l’italiano Marco Longari, che ha rischiato di morire avendo evitato di essere colpito in un occhio solo perché il proiettile di gomma è stato fermato dal corpo della macchina fotografica. È inoltre di Israele la responsabilità della morte di sette giornalisti in territorio palestinese durante il 2014, tra cui l’italiano Simone Camilli, ucciso durante un’operazione di sminamento. Nello stesso anno solo su territorio siriano si è registrato un numero maggiore di giornalisti uccisi (15).

Il ministro degli esteri dell’Egitto, Sameh Shoukry. La nuova costituzione del Paese sancisce la libertà di stampa, ma l’ambiguità della formulazione permette l’esistenza di leggi che sanciscono la possibilità di censura su temi religiosi, sociali e politici e di carcerazione per i giornalisti. Nel 2013, durante il massacro di piazza Rabi’a al-‘Adawiyya, furono uccisi quattro giornalisti e arrestati svariati altri, tra cui Abdallah Elshamy, corrispondente per Al Jazeera, e il fotografo Shawkan; quest’ultimo è tuttora detenuto. Nel novembre 2014 lo studente egiziano Karim al-Banna è stato arrestato per aver scritto su Facebook di essere ateo.

Il ministro degli esteri della Russia, Sergej Viktorovič Lavrov. In Russia la libertà di stampa è fortemente limitata dalla pressione effettuata dal governo tramite leggi repressive e la corruzione delle corti di giustizia. Sono considerati reato l’esprimere idee estremiste (identificate in modo ampio e vago), l’uso di linguaggio osceno, la promozione delle “relazioni sessuali non tradizionali”, la blasfemia e la diffamazione. Dal 10 settembre 2014 il giornalista e blogger Dmitry Shipilov è detenuto per “aver insultato un dipendente del governo nel corso del suo lavoro”.

marche nomi

Il ministro degli esteri dell’Algeria, Ramtane Lamamra. Anche se negli ultimi anni, dall’abolizione dello stato di emergenza in effetto dal 1992 al febbraio 2011, la condizione della libertà di stampa nel Paese è migliorata, rimangono in vigore leggi che criminalizzano la diffamazione e le offese verso il presidente, il parlamento, la magistratura e le forze armate, ed è attiva la censura. Dal 18 agosto 2013 il giornalista Abdessami’ Abdelhai è stato detenuto per quindici mesi senza processo.

Il ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdallah Bin Zayden Al Nahyan. La costituzione del paese sancisce la libertà di espressione, ma il governo di fatto la limita in ogni modo possibile; il paese è considerato uno dei più repressivi del mondo arabo quanto alla libertà di stampa. Nel 2013 il giornalista egiziano Anas Fouda è stato detenuto in isolamento per un mese senza processo per motivi poco chiari.

Il primo ministro della Tunisia, Mehdi Jomaa. La nuova costituzione tunisina sancisce la libertà di stampa, ma di fatto nel Paese sono frequenti le accuse per diffamazione e le violenze sui giornalisti anche da parte delle forze dell’ordine. A Novembre il blogger Yassine Ayari è stato condannato a tre anni di detenzione per “aver diffamato l’esercito” sulla sua pagina Facebook.

Il primo ministro della Georgia, Irakli Garibashvili. Anche se la Georgia è probabilmente il Paese che garantisce la maggiore libertà di espressione della regione caucasica, ha una lunga storia di violenze e pressioni sui giornalisti, soprattutto nei periodi di elezioni. Ad esempio nel maggio 2011 la polizia caricò e colpì con lacrimogeni e proiettili di gomma numerosi dimostranti e una dozzina giornalisti durante una manifestazione antigovernativa a Tbilisi.

Il primo ministro della Bulgaria, Bojko Borisov. La costituzione del Paese garantisce la libertà di stampa e di espressione, ma è punibile con ampi margini la diffamazione, e spesso le istituzioni negano le richieste di trasparenza. Come per la Georgia, non sono rari nella storia della nazione episodi di violenza contro i giornalisti: nel 2013, ad esempio, almeno sette di essi e un blogger sono stati vittime di violenza da parte delle forze di polizia mentre coprivano una manifestazione fuori dal parlamento a Sofia.

L’attorney general degli Stati Uniti, Eric Holder. Il primo emendamento garantisce la libertà di stampa, ma è negli Stati Uniti che nel 2013 è stato condannato a 35 anni di carcere, nell’ambito del caso Wikileaks, il soldato Bradley Manning, con l’accusa di aver trafugato documenti riservati. Inoltre, il 13 agosto 2014, durante le proteste di Ferguson, due giornalisti del Washington Post hanno subito violenze da parte della polizia e uno di loro, Wesley Lowery, è stato arrestato.

Il primo ministro della Grecia, Giorgos Samaras. Con l’accentuarsi degli effetti della crisi economica e l’inasprimento della repressione delle conseguenti manifestazioni di dissenso, nel Paese la situazione per i giornalisti è andata sempre più peggiorando: lo scorso giugno, durante una manifestazione ad Atene, la polizia ha causato violenze alla fotografa Tatiana Bolari e al giornalista Marios Lolos. Sempre ad Atene a novembre, durante una manifestazione di commemorazione dell’insurrezione al politecnico del 1973, la polizia ha manganellato due giornalisti di VICE, Antonis Diniakos e Alexia Tsagkari.

Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg. Ad oggi, nessuno ha ancora risposto dell’uccisione di 16 giornalisti durante i bombardamenti NATO in Serbia degli edifici della RTS (Radio Televizija Srbije) del 23 Aprile 1999.

Il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta. Il Mali è considerato uno dei Paesi africani più rispettosi della libertà di espressione e di stampa; tuttavia, durante lo stato di emergenza proclamato dal 12 gennaio al 16 luglio del 2013 durante le rivolte di Tuareg e islamisti nel Nord, la giornalista francese Dorothée Thiénot ha affermato stata espulsa dalla città di Gao e di aver subito intimidazioni da parte delle forze dell’ordine dopo aver documentato accuse di violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito.

marche partecipanti

Il ministro degli esteri del Bahrain, Khalid bin Ahmed Al Khalifa. Nonostante la costituzione sancisca le libertà di stampa e di espressione e il re Hamad definisca la stampa come “la pietra angolare dei diritti umani e uno specchio della nostra nascente democrazia”, la legge sulla stampa del 2002 legittima un’estrema repressione sull’operato dei media. Dal 2011 numerosi giornalisti hanno subito violenze, sono stati arrestati o deportati; viene fatto uso della tortura sui detenuti.

Il fratello dell’emiro del Qatar, Abdallah ben Tamim al-Thani. La costituzione del Qatar sancisce che la libertà di espressione è limitata dalle circostanze e condizioni dettate dalla legge, e la legge sulla stampa del 1979 e la legge antiterrorismo permettono ampi margini di azione. La stessa Al-Jazeera, la maggiore emittente televisiva del Qatar, pur libera di criticare gli altri Paesi, non può fare lo stesso col proprio. Nel 2013 in Qatar il poeta Mohamed Rashid al-Ajami è stato condannato a 15 anni di carcere; le motivazioni della sentenza non sono pubbliche, ma probabilmente derivano dalla pubblicazione del poema il cui titolo è traducibile come “Jasmine tunisina”, in cui si inneggia alla cosiddetta Primavera Araba.

Il presidente della Palestina, Mahmūd Abbās (Abū Māzen). Nei territori sotto il controllo dello Stato di Palestina sono segnalati arresti, detenzioni preventive e interrogatori di giornalisti, più frequenti nella striscia di Gaza, soprattutto quando questi ultimi cercano di coprire le manifestazioni popolari di dissenso contro la politica dell’autorità palestinese. Addirittura nel 2013 il giornalista Mamdouh Hamamreh, di Betlemme, è stato condannato a un anno di prigione per “aver insultato” su Facebook Abū Māzen.

Il primo ministro della Slovenia, Miro Cerar. In Slovenia nel 2013 un blogger è stato arrestato con l’accusa di aver diffamato sul suo blog due giornalisti.

Il primo ministro dell’Irlanda, Enda Kenny. In Irlanda vige una legge che sancisce il reato di blasfemia definendolo in modo poco circoscritto e lasciando dunque ampi margini a un’interpretazione arbitraria dello stesso.

Il primo ministro della Polonia, Ewa Kopacz. Nel giugno 2014 la sede del settimanale Wprost è stata perquisita dalle forze dell’ordine nel tentativo di recuperare delle registrazioni scomode per il partito al governo.

Il primo ministro del Regno Unito, David Cameron. Nell’estate del 2013 il governo britannico mise in atto la distruzione forzata dei documenti procurati da Edward Snowden, e minacciò misure legali nel caso in cui il giornale The Guardian avesse continuato a fornire informazioni sulle pratiche di sorveglianza di Stati Uniti e Regno Unito.

L’ambasciatore dell’Arabia Saudita in Francia, Mohammed bin Ismail Al Al-Sheikh. In Arabia Saudita la libertà di stampa non è riconosciuta. Non è tollerata la pubblicazione di materiali che possano essere considerati a danno della pubblica sicurezza o che “sminuiscano la dignità di un uomo”. Qualsiasi forma di espressione che insulti l’Islam è punibile con la morte. Pochi giorni fa Raif Badawi, un blogger saudita, ha scontato le prime cinquanta delle mille frustate a cui è stato condannato insieme a dieci anni di prigione per “aver insultato l’Islam”.

Il primo ministro della Spagna, Mariano Rajoy. Nel dicembre 2014 la Camera spagnola ha approvato la Legge sulla sicurezza pubblica (detta ley mordaza, legge bavaglio), che prevede 45 nuove infrazioni, tra cui il divieto di fotografare o riprendere membri delle forze dell’ordine durante le manifestazioni.

Il presidente dell’Ucraina, Petro Oleksijovyč Porošenko. Nel luglio 2014 è stato ritrovato morto il giornalista Serghei Dolgov, direttore del giornale Khaciu´ v SSSR («Voglio tornare all’URSS»), in cui raccoglieva le testimonianze di violazioni dei diritti umani da parte delle forze armate ucraine nella guerra civile in corso. Imputabile alle forze armate ucraine sarebbe anche l’uccisione del fotografo italiano Andrea Rocchelli e del suo interprete russo Andrey Mironov nel maggio dello stesso anno.

Il primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbán. Dalla legge sui media del 2010 la libertà di stampa è stata sempre più minacciata nonostante le pressione del parlamento europeo per rivedere la legislazione secondo standard comunitari. Nel 2012 ci fu il licenziamento di due giornalisti del servizio pubblico ungherese, l’MTVA, e la chiusura forzato di una radio avversa al governo, Klubradio. Nel 2014 una tassa sulla pubblicità approvata dal parlamento è stata accusata di avere come reale fine quello di impedire l’esistenza di media indipendenti.

Il presidente del Gabon, Ali Bongo Ondimba. Nel 2012 in Gabon sono state sospese le pubblicazioni di due settimanali, Ezombolo e La Une, con l’accusa di aver mancato di rispetto alle istituzioni e alle persone che le incarnavano, e nello stesso anno TV+, l’emittente televisiva di proprietà del principale leader d’opposizione è stata assaltata da uomini armati di fucili d’assalto e pistole, cosa che era già successa nel 2009. Nel 2013 Ezombolo è stato nuovamente sospeso per aver criticato il presidente Ali Bongo, insieme al supplemento satirico del giornale La Griffe, per oscenità, e a La Calotte, che aveva criticato l’operato di due ministri.

Mais ils sont tous Charlie.

Stefano Santangelo
@sfnsnt

  1. dove non meglio specificato i dati provengono dai rapporti del 2014 di Freedom House []
Stefano Santangelo
Studio lettere, scrivo e fotografo. Sarò un gonzo, ma mi piace il giornalismo di parte.

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