Un bagno di sangue sul Mar Rosso

Stefano Colombo
@Granzebrew

23 persone sono state uccise in Egitto durante la repressione governativa dei giorni scorsi; la mano pesante con chi insiste nel credere alla Rivoluzione del 2011 non è una novità: le vittime manifestavano, appunto, per ricordare i tumulti di Piazza Tahrir, di cui il 25 gennaio è caduto il quarto anniversario. Insieme a loro sono stati feriti altri 100 manifestanti e 516 membri della Fratellanza Musulmana sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo. Il 23 gennaio, ad Alessandria, una diciassettenne affiliata alla Fratellanza era stata raggiunta da un proiettile della polizia insieme a un suo compagno: i medici hanno salvato il ragazzo ma per lei non c’è stato nulla da fare. Si chiamava Sondos Rida Abu Bakr. Il giorno successivo, a ll Cairo, una militante del partito di sinistra laica Alleanza Popolare Socialista è stata colpita al polmone da un proiettile di gomma — un’arma che in teoria non dovrebbe essere letale e viene usata da diverse forze di polizia nel mondo per mantenere l’ordine pubblico. Si chiamava Shaimaa el-Sabbagh, aveva 35 anni e un figlio di 5. Il soccorso del marito e dei medici è stato inutile.

Un portavoce del Ministero della Giustizia ha dichiarato che la donna è stata centrata da un colpo esploso a una distanza di soli otto metri ma che non sarà possibile pubblicare i risultati dell’autopsia, dal momento che verranno secretati. La documentazione fotografica della tragedia è comunque molto ricca. Manca l’immagine che ritrae l’attimo esatto in cui qualcuno spara su el-Sabbagh, ma ce ne sono varie che mostrano come le forze di polizia stesse abbiano accerchiato e caricato un corteo innocuo e pacifico.

Egitto-collage

 Gli ufficiali delle forze dell’ordine negano che siano stati i loro uomini a uccidere Shaimaa el-Sabbagh e propongono una teoria che ricorda vagheggiamenti complottisti. Il Generale Abd al-Latif ha sostenuto che a sparare sarebbe stato un gruppo di manifestanti con lo scopo di ”screditare le forze dell’ordine agli occhi della popolazione”, asserendo che questa tattica sia già stata usata in passato dai Fratelli Musulmani, negli ultimi due anni accusati in Egitto più o meno di ogni crimine.

I Fratelli Musulmani, infatti, dopo quasi un secolo di semi-clandestinità nel 2012 erano riusciti risultare la prima forza politica alle elezioni e a imporre Mohamed Morsi come Presidente dell’Egitto. Ma nel breve giro di un anno la crisi economica, l’opposizione delle ricche monarchie del Golfo, una linea che strizzava l’occhio ai fondamentalisti islamici e una goffa gestione del potere favorirono il rovesciamento grazie a un colpo di stato militare, il 3 luglio 2013. Il golpe venne supportato in modo velato dalle cancellerie occidentali, da una fetta inizialmente molto consistente della popolazione egiziana e da buona parte dei governi mediorientali.

Nel mese successivo i militanti del movimento protestarono con forza contro la destituzione del Presidente e l’insediamento al suo posto del Generale al-Sisi, con sit-in, cortei e sommosse; la temperatura dello scontro sociale nel Paese crebbe in modo spaventoso fino al 14 agosto, quando le forze governative attuarono un colpo di mano, sgomberando gli assembramenti e i sit-in della Fratellanza. Fu la notte del massacro di Raba’a: 638 persone vennero carbonizzate all’interno dell’omonima moschea, in cui erano asserragliate per manifestare contro la giunta militare. Humans Rights Watch ha definito l’evento come ”Il peggior omicidio di massa nella storia moderna dell’Egitto”. La Fratellanza venne poi messa fuori legge e dichiarata gruppo terroristico dal governo di al-Sisi: chiunque ne faccia parte o collabori con essa viene classificato come terrorista e rischia pene pesantissime.

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Il movimento è stato costretto a rientrare in clandestinità. Qualche tempo fa aveva annunciato una serie di manifestazioni per questi giorni, che puntualmente si sono tenute e puntualmente sono sfociate in un bagno di sangue, in particolare nel quartiere del Cairo di al-Mataryyah, storica roccaforte del movimento: diciassette militanti sono morti il 25 gennaio. Le forze dell’ordine sostengono che ad Alessandria un giovane della Fratellanza fosse armato di un mitra col quale ”intimidiva la popolazione”; due suoi compagni di partito sarebbero poi morti mentre stavano per piazzare un ordigno sotto un traliccio — à la Feltrinelli. Tutti gli altri sono stati, semplicemente, uccisi.

Dal golpe del 2013 in Egitto ci sono stati più di mille morti causati dalla repressione governativa, in particolare tra i Fratelli Musulmani, come si diceva, ma anche tra le forze laiche o che addirittura all’inizio avevano fornito il proprio appoggio all’esecutivo di al-Sisi. Il partito di Shaima el-Sabagh era uno di quelli.

Il Generale si è contraddistinto inoltre per la linea dura sulla libertà d’informazione: ad esempio tre giornalisti di Al-Jazeera sono stati condannati a sette anni di carcere – ufficialmente perché ritenuti collusi, guarda caso, coi Fratelli Musulmani, ma più semplicemente per aver documentato la repressione. Molti osservatori dei diritti umani denunciano il ritorno delle forze di sicurezza a tecniche di tortura praticate durante il regime di Mubarak come le scariche elettriche, lo stupro e il cosiddetto ”spiedo”.

Mentre i tre giornalisti restano in galera, ieri è stata annunciata la scarcerazione di due figli dell’ex Presidente Mubarak, che avevano un ruolo politico attivo nel vecchio regime. I due sono ancora in attesa del processo per corruzione. Intanto, il presidente al-Sisi si è recato al forum economico di Davos, in Svizzera, dove ha ribadito che l’Egitto non è assolutamente pronto per la democrazia. È rimasto bloccato nel canton Grigioni da una tormenta e non ha potuto partecipare al funerale del re Saudita Abd Allah, morto qualche giorno fa. Ha già fatto sapere che andrà a breve a rendere omaggio alla casata reale, alla quale deve molto, essendo stata questa il suo principale sponsor nei giorni del golpe.

La rivoluzione egiziana poteva andare diversamente? Un altro Paese arabo che ha vissuto la cosiddetta “Primavera”, la Tunisia, dopo un governo formato da una forza filo-islamica è riuscita attraverso le urne a darsi un esecutivo laico. C’è ancora oggi chi ritiene che al-Sisi sia il minore dei mali in Egitto, sopratutto se confrontato con un potenziale governo della Fratellanza Musulmana, ma questo ragionamento contiene molte falle logiche, a cominciare dal fatto che si tratta di un ragionamento ipotetico. La strada militare, come si è inevitabilmente dimostrato nell’ultimo anno e mezzo, non era quella giusta per percorrere un sentiero di pacificazione nel Paese. Perché quando i militari escono dalle caserme coi fucili presto o tardi cedono alla tentazione di usarli, sopratutto se il “clima politico” nei confronti dei Fratelli Musulmani e degli altri gruppi che si oppongono alla giunta militare è quello del totale disprezzo.

E come sostenne pochi gironi dopo il golpe Bernard Guetta: «I militari nelle caserme non tornano più».

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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