Del: 2 Febbraio 2015 Di: Marta Clinco Commenti: 1

Marta Clinco
@MartaClinco

Zona sud di San’a, Yemen.
Solo un paio di settimane fa la giornata iniziava al suono di mitragliatrici e artiglieria, con gli scontri tra i miliziani ribelli Houthi e le unità militari fedeli al presidente Hadi. Tra le sei del mattino e il tardo pomeriggio, mentre le agenzie si rincorrevano azzardando ipotesi su chi mai avesse esploso il primo colpo, il fuoco non cessava, e si contavano già le prime vittime. Le versioni sono inizialmente contrastanti: alcune fonti riferiscono del tentativo degli Houthi di creare un nuovo punto di controllo in città, troppo vicino al palazzo presidenziale; altre riportano del bombardamento immotivato della Guardia Presidenziale ai danni di una postazione Houthi già stabile e consolidata nella zona. Le versioni ufficiali, tuttavia, hanno riferito poi concordemente dell’assedio e dell’incursione Houthi nel palazzo del Presidente (in realtà, residenza dell’ex Presidente Ali Abdullah Saleh, nella quale pare fossero tuttavia custodite delle armi) e dell’assembramento nei pressi della sua abitazione privata, dove si sono naturalmente verificati scontri con le guardie poste a sicurezza dell’edificio.

Ribelli Houthi e manifestanti

La stessa sera del 20 gennaio, il trentaduenne Abdel Malek al Houthi – leader giovanissimo degli Houthi, cui dà persino il nome – trasmette dall’emittente televisiva locale il messaggio diretto al presidente Hadi, nel quale richiede l’immediata messa in atto dell’accordo di pace stipulato al termine degli scontri avvenuti nel settembre scorso; in quell’occasione, i ribelli avevano preso il controllo di alcuni edifici governativi, tra cui il Ministero della Difesa, il Quartier Generale dell’Esercito, la sede del Parlamento, la Banca Centrale, le sedi della radio e della tv pubbliche — tutti edifici occupati in larga parte senza combattimenti: pare infatti che l’esercito governativo avesse abbandonato il campo, che alcuni soldati si fossero tolti le divise per evitare di cadere prigionieri dei ribelli, e che durante gli scontri il primo ministro Mohammed Salem Basindwa si fosse dimesso accusando il presidente di non aver saputo gestire un auspicabile processo di pace. Processo che tuttavia ci fu, e che avrebbe dovuto portare a maggiori diritti per gli Houthi, oltre a “maggiori margini di trattativa” nel processo di riforme che il presidente Hadi, in carica dal 2012, stava tentando teoricamente di portare avanti: con l’appoggio dell’ONU, era prevista la consultazione delle varie forze politiche al fine di eleggere un’assemblea costituente e definire dunque una nuova Costituzione per il Paese, processo che tuttavia continuava ad essere drasticamente rallentato per diversi motivi.

E così le milizie Houthi – parte del gruppo di ribelli conosciuto come Ansar Allah, “Partigiani di Dio”, sciiti zaidisti stanziati prevalentemente nel nord del Paese – accusano ora di nuovo e con più forza l’operato incerto, inefficiente e debole di Hadi, il presidente figlio di quella primavera araba, di quel fermento di rivolte che anche in Yemen contribuì a scuotere dalle fondamenta il governo saldamente stretto nelle mani dell’ormai ex presidente Saleh per 33 lunghi anni — fermento che gettò il Paese nel caos, nei disordini e nella guerriglia, aumentando drammaticamente il numero delle vittime tra i soldati dell’esercito yemenita, tra i ribelli, tra le forze separatiste del Sud che cercano l’indipendenza, tra i civili e gli innocenti.

Nelle ore immediatamente successive all’attacco al palazzo presidenziale, avvenuto il 20 gennaio, Hadi si era detto disposto a fare alcune concessioni ai ribelli Houthi, affermando persino che “hanno il diritto di assumere cariche dirigenziali in tutte le istituzioni del Paese”. I ribelli, di contro, avrebbero rilasciato il capo del gabinetto del Presidente, rapito nei giorni precedenti l’assalto, e si sarebbero ritirati dai palazzi governativi occupati a San’a.
Tuttavia, giunge solo poche ore più tardi la notizia delle dimissioni del primo ministro Khaled Bahah, restio a scendere a patti con i ribelli, in quello che definisce “un labirinto politico senza uscita”; insieme a lui, si dimette in toto anche il governo e, infine, il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi.

Dunque, come reciteranno molti titoli, “il 22 gennaio in Yemen si sono dimessi tutti”: gli Houthi hanno preso il controllo del Paese e proposto di formare un esecutivo a cui prendano parte anche i ribelli.

Leader Houthi al Houthi e expres Hadi

Il 27 gennaio, gli Houthi hanno annunciato l’avvenuto rilascio di Ahmed Awad bin Mubarak, il capo di gabinetto del Presidente, il cui sequestro il 17 gennaio aveva certamente contribuito a fomentare la crisi politica che avrebbe portato alle dimissioni governative di massa.
Il 30 gennaio, i ribelli hanno conquistato una base militare USA dove nel 2012 le forze statunitensi avevano organizzato un campo di addestramento antiterrorista per combattere i jiahdisti di al-Qaeda — ma è solo uno dei diversi siti militari presi di recente, tra cui il quartiere generale delle forze speciali paramilitari.

Pochi giorni fa, decine di manifestanti che partecipavano a una manifestazione nella capitale San’a sono stati dispersi dai ribelli Houthi, che hanno sparato in aria e caricato la folla che manifestava contro la crisi politica del Paese ed esprimeva dissenso per il controllo imposto dagli Houthi a seguito dei recenti stravolgimenti. Il bilancio riporta dieci feriti, oltre all’arresto da parte dei ribelli di diversi manifestanti e giornalisti.

È di poche ore fa, invece, la notizia della deadline fissata dagli Houthi a tre giorni da oggi: toccherà alle forze politiche colmare il vuoto di potere seguito alle dimissioni del Presidente e dei membri del governo; nel caso in cui ciò non avvenga, i ribelli procederanno all’instaurazione di un regime e di un sistema autonomi. L’annuncio – diffuso attraverso un comunicato di al Masirah, l’emittente tv degli Houthi – giunge al termine di un lungo consiglio politico durato diversi giorni. A fronte di due anni d’instabilità e precarietà profonde, non è per nulla verosimile (anzi, sarebbe folle) pensare che le forze politiche in gioco saranno in grado di reagire prontamente e dare risposte concrete all’ultimatum dei ribelli in sole 72 ore.

Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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