L’America di Wim Wenders in mostra a Villa Panza

Elena Buzzo
@ele_buzzo

Durante l’estate del 2014 Wim Wenders si reca in visita a Villa Panza, gioiello del varesotto risalente alla metà del XVIII secolo e successivamente ristrutturata e ampliata dall’architetto Luigi Canonica. La villa ospita nelle sue 700 stanze – oltre all’arredamento del XVI-XIX secolo – un centinaio di opere d’arte contemporanea: dall’espressionismo astratto all’arte concettuale, dalla pop art all’arte ambientale. Il merito di questa particolarissima collezione va a Giuseppe Panza, conte di Biumo che, dalla metà degli anni ’60 del Novecento, ha raccolto le più importanti testimonianze di un’arte allora sconosciuta al grande pubblico europeo. Panza, durante un viaggio negli Stati Uniti, resta affascinato dall’espressionismo astratto americano e lo porta in Europa.
La passione per gli Stati Uniti accomuna Giuseppe Panza e Wim Wenders, che infatti decide di utilizzare gli spazi della villa per una mostra tutta sua e tutta americana.

Western World Development, Near Four Corners, California, 1986
Western World Development, Near Four Corners, California, 1986

«Considero Villa Panza un luogo che rappresenta il cuore della cultura europea e al tempo stesso, grazie alla collezione Panza, l’unione tra l’Europa e l’America nella sua piena espressione. Non avevo mai pensato a una mostra dedicata all’America, ma questo luogo me l’ha ispirata e penso sia stato un grande privilegio poterla fare».

Così dal 16 gennaio al 29 marzo la villa ospita 34 fotografie scattate dal regista nei più remoti spazi del Nord America, dal New Mexico al Montana, dal Texas alla California.
Dagli anni ’70 al 2003, infatti, Wenders fa lunghi viaggi negli Stati uniti per trovare l’ispirazione per l’ambientazione dei suoi film. Un esempio è il quadro fotografato dal regista tedesco in un hotel in Arizona, che egli stesso definirà “una versione da sogno dell’inizio perfetto di un road movie”. Era il 1983 e un anno dopo Wenders comincia a girare Paris, Texas uno dei suoi più famosi film, che si apre proprio con una inquadratura che ricorda proprio quel quadro e che ha tutte le caratteristiche del perfetto road movie.

Lounge Painting # 1, Gila Bend, Arizona, 1983
Lounge Painting # 1, Gila Bend, Arizona, 1983

«I paesaggi danno forma alle nostre vite, plasmano il nostro carattere, definiscono la nostra condizione umana. Il mio approccio ai luoghi è molto diverso. Se devo girare un film e ho in mente una storia, viaggio alla ricerca di quei luoghi che possono aiutarmi a raccontare quella storia (…). Molto diverso invece è quando viaggio, da solo, e ascolto i luoghi che incontro».

Infatti, se inizialmente per Wenders la fotografia era semplicemente un mezzo di ricerca e ispirazione artistica, diventa presto una vera e propria passione che caratterizzerà tutta la sua carriera, come si può notare per esempio dal suo ultimo lavoro cinematografico, scritto a quattro mani con Sebastiao Salgado, Il sale della Terra, vero e proprio omaggio al nostro pianeta, attraverso gli scatti del fotografo brasiliano.

La rappresentazione della potenza della natura è un altro tema portante degli scatti di Wim Wenders, che catturano paesaggi incontaminati, infiniti ma claustrofobici, trasmettendo inquietudine e pace allo stesso tempo; l’abisso del nulla e il ritmo della vita si alternano inesorabilmente.

Indian Cemetery in Montana, 2000
Indian Cemetery in Montana, 2000

Wenders riesce a cogliere l’essenza dei luoghi e le sue foto diventano vere e proprie testimonianze visive di una realtà che il fotografo vuole trasmettere. Da qui nasce la scelta di presentare gli scatti in formato molto grande, così che lo spettatore si senta avvolto e trasportato nel luogo rappresentato.
Nel veicolare lo spettatore verso una vera e propria esperienza sensoriale, le foto di Wenders non sono solo testimonianze della bellezza della natura, ma hanno un profondo significato — come si può vedere dalla sequenza di cinque scatti del novembre 2001, dedicata a Ground Zero che chiudono la mostra con un una sorta di silenziosa preghiera. Sono scatti carichi di dolore e dai toni apocalittici, ma invasi da una luce che Wenders interpreta come un miracolo divino e ci rende partecipi di questo momento unico, invitandoci a riflettere sul dramma collettivo.

New York, November 8, 2001, III. 2001
New York, November 8, 2001, III. 2001

«Ero pittore e il mio unico interesse era lo spazio; soprattutto paesaggi e città. Sono diventato cineasta perché sentivo che – come pittore – mi trovavo ad un punto morto. Ai dipinti mancava qualcosa e mancava nel lavoro del pittore; personalmente pensavo che mancasse una nozione del tempo. Così quando ho cominciato a fare film, all’inizio, mi consideravo un pittore di spazio in cerca del tempo. Non mi è mai accaduto di chiamare ciò “narrare”. Ho dovuto rendermi conto col tempo che lo é. Credo di essere stato molto ingenuo.»

Wenders è un artista a tutto tondo, in continua evoluzione, e prova una grande fascinazione per ogni processo creativo, artistico e narrativo che considera l’unica vera avventura ancora possibile nell’epoca moderna; testimonianza di ciò sono, oltre che le sue esperienze artistiche – che spaziano dalla pittura, al cinema, alla fotografia – alcuni dei suoi film che hanno come protagonisti uno stilista quale Yohji Yamamoto nel docufilm Appunti di viaggio su moda e città, i Buona vista social club nell’omonimo film, la coreografa e ballerina Pina Baush in Pina e Sebastiao Salgado ne Il sale della Terra, con lo scopo di cogliere l’elemento in comune tra i diversi linguaggi artistici.

A differenza dei suoi film però, dove l’uomo è l’indiscusso protagonista, negli scatti americani Wenders sostituisce l’uomo con i palazzi.

L’architettura ha, infatti, un ruolo centrale nella concezione artistica del regista tedesco che dichiara: «Gli architetti sono, secondo me, dei grandi colleghi di cineasti e fotografi come creatori di immagini».
Altro tema portante della concezione artistica di Wenders è quello della luce. Il regista tedesco è stato infatti più volte definito dalla critica “l’artigiano della luce”. E non si smentisce nei suoi scatti americani dove i tratti dei paesaggi e delle strutture architettoniche sono perfettamente delineati da una cristallina resa della luce e dei colori, fedele all’etimologia della parola “fotografo”, dal greco “colui che disegna con la luce”.

Wenders dedica la mostra a due artisti che hanno influenzato fortemente la sua vita e la sua carriera: l’amico Dennis Hopper, attore e regista americano, protagonista di Easy rider (da cui nasce il periodo di rinnovamento del cinema americano chiamato “New Hollywood”), ed Edward Hopper a cui il regista tedesco si sente molto vicino. I dipinti di Hopper sono, infatti, molto cinematografici nelle “inquadrature” e vicini alla fotografia per la rappresentazione della luce. I suoi dipinti esprimono quieta solitudine, i pochi personaggi non hanno volti delineati — segno del poco interesse del pittore per l’introspezione psicologica. Tutto è collocato in una quotidianità atemporale che la luce ricopre con un manto di nostalgia per un tempo perduto.
L’eco della concezione artistica hopperiana si sente a distanza di anni negli scatti americani di Wenders come per esempio in “Woman in the window” che richiama il famoso dipinto di Hopper Morning sun: entrambi ritraggono un momento estremamente malinconico, immerso in un luminoso contesto urbano, in cui però prevale la solitudine.

Wenders Collage

«Attraverso il mirino, colui che fotografa può uscire da sé ed essere dall’altra parte, nel mondo, può meglio comprendere, vedere meglio, sentire meglio, amare di più.»

Il fotografo è dunque per Wenders colui il quale abbandona la propria identità per creare un’immagine unica che, diversamente da un film, non narra una storia, ma esprime una verità. E proprio questo è l’obiettivo raggiunto dalla mostra a Villa Panza che delinea perfettamente i tratti di una America vista dagli occhi di un europeo. Wenders non solo ha portato l’America nel cinema d’autore europeo degli anni Settanta, ma si è reso testimone di un volto poetico dei paesaggi americani, così come forse solo Hopper era stato all’altezza di fare.

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Wim Wenders, già vincitore del Leone d’Oro nel 1982 per Lo stato delle cose e della Palma d’Oro nel 1984 per Paris, Texas, quest’anno, alla 65ma edizione del Festival di Berlino ha ricevuto l’Orso d’Oro alla carriera.

For the reproduced works and texts by Wim Wenders: Wim Wenders/Wenders Images/Verlag der Autoren

Elena Buzzo
Studentessa di Lettere Moderne. Scrivo per non parlare. Mi piace il cinema, la birra, ma non il gelato.

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