Ma chi guarda alla Siria?
Bullets and bombs alone will not win the war on terror

Marta Clinco
@MartaClinco

Più di 150 cristiani assiri sono stati rapiti e sequestrati dagli uomini del Califfo nel corso delle ultime ore a Tel Shemiram e Tel Harmez — due villaggi situati nella regione nord-orientale di Hasaka, in Siria, al confine con Turchia e Iraq, zona campo di battaglia dei più recenti scontri tra milizie dello Stato Islamico e combattenti curdi Ypg. Alcuni dei sequestrati sarebbero già stati uccisi. Le notizie sono state diffuse dai familiari delle vittime, alcuni di questi fuggiti dalla regione ma rimasti in contatto con i parenti, e successivamente confermate da Bassam Ishak, presidente del Consiglio Nazionale Siriano.
I due villaggi sono situati lungo il corso del fiume Khabur, affluente dell’Eufrate, e fanno capo al villaggio centrale Tel Tamer, crocevia strategico con un ponte sul fiume che collega la regione nord-est della Siria con Aleppo, fulcro cittadino a nord del Paese. Il ponte è stato bombardato martedì. La zona, di controllo curdo, è ora sotto attacco dello Stato Islamico, e c’è chi già parla di una nuova Kobane: attivisti e operatori degli aiuti umanitari hanno espressamente richiesto un intervento forte, deciso e tempestivo degli Stati Uniti affinché si eviti l’ennesimo massacro; tra gli ostaggi, soprattutto donne e bambini.

Tutto l’Occidente cristiano, oggi, guarda alla Siria. Tra ieri e oggi, tutte le prime pagine hanno trovato uno spazio – benché piccolo e ristretto – da sacrificare alla causa e alla notizia.

A questa diffusione selettiva di notizie ha fatto appello negli ultimi giorni il video shock realizzato dall’opposizione siriana di base a Damasco — in particolare, dall’attivista antigovernativo siriano Baraa Abdulrahman (nom de guerre per ragioni di sicurezza e incolumità personali). Le riprese sono state effettuate a Douma, sobborgo nord-orientale di Damasco, a lungo una roccaforte dei ribelli siriani — non possiamo dimenticare l’attacco chimico di gas sarin effettuato nella zona dal regime siriano nell’agosto 2013, i cui terribili effetti e conseguenze furono documentati soprattutto dagli attivisti locali e portati all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.
Gruppi ribelli armati – in particolare, il salafita Jaish al-Islam, l’Esercito dell’Islam – ancora controllano la città, sotto continuo assedio dell’esercito siriano negli ultimi due anni. Nel mese di gennaio, il regime siriano ha intensificato la campagna di bombardamenti aerei con colpi di mortaio e lancio di missili. Solo nei primi 10 giorni del mese di febbraio, secondo stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, 183 residenti sono morti: 55 dei morti erano donne e bambini.

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Il video diffuso la scorsa settimana si apre con un frame che rispecchia esattamente quello reso noto dall’IS riguardo la morte del pilota giordano, bruciato vivo dai militanti del gruppo jihadista a inizio febbraio. Qui un gruppo di bambini — in gabbia, come quella in cui era rinchiuso il pilota, vestiti delle stesse tute arancioni indossate dagli ostaggi dello Stato Islamico — guarda fisso in camera, tra le mani alcuni cartelli. In primo piano, una torcia accesa oscura per qualche momento i loro volti. Hanno paura, piangono. Cantano il loro lamento triste: «Hanno distrutto i soffitti delle nostre case, hanno bruciato la nostra scuola». L’attivista Abdulrahman racconta intanto della situazione che si vive a Douma, ridotta ormai in macerie: «Questi bambini, che dovrebbero avere il diritto ad una vita dignitosa, allo studio, a una casa, sono costretti in queste condizioni disumane non solo dall’assassino Assad, ma anche dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni internazionali, dal mondo arabo e islamico che hanno permesso che tutto ciò accadesse, che continuano a permetterlo, senza intervenire per cambiare le cose».

Il messaggio è chiaro.

Negli ultimi tempi si è parlato tanto della violenza, della crudeltà dello Stato Islamico, veicolata anche da forti immagini e video che hanno sconvolto l’Occidente: il massacro è virale, la brutalità stilizzata. L’impressione è quasi quella di assistere a una corsa macabra al “prestigio dell’orrore” — vinta, di fatto, da quello che pare essere l’unico attore in gioco, lo Stato Islamico. E mentre le provocazioni del gruppo jihadista raggiungono gli onori dei nostri media – e da questi ricevono eco e vengono amplificati – un altro orrore, un’altra carneficina non meno truce e violenta passa in secondo piano. Porta la firma dello stato, del regime, di Assad, ma anche delle Nazioni Unite, degli organismi internazionali che continuano a dimostrarsi impotenti, o incompetenti, o indifferenti — si consuma sotto le bombe, e porta il triste bilancio di 200.000 vittime solo dall’inizio della guerra civile ad oggi. Gli inevitabili effetti della realpolitik.

D’altra parte, banalmente, il diversificato atteggiamento generale dell’Occidente è persino comprensibile, o quantomeno spiegabile: Assad uccide in casa, mentre lo Stato Islamico invita i propri seguaci in Europa, America e nel resto del mondo ad agire come lupi solitari, ad attaccare senza pietà, sempre in nome di Allah. In secondo luogo, la forza impressiva e solenne dei video di etichetta IS rappresenta un aspetto non trascurabile: lo shock è grande e profondo, e le immagini crude, spettacolari, rappresentano in qualche modo una novità, oltre ad assumere un profondo valore simbolico. Mentre siamo ormai abituati a sentire notizie riguardo città siriane bombardate e rase al suolo e a vederne le immagini trasmesse dai notiziari, certo non eravamo e non siamo preparati alla violenza sì hollywoodiana, ma terribilmente vera – e che ci coinvolge, in questo caso, direttamente – proiettata senza filtro sui nostri smartphones, tablet e pc.

«C’è una tragedia personale di proporzioni enormi che si consuma ogni giorno in migliaia di vite individuali, vite comuni, e che non viene mai raccolta e documentata dalle videocamere dei media», ma esiste, è reale. Reale come le migliaia di rifugiati e profughi siriani che affollano oggi i campi di Libano, Kurdistan, Israele, Turchia, Giordania, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Oman, Qatar — oltre a quelli che intraprendono viaggi pericolosi, spesso fatali, verso i Paesi europei.
Una tragedia che ci riguarda – prima di tutto, in quanto esseri umani – e che non potremo continuare ad ignorare.

Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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