Olio di palma — Un disastro ambientale che produce il 50% dei prodotti presenti sui nostri scaffali

Maria C. Mancuso
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Secondo lo studio “Primary forest cover loss in Indonesia over 2000-2012” pubblicato il 29 giugno scorso sulla rivista Nature Climate Change, non è più il Brasile ad essere il Paese maggiormente colpito dalla deforestazione: il primato spetta ora all’Indonesia, che dopo l’Amazzonia e il Congo detiene il terzo polmone verde più vasto al mondo.
Lo studio è stato condotto da Belinda Margono, Peter Potapov, Svetlana Turubanova, Fred Stolle e Matthew Hansen e rivela che tra il 2000 e il 2012 è stata distrutta una superficie di 60.000 km² (6.02 milioni di ettari) di foresta – un’area equivalente pressappoco a quella dell’Irlanda.
Secondo Greenpeace, le foreste indonesiane vengono abbattute “a una velocità pari a nove piscine olimpioniche al minuto”. E la ragione di questo disastro di portata mondiale è la coltivazione della palma, destinata alla produzione di olio di palma e di olio di semi di palma, due olii vegetali adoperati soprattutto in tre settori: l’industria alimentare – in particolare quella dolciaria – l’industria chimica – per la produzione di saponi, detergenti e cosmetici – e negli ultimi anni in campo energetico, per la produzione di biocarburante.

Si stima che circa il 50% di tutti i prodotti venduti nei nostri supermercati lo contengano.

Circa l’85% della produzione mondiale ha sede in Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea, il che comporta, com’è evidente, serie conseguenze per l’ambiente, per gli abitanti delle foreste e per il clima — soprattutto a causa della mancanza di tutele garantite dai governi e dalle istituzioni, spesso accondiscendenti o corrotti.
L’utilizzo massiccio, e in alcuni casi quasi sistematico, dell’olio di palma è dato dal basso costo e da alcune caratteristiche intrinseche che lo rendono simile al burro, quindi suo ideale sostituto, col beneficio di non contenere grassi animali e di essere inodore e quasi insapore.

Piantagione di olio di palma in Central Kalimantan
Piantagione di olio di palma in Central Kalimantan

Lo scorso novembre il Fatto Alimentare, in collaborazione con Great Italian Food Trade, ha lanciato una petizione su Change.org “per dire stop all’invasione di questo grasso in migliaia di alimenti”.
Secondo una loro indagine dello scorso anno, condotta presso un ipermercato del gruppo Bennet, su cento confezioni di biscotti soltanto sei contenevano burro: le restanti 94 olii e grassi vegetali.
Quest’ultimo termine, prima dell’entrata in vigore della nuova normativa europea – che dal 14 dicembre 2014 prevede l’obbligo di fare menzione specifica degli olii e dei grassi contenuti nei prodotti – nella maggior parte dei casi era soltanto un iperonimo per indicare proprio l’olio di palma.

Una delle questioni messe in evidenza dalla testata riguarda gli eventuali danni alla salute e in particolare il rischio di malattie cardiovascolari e tumori.
Ad ogni modo, non tutti gli specialisti sembrano essere d’accordo e uno studio dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri ha evidenziato che non ci sono “chiare evidenze di un ruolo negativo sulla salute dell’ acido palmitico, e ancora meno dell’ olio di palma nativo”. Quindi sembra che anche in questo caso, come per ogni alimento contenente grassi saturi, la soluzione resti quella di non eccedere nel consumo, controllando l’etichetta.
Anche la Ferrero, la prima azienda agroalimentare in Italia, ne fa uso — quest’olio è infatti uno degli ingredienti alla base di Nutella. Grazie all’intervento di Greenpeace, l’11 novembre 2013 l’azienda ha firmato il Palm Oil Charter, partecipando inoltre alla Roundtable on Sustainable Palm Oil. Anche altre aziende come Colgate-Palmolive, Ecover, Ikea e Unilever si sono impegnate a fare rifornimento da coltivazioni sostenibili, ma i parametri RSPO vengono messi in dubbio dagli stessi ambientalisti, primi fra tutti i Friends of the Earth.

Attualmente è ancora difficile controllare il disboscamento della foresta indonesiana, persino quella primaria, e per questo risulta davvero difficile pensare come certe coltivazioni possano essere sostenibili, senza intaccare l’habitat naturale di numerose specie animali, alcune tra le quali a rischio di estinzione — ad esempio l’elefante pigmeo del Borneo, la tigre di Sumatra, le pantere nebulose, l’orango.


GREEN, diretto dal regista del regista Patrick Rouxell, è un documentario che racconta, attraverso gli occhi di un orango, la vitalità e la bellezza delle foreste pluviali dell’Indonesia e il disastro che è in corso. È stato giudicato il miglior lungometraggio al 7° Festival Internazionale Audiovisivo della Biodiversità.

È importante sottolineare che la coltivazione della palma non prevede di per sé necessariamente la deforestazione, non è la disponibilità di terreni agricoli a mancare.

Secondo alcuni ciò che spinge le grandi multinazionali a distruggere le foreste sono i guadagni che derivano dalla vendita del legname, i quali permettono di ripagare almeno in parte l’investimento dell’impianto dei palmeti.

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Di pari passo con la distruzione dell’ecosistema, la produzione di olio di palma presuppone il land grabbing: l’acquisizione mediante affitto (che varia dai 25 ai 99 anni) o acquisto di terreni agricoli da parte di multinazionali, governi stranieri o singoli privati. Il fenomeno si è fortemente intensificato a partire dagli anni 2007-2008, dopo la crisi dei prezzi agricoli che ha mosso l’appetito di speculatori e investitori che hanno trovato nuove opportunità di guadagno in campo agricolo ed energetico.

Durante un congresso internazionale organizzato dalla Land Deal Politics Initiative nel 2011 si è stimato che gli accordi di acquisizione di territori vedevano coinvolti 80 milioni di ettari di suolo in tutto il pianeta, destinati per il 37% a colture alimentari, per il 21% a colture commerciali (cash crops) e il 21% alla produzione di biocarburanti, stimolata dall’aumento del prezzo del petrolio e dalla diffusione di una coscienza ambientalista.
Questo interesse per la produzione di biocarburanti a scapito di quella alimentare ha però generato dei rischi seri alla lotta contro la fame, visto il costante aumento della quantità di terreni sottratti alla produzione di cibo in favore di quella di energia, che grava sulle spalle delle popolazioni locali, ridotte in miseria e private di quei terreni destinati al sostentamento, perché sprovvisti di riconoscimento dei titoli di proprietà.

Grazie alla palma si può quindi produrre energia pulita – e come, abbiamo visto, infiniti altri prodotti – ma gli effetti sull’equilibrio del pianeta sono gravissimi: oltre a quelli già citati, a causa della degradazione e degli incendi delle foreste torbiere indonesiane, ogni anno vengono rilasciati nell’atmosfera 1.8 miliardi di tonnellate di gas serra.

Come spesso in questi casi, bisogna tornare a fare i conti con la controversia che vede contrapposte la tutela dell’ambiente, la tutela dei diritti della popolazione locale e la tutela del lavoro di chi è impiegato in quelle aziende che non li rispettano. La via verso la risoluzione a questo dibattito è lunga e tortuosa, ma nel frattempo la conta dei danni si aggrava ogni giorno di più.

Maria C. Mancuso
Scrive di agricoltura, ambiente e cibo. Mal sopporta chi usa gli anglicismi per darsi un tono.

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