Cosa succede in Yemen — Atto II

Bianca Giacobone
@BiancaGiac

Sono trascorsi quasi due mesi dall’ultima volta che abbiamo parlato di Yemen. Negli ultimi giorni la situazione pare essere precipitata drasticamente: nelle scorse notti l’Arabia Saudita ha bombardato ripetutamente le postazioni degli Houti disseminate nella regione.
Si tratta solo dell’epilogo dell’instabilità ormai decennale che caratterizza la situazione politica yemenita. In particolare, la fase attualmente in corso è diretta conseguenza degli avvenimenti del 2011, quando la Primavera Araba ha deposto il dittatore ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ, al governo dal 1978. Nel 2012 è stato dunque sostituito dal suo vice, ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī, che tuttavia non è mai riuscito a prendere davvero e saldamente in mano le redini del Paese e, soprattutto, a trovare una soluzione al problema dei ribelli Houti — gruppo di ribelli sciiti con base nel nord del Paese. Inizialmente disposti al dialogo con il governo sunnita, hanno presto abbracciato posizioni più estreme, anche a causa dei numerosi attacchi perpetrati dall’ex presidente Ṣāleḥ.

La situazione è degenerata ulteriormente nel settembre 2014: gli Houti, non soddisfatti del ruolo previsto per il nord del Paese dalla nuova costituzione federale, hanno occupato la capitale Ṣanʿāʾ e deposto il presidente Hādī, costringendolo agli arresti domiciliari.
Il 21 febbraio 2015 il presidente ha abbandonato la capitale per rifugiarsi ad Aden, città sul mare a sud del Paese e sua città natale, proclamandola nuova capitale dello Yemen.
Ad Aden il presidente Hādī è rimasto fino al 26 marzo: l’avanzata degli Houti verso la città lo ha portato poi a lasciare il Paese e rifugiarsi in Arabia Saudita. Secondo quanto diffuso dalla televisione saudita, si troverebbe adesso a Riyad, la capitale, e sarebbe in procinto di recarsi in Egitto per un summit della Lega Araba. La televisione yemenita, attualmente sotto il controllo degli Houti, ha annunciato una taglia di circa 93.000$ a ricompensa di chiunque consegni loro Hādī.

A conseguenza della fuga del presidente, l’Arabia Saudita ha iniziato i bombardamenti nello Yemen, forte del sostegno dell’intelligence americana e di nove altri Paesi arabi, tra cui l’Egitto, che ha minacciato l’invasione via terra in caso di necessità.

Pare che uno dei motivi principali per cui l’Arabia Saudita abbia deciso di bombardare lo Yemen, e di essere così coinvolta in una guerra civile che pare proprio non avere via d’uscita, sia il fatto che uno dei più grandi terminali petroliferi sauditi si trovi proprio nello Yemen, ed è dunque a rischio di compromissione da parte degli Houti. Pare che il gruppo ribelle goda anche dell’appoggio dall’Iran – che lo rifornirebbe di armi, soldi e addestramenti – al fine di ostacolare l’Arabia Saudita, con la quale è in conflitto per la questione del nucleare. L’Iran sta infatti concludendo in questi giorni il faticoso e delicato accordo con gli Stati Uniti, e l’Arabia Saudita guarda con preoccupazione l’intesa imminente, temendo probabilmente che la “nuclearizzazione” dell’Iran possa portare in qualche modo alla nuclearizzazione dell’area intera.
Tuttavia, in questi giorni, una coalizione formata da Stati Uniti, Arabia Saudita, Iran e Iraq sta attaccando la città di Tikrit in Iraq, al momento nelle mani del Califfato, con l’obiettivo poi di riprendere Mosul – uno dei centri di potere dello Stato Islamico dallo scorso giugno – seconda città dell’Iraq dopo la capitale Baghdad, posta in una zona strategicamente decisiva.

Nel frattempo all’interno dello Yemen la guerra civile imperversa tra quattro diverse fazioni.

Gli Houti controllano ormai i tre quarti del Paese, e si sono alleati con l’ex dittatore ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ (rientrato dall’esilio), disposti a dimenticare gli attacchi subiti sotto il suo regime in cambio di avere dalla loro parte una forte figura di riferimento. Mentre le forze fedeli al presidente Hadi, dopo la sua fuga, smetteranno probabilmente di essere protagoniste della lotta.

Leader Houthi al Houthi e expres Hadi

Al-Qaeda, che ha sempre avuto il suo centro nevralgico in Yemen, ha spinto gli Stati Uniti ad abbandonare la loro base militare dopo aver conquistato una città vicino alla base americana, a solo 60 km da Aden, il 20 marzo.

Infine l’ISIS ha recentemente dichiarato di aver preso il controllo di una zona che dovrebbe trovarsi tra la città di Aden e la città di Taiz – rispettivamente la seconda e la terza città più popolosa del Paese – e ha proclamato la nascita del Califfato Yemenita. Sebbene i servizi segreti militari affermino che l’ISIS abbia per ora meno influenza nel Paese di quella che vorrebbe far credere, l’organizzazione terroristica ha rivendicato i due attentati che hanno ucciso 137 persone il 20 marzo a Ṣanʿāʾ.
In un Paese a maggioranza sunnita in cui un gruppo sciita sta acquistando sempre più potere, inoltre, è probabile che l’ISIS (sunnita, così come Al-Qaeda), non abbia di fatto molta difficoltà nel reclutare nuovi adepti.

Sia gli Houti che i militanti di Al-Qaeda sono alle porte di Aden: bisognerà vedere chi sarà il primo gruppo a prendere il controllo della città.

 

 

Bianca Giacobone
Studentessa di lettere e redattrice di Vulcano Statale. Osservo ascolto scrivo. Ogni tanto parlo anche. E faccio il mondo mio, poco per volta.

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