Del: 5 Marzo 2015 Di: Stefano Colombo Commenti: 1

Stefano Colombo
@Granzebrew

Il giorno 27 Febbraio il Qatar ha comprato il complesso architettonico di Porta Nuova. Dell’acquisto parleremo oggi nell’appuntamento settimanale con Magma, il nostro approfondimento radiofonico in diretta su radiostatale.it tutti i giovedì alle 15:00; qui invece scopriremo qualcosa di più sull’acquirente – che si dovrebbe pronunciare Qàtar, con l’accento sulla prima sillaba: una penisola sabbiosa con un’improvvisa passione per il calcio, una superficie pari a metà della Lombardia e il PIL pro capite più alto del mondo.
La prima cosa da sapere sul Qatar è che, pur essendo minuscolo, possiede il terzo più grande giacimento di gas naturale del pianeta e il tredicesimo giacimento petrolifero. Questo lo rende molto più potente di quanto ci si potrebbe aspettare da un Paese di dimensioni così ridotte. Fino a qualche decennio fa gli emiri si accontentavano di campare sulla vendita delle perle, mercato più che fiorente lungo le coste sabbiose. Le prime trivelle cominciano a bucare il suolo nel dopoguerra e fanno definitivamente dimenticare le ostriche a partire dal 1973, quando la crisi energetica inonda di soldi il Golfo Arabico. I Paesi della zona devono decidere che fare di questa cascata di denaro e come presentarsi all’occidente, costretto a incontrarsi-scontrarsi con loro.
Il Qatar prova a convincere il mondo di essere un Paese moderno e rispettabile.

Qatar 1


Nel 1995 al trono sale Hamad bin Khalifa al Thani. L’Emiro vuole per il Qatar una sorta di primato politico e morale nella zona, una capitale frizzante dove mescolare il meglio dell’occidente a quello dell’oriente. Nel 1996 viene fondata Al Jazeera, che diventa in fretta la prima rete di informazioni del mondo arabo. Le trasmissioni di Al-Jazeera sono seguitissime prima in tutto il Medio Oriente che parla arabo e poi, con la fondazione di un canale in lingua inglese con sede a Londra, in tutto il mondo. In politica estera il Qatar vuole poi diventare il mediatore del Medio Oriente, amico di tutti e a cui tutti si rivolgono per distendere i conflitti. Ospita profughi da tutta la regione, soprattutto membri della Fratellanza Musulmana costretti all’esilio dalle varie dittature vicine; addirittura viene aperta a Doha, la capitale, una filiale diplomatica dei talebani afghani. Un ago della bilancia dorato.

Nell’ottica di questo tentativo di lucidatura culturale l’emiro al-Thani decide di diventare un protettore delle arti, un mecenate, e dà pieni poteri al cugino Ministro della cultura Sa’ud al-Thani per acquistare quante più opere d’arte possibile: dalla fine degli anni novanta il Ministro impazza per le case d’asta occidentali comprando un numero spropositato di opere di vario valore a prezzi esorbitanti – pagandoli, in certi casi, anche dieci volte il prezzo di mercato stimato. Manca qualcosa di davvero clamoroso che faccia conoscere il Qatar in ogni angolo del globo. Si pensa a un evento sportivo, dopo l’ormai tradizionale Gran Premio di Formula 1 e gli Asian Games del 2006. E finalmente, nel 2013 l’Emirato riesce a farsi assegnare l’appalto per la manifestazione più ambita: i mondiali di calcio del 2022, che attireranno più spettatori di ogni altro evento e dovrebbero consacrare il Qatar tra i grandi del pianeta.

Qatar 2

Nonostante queste decise mosse di marketing geopolitico, il Qatar non è affatto la nazione all’avanguardia come vorrebbe presentarsi al resto del mondo.
L’idea che sta alla base della politica del Qatar è grossomodo quella dell’assolutismo illuminato.
Nonostante l’immagine di sé che vuole far passare nel resto del Medio Oriente e nei Paesi occidentali, il Qatar infatti rimane uno stato senza la minima traccia di libertà politica o democratica in cui i diritti umani sono quotidianamente ignorati. Il governo è in mano a una ristretta cricca di parenti e amici – in modo non molto diverso da ciò che accade in Arabia Saudita – e le elezioni, annunciate dopo i tumulti della primavera araba che hanno scosso e fatto tremare anche la famiglia al-Thani, sono state prima rinviate e poi annullate. Inoltre, la famiglia reale controlla direttamente il QIA (Qatar Investment Authority), il ricchissimo fondo che controlla gli investimenti esteri e di cui si è servita per acquistare i grattacieli di Porta Nuova.

Il caso più clamoroso del marcio che si annida sotto la penisola è forse quello legato proprio ai mondiali del 2022. Qualche giorno fa è emersa la notizia che già 1200 operai sono morti durante la costruzione delle infrastrutture destinate alla manifestazione. Per dare un’idea, per ogni edizione le morti registrate non hanno mai superato la decina.

Questa strage è legata alla composizione etnica e soprattutto allo stato sociale del Qatar, che come le altre monarchie del Golfo ha una quantità di popolazione immigrata da altri Paesi che supera di gran lunga quella indigena. Gli stranieri rappresentano il 95% della forza lavoro e sono divisi al loro interno da consuetudini che si avviano a diventare caste – per esempio indiani burocrati, libanesi commercianti, egiziani impiegati. I più sfortunati sono i nepalesi che sono in gran parte sfruttati come manovali, o per meglio dire come schiavi. Proprio nepalesi sono la maggior parte delle vittime della costruzione delle infrastrutture – è interessante e terribile notare che tra loro si registra un tasso altissimo di suicidi. Nessuna di queste etnie può comunque accedere al ricco welfare state che l’emiro finanzia con i soldi ricavati dagli idrocarburi, che garantisce istruzione, sanità ed energia gratis solo ai membri della casta alta – quella dei locali. Inoltre molti lavoratori, dopo essere arrivati in Qatar, scoprono di non potere più andare via perché il datore di lavoro gli sequestra i documenti – rendendoli così clandestini di fatto e soggetti ad ogni suo ricatto.

Forse per l’eco di queste notizie, ci si sta rendendo conto anche in occidente che il mondiale in Qatar potrebbe non essere una buona idea. In fondo è un Paese piccolissimo, i cui stadi saranno collegati tra loro da una metropolitana nazionale del costo di 25 miliardi di dollari. Si è fatto anche notare che le temperature nell’emirato d’estate superano i 50 gradi e potrebbero non essere indicate per una simile competizione. Nessun problema: i mondiali si svolgeranno di inverno, tra le proteste delle leghe calcio occidentali. Interessante notare come le votazioni che hanno assegnato la competizione all’Emirato siano state oggetto di violentissime accusa di corruzione e manipolazione – a quanto pare fondate. Contro il mondiale si è espressa un altra voce – ormai autorevole: quella dello Stato Islamico. Qualche mese fa il Presidente della Fifa Joseph Blatter si è visto recapitare una lettera con la firma del Califfo, che chiede di spostare i mondiali e minaccia di bombardare l’Emirato.

La lettera si conclude con un testuale ”grazie”. Più che Blatter, però, il califfo dovrebbe ringraziare il Qatar stesso, niente affatto estraneo alle dinamiche che hanno portato alla sua nascita. Richard Dearlove, direttore dei servizi segreti inglesi dal 1999 al 2004, ha affermato che fondi privati da Arabia Saudita e Qatar hanno sostenuto l’Isis almeno nelle sue prime fasi. D’altronde, questa non è una vera sorpresa per nessuno. Ancora oggi, si sa che molti finanziamenti a organizzazioni paramilitari o terroristiche come Fajr Libya o Jabat al-Nusra vengono da qui, da fondi privati o magari addirittura pubblici: è impossibile saperlo con certezza visto che – come abbiamo notato – il bilancio dello stato non gode della massima trasparenza e, visto che dire ”soldi pubblici” equivale a dire “il conto in banca dell’emiro”.

Il fondo usato per pagare Porta Nuova potrebbe essere stato lo stesso usato per finanziare lo Stato Islamico.

Effettuare donazioni dubbie è un atteggiamento diffuso tra i Paesi del Golfo. Il Qatar, però, oggi ha rapporti deteriorati con tutti gli stati della zona – in particolare con Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti – in seguito al suo comportamento dopo e durante le primavere arabe. Il Qatar ha provato, soprattutto attraverso Al Jazeera, a farsi passare come faro libertà e innovazione nel Medio Oriente, non concedendo però nemmeno un minimo di libertà e innovazione al suo interno e diventando a sua volta oggetto di (tiepide) proteste popolari. L’Emiro vedeva le primavere come un’ occasione per estendere la sua influenza tramite i Fratelli Musulmani, che da lui hanno sempre ricevuto protezione e finanziamenti. Al Jazeera è stata davvero una sorta di arma impropria, con servizi parziali in favore della Fratellanza Musulmana per tutto il Medio Oriente, che hanno irritato moltissimo in particolare il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia. Quest’ultima addirittura ha minacciato la chiusura delle frontiere con il Qatar.

I Fratelli Musulmani sono stati sconfitti in alcuni luoghi chiave come l’Egitto; a livello diplomatico il Qatar è sulla difensiva. L’Emiro ha scommesso sul cavallo sbagliato e ha pagato questa scelta con l’abdicazione in favore del figlio Tamim al-Thani: il suo progetto di presentare il Paese come mediatore e ago della bilancia del Medio Oriente è saltato – volendo fare l’amico di tutti, è finito per non piacere a nessuno. Ora si gode i proventi del suo gas da solo o al massimo assieme agli acquirenti, tra i quali figura anche il mercato italiano: il 10% del fabbisogno energetico nostrano è coperto dal terminale di rigassificazione di Porto Viro, in provincia di Rovigo, al quale attraccano immense navi per il trasporto del gas provenienti dal Qatar. E alcuni dei milioni di euro che spendiamo per queste forniture così essenziali al nostro sistema produttivo, potrebbero tranquillamente finire a finanziare l’attuale guerra in Libia.

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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