Jean Dubuffet
L’uomo che disse no alla cultura

Jacopo Musicco
@jacopomusicco

È di circa un mese fa la notizia della vendita, da parte di una fondazione svizzera al Qatar Museums, del quadro di Paul Gauguin Nafea Faa Ipoipo alla “modica” cifra di 300 milioni di dollari, segnando il record per l’opera d’arte più costosa. Record precedentemente detenuto sempre dal Qatar, che nel 2011 pagò 250 milioni per I Giocatori di Carte di Paul Cezanne.
E giusto per continuare a snocciolare qualche cifra: Trittico di Francis Bacon venduto a 142 milioni di dollari, 120 per L’Urlo di Edvard Munch e il No. 5, 1948 di Jason Pollock a 160.

In questo contesto di arte economicamente dopata il fruitore – o spettatore, che dir si voglia – rischia di smarrire le coordinate utili per una sana comprensione dell’arte, dopato anch’esso da cifre iperboliche e snaturalizzazioni dell’oggetto artistico; è a questo proposito che mi sembra doveroso richiamare dal confino del mondo artistico il nome di Jean Dubuffet, colui che teorizzò per primo il concetto di Art Brut.

Jean Dubuffet – all’anagrafe Philippe Arthur – nasce il 31 luglio 1901 a Le Havre, città portuale nel nord della Francia, in una famiglia medio borghese dedita al commercio vinicolo. A 17 anni si trasferisce a Parigi e comincia un percorso di studio della pittura all’Académie Julian, entrando in contatto con artisti del calibro di Fernand Léger, André Masson e Juan Gris. Dopo sei mesi, però, si ritira dall’Accademia per dedicarsi a studi privati e indipendenti.

Nel 1924 inizia quel malumore nei confronti del valore dell’arte che contraddistinguerà le sue teorie future e dunque si allontana dal mondo artistico a favore della gestione dell’attività commerciale del padre. Nel 1942, con la guerra ancora in corso, Dubuffet si dedica nuovamente alla produzione artistica, questa volta in maniera primitiva e impersonale.

Dopo il 1942 la figura che influenza maggiormente l’operato di Jean Dubuffet è Hans Prinzhorn, psichiatra e storico dell’arte tedesco che nel 1922 pubblicò il saggio Artistry of the Mentally Ill, prima analisi dei disegni e delle opere prodotte da persone affette da malattie mentali, non solo in ottica psichiatrica, ma anche – e soprattutto – estetica.

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L’influenza degli studi di Prinzhorn sul pensiero di Dubuffet è così forte che nel 1945 egli teorizza definitivamente il concetto di Art Brut. L’artista francese ne amplifica la validità attraverso la formazione – nel 1947 – della Compagnie de l’Art Brut, con la finalità di creare una collezione stabile di opere d’arte legate alla neonata corrente artistica. La Compagnie di Dubuffet, fondata insieme all’amico André Breton, si pone l’obiettivo di raccogliere i risultati dell’attività creativa di “artisti loro malgrado”, ovvero coloro che creano senza intenzione estetiche, ma per una personale pulsione emotiva.
L’incoronazione dell’Art Brut a punto di riferimento per l’arte contemporanea si ha nel 1957 a Leverkusen, in Germania, dove lo Schloss Morsbroich Museum dedica per la prima volta una retrospettiva a Jean Dubuffet. Negli anni successivi seguiranno l’esempio del museo tedesco il MoMA di New York, l’Art Institute di Chicago, lo Stedelijk Museum di Amsterdam e la Tate Gallery di Londra, per citarne alcuni.

Cosa s’intende esattamente per Art Brut?

Usando le semplici e dirette parole dello stesso ideatore: «L’arte grezza designa lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica, nelle quali il mimetismo, contrariamente a ciò che avviene negli intellettuali, abbia poca o niente parte, in modo che i loro autori traggano tutto (argomenti, scelta dei materiali, messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo, modi di scritture, ecc.) dal loro profondo e non stereotipi dell’arte classica o dell’arte di moda».

Come il Dadaismo, il Cubismo, il Futurismo e molte altre, l’Arte Grezza si collocò in quella fase di rifiuto dei valori artistici e sociali del passato che contraddistinse il ventesimo secolo.

In aggiunta sviluppò un’attenzione per gli emarginati e per tutti coloro che non possedevano un contatto consapevole con il passato, dunque inconsciamente carichi della purezza artistica ricercata dalle correnti moderne.

Tra gli esponenti che resero viva e sentita l’Art Brut si ricordano: Eugenio Santoro, Adolf Wölfli, Filippo Bentivegna, Henry Darger e tanti altri.

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L’unico elemento di ambiguità dell’Art Brut fu Jean Dubuffet stesso. Se da un lato trascorse parte della sua carriera lavorando con sabbia, catrame e paglia, come richiedevano i dettami del suo mondo artistico, dall’altra produsse saggi lucidi e privi di quell’immediatezza artistica propria dell’arte grezza. Scrisse il critico d’arte Hilton Kramer: «C’è solo una cosa che non va con i saggi che Dubuffet ha scritto sulla sua stessa arte: la loro abbagliante finezza intellettuale non combacia per niente con il suo richiamo ad un primitivismo libero e ignorante».

Certamente un’ambiguità piena di fascino, che rafforza la complessità artistica dell’Art Brut. Con il passare del tempo tale fascino non accennò a diminuire, anzi dai concetti di Dubuffet fiorirono numerose correnti: folk art, visionary art, naïve art, neuve invention, marginal art e via dicendo.

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Riprendendo la considerazione iniziale, oggi, di fronte a un’arte messa in mostra più che mostrata si tende a dimenticare il gesto artistico originario concentrandosi piuttosto sul bisogno d’interpretazione. Non sono un artista e non sento la necessità di rifiutare quell’asfissiante cultura citata da Dubuffet, ma sono d’accordo con il suo concetto per cui la mente dovrà esercitarsi a prendere coscienza dell’enorme differenza di natura esistente tra la cosa stessa e la nozione della cosa.

Jacopo Musicco
“Conosco la vita, sono stato al cinema."

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