La Buona Scuola non è una riforma

Sebastian Bendinelli
@se_ba_stian

Qualcuno dalle parti di Viale Trastevere dovrebbe spiegare al Ministero che non è obbligatorio che ogni ministro della pubblica istruzione che si succede al governo debba per forza mettere mano ad una “riforma” scolastica. Nelle ultime tre legislature, su un totale di sette governi, abbiamo già visto quattro provvedimenti legislativi più o meno fantasiosamente definiti “riforme” — Moratti, Fioroni, Gelmini, Profumo. Con quello a firma di Stefania Giannini raggiungiamo la considerevole media di una riforma ogni tre anni (si vede che funzionano).

In questo modo la scuola sembra un po’ il muro del cesso pubblico su cui tutti si sentono in dovere di lasciare un segno indelebile del proprio passaggio — ma che nessuno si occupa di pulire.

Il risultato è quel pasticcio di norme sovrapposte e contraddittorie che a settembre fa la gioia di dirigenti scolastici e professori, mentre ogni ciclo scolastico rischia di iniziare sotto il segno di un nuovo ministro — e dunque di una nuova “riforma”.

L’abuso di questo termine è ormai un classico della comunicazione politica (e non solo in materia di istruzione). Con ciò che dovrebbe indicare una riorganizzazione complessiva dell’ordinamento scolastico del Paese — e che pertanto dovrebbe introdurre cambiamenti durevoli, con risultati da monitorare dopo un certo numero di anni — sono stati designati ritocchi insignificanti, cambi di denominazione, moltiplicazione e soppressione di indirizzi, rivoluzioni annunciate e mai avvenute, contraddizioni e dietro-front. Il tutto, nella maggior parte dei casi, per imbellettare l’unico vero provvedimento sostanziale: il drastico taglio di risorse finanziarie, che affligge la scuola pubblica con tenacia pluridecennale e bipartisan.

dati: spesa pubblica per istruzione e formazione nei Paesi UE, anno 2012. Fonte: ISTAT
dati: spesa pubblica per istruzione e formazione nei Paesi UE, anno 2012. Fonte: ISTAT

Si potrebbero fare molti esempi della confusione generata da tutta questa smania riformatrice.

Basti pensare a quante volte è stato cambiato il meccanismo di abilitazione all’insegnamento: prima le scuole di specializzazione (SSIS), attive dal 1999/2000 e abolite già nel 2007, per effetto della riforma Moratti, con l’istituzione della laurea specialistica; poi l’introduzione del TFA (Tirocinio Attivo Formativo) nel 2010; adesso di nuovo l’abolizione del TFA e l’istituzione di un doppio percorso di laurea magistrale (perché nel frattempo la laurea specialistica ha cambiato nome), abilitante e non abilitante.

La massa di precari che il governo Renzi si propone di stabilizzare una volta per tutte e il conflitto tra chi si trova nelle graduatorie a esaurimento, chi già ha accumulato anni di supplenze e chi ha vinto l’ultimo concorso (il primo dopo tredici anni, bandito nel 2012 dal ministro Profumo), sono i risultati di questo disordine normativo, che verosimilmente continuerà a produrre effetti deleteri negli anni a venire — specie se si continua su questa china.

Il testo definitivo del disegno di legge Giannini è atteso in queste ore in Senato. Settimana prossima dovrebbe cominciare la discussione parlamentare, che dovrà svolgersi a tempo di record per compensare l’attesa messianica (dall’autunno scorso) di un decreto-legge difficilmente giustificabile; e che poi, infatti, non è arrivato.

Sul contenuto della bozza del Ddl attualmente disponibile, e ancor più sull’ormai famigerato documento di oltre 130 pagine, stracolme di retorica, intitolato modestamente La Buona Scuola, c’è molto da discutere. Già in questi mesi ci sono stati cambiamenti rilevanti — l’incertezza sul reale numero dei precari che saranno assunti, il passo indietro sull’abolizione degli scatti di anzianità, di fatto i due nuclei più importanti della proposta originaria — ed è verosimile che la legge esca dalle Camere ulteriormente trasformata. Ma nonostante l’enfasi e le slide del presidente Renzi, anche in questo caso il termine “riforma” suona improprio.

Ciò che pesa maggiormente sull’efficacia di questo provvedimento, infatti, non è tanto quello che c’è, quanto quello che non c’è. Non c’è nessun intervento sostanziale sulla didattica, eccetto il (meritorio, beninteso) potenziamento di musica e storia dell’arte, che tuttavia non è ancora chiaro a spese di quali altre materie avverrà, dato che non sembra previsto un aumento complessivo delle ore. Non c’è traccia di una riorganizzazione dei cicli d’istruzione, che restano invariati. Non ci sono provvedimenti efficaci per la garanzia del diritto allo studio (anzi, i soliti sconti alle scuole private). Manca, soprattutto, un piano di investimenti che inverta per davvero la rovinosa tendenza degli ultimi anni — comprendendo magari anche l’Università e la Ricerca, per il momento non interessate dal Ddl. Non c’è nulla, insomma, per cui si possa parlare di “riforma”.

La verità è che l’ultima riforma organica della scuola italiana resta ancora quella Gentile ed è proprio questo il problema.

È stato notato giustamente che in nessuna pagina de La Buona Scuola compare il termine “uguaglianza”: l’omissione è significativa. L’ordinamento scolastico italiano è solcato ancora da profonde divisioni, su più livelli, che allontanano l’obiettivo costituzionale di una scuola “aperta a tutti”, in cui “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto a raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ancora un enorme divario separa il sistema di istruzione superiore liceale dalla galassia degli istituti tecnici e professionali (su cui la legge Giannini dice poco e nulla), un divario che riflette le contrapposizioni interne alla società: tra città, periferia e provincia, tra Meridione e Settentrione, tra classi di censo. È su queste contraddizioni che il legislatore dovrebbe concentrarsi prima di tutto.

dati: spesa pubblica per istruzione — % su Pil. Fonte: EUROSTAT
dati: spesa pubblica per istruzione — % su Pil. Fonte: EUROSTAT

La storia degli ultimi quindici anni di interventi governativi in materia di istruzione, invece, tradisce la desolante mancanza di una visione d’insieme, di una progettualità che sappia guardare oltre lo spazio di mezza legislatura — quando non l’aperto disegno di smantellare a poco a poco la scuola pubblica, colpendola anche laddove miracolosamente continua a funzionare, per traghettarla verso una vaga idea di modernità che, al netto della retorica e degli anglicismi, tende essenzialmente verso il modello della scuola-azienda: un modello verticistico, non inclusivo, che rischia di penalizzare ulteriormente le fasce più deboli e che non muove affatto verso quello che dovrebbe essere l’obiettivo-limite della scuola pubblica — aumentare il livello medio di istruzione della popolazione, combattendo la dispersione scolastica e migliorando la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento su tutti i livelli del percorso educativo.

Sebastian Bendinelli
In missione per fermare la Rivoluzione industriale.

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