Maraviglioso Boccaccio, una grande delusione

Bianca Giacobone
@BiancaGiac

È in questi giorni nelle sale Maraviglioso Boccaccio, film sul Decameron dei fratelli Taviani, che nel 2012 stupirono il panorama del cinema italiano con Cesare deve morire, vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino. Cesare deve morire è un film bellissimo che tutti voi dovete vedere se ancora non l’avete fatto; Maraviglioso Boccaccio non lo è per niente, risparmiatevelo, quasi si stenta a credere che sia stato creato dalle stesse persone.

Tante sono le cose, più o meno irritanti, che proprio non vanno bene nel loro riadattamento cinematografico. Innanzitutto bisogna dire che, nonostante il film sia intitolato in onore del famoso scrittore trecentesco, Boccaccio e i fratelli Taviani non sembrano capirsi molto. Dal Decameron i registi hanno preso giusto la trama di alcune novelle e la leziosa reinterpretazione della cornice, ma si sono dimenticati che se l’aggettivo boccaccesco è entrato nel vocabolario italiano un motivo c’è.

Di boccaccesco Maravaglioso Boccaccio non ha proprio nulla: non c’è il caos, non c’è l’arguzia, non c’è malizia, né gioia dello scherzo.

Non abbiamo nemmeno il retrogusto della celebrazione della libertà di costumi, così tipica del Decameron e del periodo medievale da cui Boccaccio prende le sue fonti. In questo i fratelli Taviani, volontariamente o meno non saprei dire, hanno fallito. Rimangono delle belle storie, a volte reinterpretate – sembrerebbe un po’ casualmente – ma di quelle il merito non è loro, e comunque non si può dire che il film le celebri a dovere. Inoltre, i fratelli Taviani con le novelle e la loro cornice vogliono parlare di peste, e vogliono che la peste sia una metafora per la crisi (spirituale? Morale? Economica? Mistica?) che affligge la gioventù di oggi. 85 anni l’uno, 83 l’altro, 168 insieme, vogliono rivolgersi ai giovani e dir loro che, nonostante la disperazione, non bisogna buttarsi giù dal Duomo di Firenze – come fa un appestato nella suggestiva scena di apertura del film – ma continuare a credere nell’amore e attendere fiduciosi la pioggia risanatrice che alla fine arriva sempre. Inutile, credo, osservare quanto possa essere vaga e incerta la connessione che due arzilli registi ottantenni, per quanto saggi e pieni di esperienza, possano avere con i giovani d’oggi. L’idea puzza vagamente di velleità paternalistiche e rincoglionimento. In quanto valida rappresentante (spero) della mia giovane generazione, posso dire che Maraviglioso Boccaccio su come vivere la mia vita non mi ha detto nulla, nessuna illuminazione, nessuna ispirazione, in definitiva nessuna comunicazione. In compenso mi ha dato una leggera irritazione per il rimaneggiamento del capolavoro, che la studentessa di Lettere che è in me potrebbe accettare soltanto se fatto per produrre un altro capolavoro.

scamarcio-boccaccio

Avete presente “l’orrido cominciamento” con cui Boccaccio apre la sua grande opera? Quell’asfissiante descrizione di morte, malattia, peste, cadaveri e miseria che perseguita qualsiasi studente dalla scuola media in poi? I fratelli Taviani vogliono anche loro aprire con una descrizione di Firenze al tempo della peste, ma di tutto quell’inimmaginabile caos nel film si vedono soltanto un paio di pulite scenografie in stile teatrale, un cavallo morto in mezzo a una piazza bianca e luminosa, dei bambini che invece di mangiare mele se le tirano addosso (il perché di quest’ultima scena in particolare, poi, non l’ho bene capito). E tutto, nella cornice e nelle novelle, è dipinto con gusto estetico eccessivo, discutibile, nemmeno storicamente realistico. Il colpo di grazia al quadro generale, infine, lo dà Scamarcio in ruolo tragico e abiti trecenteschi, davvero poco credibile — con grande rispetto per l’attore.

Concludo come ho iniziato, sconsigliandone la visione. Se volete rendere omaggio ai fratelli Taviani, ripeto, Cesare deve morire è il film che bisogna vedere. E se proprio sentite il bisogno di un adattamento cinematografico delle novelle di Bocaccio, c’è sempre il celeberrimo Decameron di Pasolini, che, anche se con qualche pecca, è letterario e boccaccesco al punto giusto. Per portare la letteratura italiana trecentesca nei cinema, d’altra parte, non so se ci voglia più genio o pazzia.
Nel frattempo attendiamo al varco, e con orrore, La solita commedia: inferno, film ispirato alla Divina Commedia fatto dai I Soliti Idioti.

Bianca Giacobone
Studentessa di lettere e redattrice di Vulcano Statale. Osservo ascolto scrivo. Ogni tanto parlo anche. E faccio il mondo mio, poco per volta.

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