Pena di morte
Il piano B dell’America

Arianna Bertera
@AriBertera

Excessive bail shall not be required, nor excessive fines imposed, nor cruel and unusual punishments inflicted.
Non si dovranno esigere cauzioni eccessivamente onerose, né imporre ammende altrettanto onerose, né infliggere pene crudeli e inconsuete.

Ottavo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America
16 gennaio 2014. Alle 10 e 27 minuti viene somministrata a Dennis McGuire l’iniezione letale che avrebbe dovuto ucciderlo nel giro di dieci minuti. Morirà solo alle 10 e 52 minuti.
29 aprile 2014. Inizia alle 18.23 l’esecuzione di Clayton Lockett. Si concluderà soltanto alle 19.06, dopo un infarto scatenato dall’erroneo metodo di somministrazione dei farmaci.
23 luglio 2014. Alle 13.52 a Joseph Wood viene iniettato un cocktail di medicinali dalla dubbia composizione. Si spegnerà un’ora e 57 minuti dopo, nonostante la richiesta del suo avvocato di sospendere la procedura per via delle difficoltà tecniche riscontrate durante l’esecuzione.

Spesso definite come “la più umana delle condanne a morte”, negli ultimi anni le iniezioni letali hanno lasciato dietro di loro una scia di “botched executions”, ovvero “esecuzioni pasticciate”, come le definiscono gli americani. Uno studio del 2012 pubblicato dal British Journal of American Legal Studies mostra come su 9 mila persone giustiziate negli Stati Uniti tra il 1900 e il 2010, si sono verificati ben 270 casi di «violazioni del protocollo» previsto. In altre parole si tratterebbe di 270 condannati ‘morti male’. Nel complesso, inoltre, secondo i ricercatori, circa il 3% delle esecuzioni di pene capitali negli Stati Uniti presenterebbero difetti e l’iniezione letale, che è poi il metodo più diffuso in America, sarebbe quello maggiormente soggetto a errori.
Boia inesperti, mix letali di dubbia provenienza, medicine che scarseggiano: queste sono le tre cause principali dei problemi riscontrati nelle camere della morte a stelle e strisce.

pena di morte

Dal 23 marzo, però, tutte queste complicazioni non riguarderanno più lo stato dello Utah. È stato infatti firmato dal governatore Gary Herbert il disegno di legge che prevede di nuovo l’impiego del plotone d’esecuzione nelle condanne a morte, nel caso non fossero disponibili in tempo utile i farmaci necessari all’iniezione letale, sempre più difficili da reperire. Il progetto era stato approvato il 10 marzo dai senatori dello stato, con 18 voti favorevoli e dieci contrari, e già in quei giorni aveva sollevato un vespaio di polemiche. La proposta, etichettata da subito come “un grosso passo indietro”, era partita da Paul Ray, già famoso nello Utah per essersi opposto alle sigarette elettroniche, ritenute da lui dannose per i bambini.
Di orientamento repubblicano, il deputato si era espresso in merito alla sua idea definendola come un piano B necessario:

«La fucilazione è un metodo di esecuzione più umano rispetto alle numerose iniezioni letali non andate a buon fine. Sarebbe fantastico se quest’ultime funzionassero, ma nel caso questo non avvenga ora almeno abbiamo un piano di riserva».

Ma cosa ha spinto Paul Ray a lasciar perdere i danni del fumo passivo per dedicarsi alla ricerca di soluzioni alternative alle iniezioni letali?
Per trovare la risposta bisogna tornare indietro fino al 2011. Risale infatti al dicembre di quell’anno il giro di vite imposto dall’Unione Europea sull’export di farmaci potenzialmente utilizzabili nelle esecuzioni capitali all’estero. Da quel momento in poi la Commissione Europea aveva imposto controlli rigorosi alle aziende produttrici dei medicinali utilizzati nei cocktail letali d’oltreoceano, costringendo le case farmaceutiche ad assicurarsi che nessuno di questi prodotti potesse essere impiegato in “esecuzioni capitali, torture o altre pratiche punitive crudeli, inumane o umilianti”.

Qui erano iniziati i problemi per gli Stati Uniti.

Già l’anno prima, in seguito a dissidi interni, la società statunitense Hospira aveva smesso di produrre il Penthotal, solitamente somministrato ai condannati come primo composto del tripartito mix mortale.
La procedura utilizzata in un’iniezione letale si compone infatti di tre step. Il primo consiste nella somministrazione di un barbiturico, si procede poi con un farmaco (a base di pancuronio) che paralizza il diaframma impedendo la respirazione ed infine si inietta del cloruro di potassio che provoca l’arresto cardiaco. Venuto meno il tiopentale sodico, gli stati americani decisero di ripiegare sul Pentobarbital, utilizzato già nel suicidio assistito e prodotto dalla danese Lundbeck.
O almeno questo fecero fino al 2011.

Chiusi i rubinetti europei, gli Usa si sono trovati sempre più spesso in situazioni delicate. Molti stati hanno provato ad utilizzare miscele sperimentali, non completamente approvate o testate, che combinate alla scarsa esperienza di boia improvvisati hanno prodotto i risultati a cui si accennava prima. Un altro modo di ovviare il problema è stato quello di rivolgersi a laboratori artigianali, i cosiddetti “compounding pharmacies”, per la creazione di nuovi farmaci utili allo scopo, ma ovviamente inaffidabili.
In sintesi, una strada che procede per tentativi.
Ed ecco anche perché è tornato ad aleggiare lo spettro della fucilazione, utilizzata l’ultima volta nel 2010 con Ronnie Lee Gardner, colpevole di un duplice omicidio.

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La domanda che ci si pone a questo punto è se questa sia realmente da preferire all’iniezione letale.
è davvero più umano, come sostiene Paul Ray, legare un cittadino americano ad una sedia con un bersaglio appuntato al petto? È veramente più efficace mettere in mano a dei “volontari”(casualmente in numero sempre maggiore rispetto ai posti disponibili) dei fucili Winchester calibro 30?

Questa convinzione, che si fonda principalmente sul fatto che la fucilazione sia un metodo più rapido, non è del tutto esatta. Il Death Penalty Information Center ha già ribadito come il plotone d’esecuzione non sia efficace al cento per cento. Nonostante alcuni esperti sostengano il contrario, la probabilità che i proiettili possano mancare il cuore, causando una morte più dolorosa e lenta per dissanguamento, sono basse, ma ci sono.
Ad essere bassi anche in numeri in generale a proposito di questa modalità. Dei 35 stati americani che prevedono la pena di morte come possibile condanna, sono solo due quelli dove la fucilazione è legale: Utah e Oklahoma. Le esecuzioni che si sono avvalse di quest’ultima dal 1977 in poi sono state solo tre, tutte avvenute sempre nello stato dello Utah.

Se vogliamo dare uno sguardo d’insieme, gli Stati Uniti d’America sono attualmente uno dei 58 paesi del mondo, l’unico occidentale, in cui è ancora in vigore la pena di morte, secondo Amnesty International. Ad oggi più di 3000 uomini e donne sono detenuti nei bracci della morte in attesa di essere giustiziati. Vivono da soli, comunicano a malapena tra loro e non hanno il permesso di avere contatti fisici con familiari o amici. E nonostante passino 22 ore al giorno nelle loro celle, ognuno di loro pesa circa 30 milioni di dollari nelle tasche americane, tra processi e affini.

Secondo lo storico John Blesser, già nel 1700 Thomas Jefferson e George Washington leggevano Beccaria e cominciavano a nutrire dubbi radicati e profondi sulla pena di morte. Quello che stupisce di più è quindi il fatto che nel 2015, a più di 300 anni di distanza, l’ America discuta ancora a proposito della modalità da utilizzare per uccidere i propri cittadini, quando il vero incipit della questione dovrebbe essere non tanto “come”, ma piuttosto “se”.

 

Arianna Bertera
Sulla Terra dal 1995, aspettando di ambientarmi.

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