6 aprile 1994, Rwanda. Dio è qui

Andrea Poletto
@AndreaPoletto

E tu dov’eri il 6 aprile 1994?

Immaginate di avere quattro foto davanti ai vostri occhi e di dover scegliere l’istantanea emblematica, quella che meglio spieghi il genocidio del Rwanda, quella che catturi di più l’attenzione del pubblico. La prima è un tramonto sulla savana: nere silhouette di giraffe stagliate contro un sole in fiamme camminano tra le acacie; nella seconda si vede una semplice radio di plastica gialla, nella terza un grosso machete striato di sangue secco e nella quarta? Nella quarta su uno sfondo a righe si profila la figura di un uomo, pantaloni neri, giubbotto arancione, con la gamba leggermente sollevata, come sdraiato: se non fosse che è a testa in giù. The falling man.

Si può scegliere la prospettiva romantica, che fa presa sullo stereotipo dell’Africa del Re Leone e sposta il centro del discorso per edulcorare i fatti; si potrebbe anche scegliere la prospettiva storica, che si concentra sui dettagli e sull’asetticità dei fatti, le radio, appunto, distribuite gratuitamente in ogni casa per dare il via al massacro; oppure si potrebbe puntare tutto sulla morbosità del sangue e degli orrori.
Tutti questi sentieri sono già stati ampiamente battuti in passato, specialmente il terzo.

falling man

Ma Marco Cortesi e Mara Moschini scelgono la quarta fotografia, scattata da Richard Drew al World Trade Center alle 9:41 dell’11 Settembre 2001, diventata simbolo della dimensione umana dell’attentato che tutti conosciamo bene. Ed è qui il punto. Che tutti conosciamo bene.
Tutti sappiamo dov’eravamo, cosa stavamo facendo l’11 Settembre 2001, anche chi, come il sottoscritto, era così piccolo che stava guardando la Melevisione; ma chi, pur avendone l’età, sa dov’era o cosa stava facendo il 6 aprile 1994?

Durante l’attentato alle Torri Gemelle sono morte esattamente 2977 persone, secondo i dati ufficiali; la stima totale delle vittime del genocidio in Rwanda si aggira sulle 800.000, circa 269 Torri Gemelle.
Eppure l’11 Settembre 2001 il mondo si è fermato: fiumi di rabbia, dolore, indignazione, cordoglio e attonito stupore hanno percorso l’intero globo, tutte le emissioni radiotelevisive si sono sintonizzate su New York, tutti sapevano e guardavano.

Il 6 aprile 1994 no.

Ed è da qui che Marco Cortesi e Mara Moschini partono per il loro spettacolo.
Dopo un passato televisivo in Rai Storia i due decidono di comune accordo di tornare alle origini, al teatro, perché – mi spiega Marco – «in televisione la produzione è ipertrofica e molto limitante, non hai mai tempo di approfondire l’argomento, prenderti il tuo tempo per rifletterci e per analizzarlo. Deve essere tutto immediato: devi realizzare un servizio, questo viene mandato in onda e subito si passa al seguente. Abbiamo deciso di prenderci una pausa e tornare a fare quello che facevamo: spettacoli nelle scuole, alle rassegne, fare informazione».

Questo infatti non è il primo spettacolo nell’ambito del teatro civile che la coppia realizza: dopo due spettacoli sulla guerra in Jugoslavia e una riflessione sulla pena di morte a partire dalla vita dell’ultimo boia francese, Marco e Mara scelgono il Rwanda «perché molti ce l’hanno chiesto, anche in vista del suo ventesimo anniversario nel 2014, in concomitanza proprio con quello della Prima Guerra Mondiale, di cui tutti si sono ricordati. Cerchiamo sempre di scegliere di raccontare eventi meno “alla moda”, eventi che è bene siano noti a più persone possibili, sempre in un’ottica di informazione e riflessione storica».

Rwanda-Dio-e-qui

Ed è la loro visione molto critica nei confronti dell’informazione di oggi che li porta a fare quella scelta che è il vero elemento di bellezza e novità dei loro spettacoli: scartare la foto del machete. Secondo Marco «i media oggi seguono veramente le “tre s” degli anni ’70: Sangue, Sesso e Star. Anche giornali e testate che io reputo molto importanti alla fine si riducono a seguire questo iter morboso e noi non avevamo bisogno di aggiungere altra carne al fuoco di questo banchetto; ci siamo resi conto invece che in tutti questi scenari ci sono tante storie – ma tantissime – molte di più di quelle negative, storie di fratellanza e di coraggio che alcuni tentano di raccontare ma semplicemente non fanno notizia. E noi abbiamo deciso di raccontarle».

Ed è così che i due partono per il Rwanda e dopo lunghe e tortuose ricerche sul campo, individuano una storia vera, la storia di un uomo e di una donna, di un hutu e di una tutsi, che traspongono in un monologo a due voci, semplice ed essenziale, senza scenografia. Bastano le loro parole a riportarlo in vita con una forza evocativa in grado di creare immagini vividissime, senza sfociare in facile retorica e inutili patetismi. La loro è una storia di resistenza, di coraggio e di grande umanità, la storia di un uomo e una donna comuni che, come tanti altri anonimi, hanno fatto la differenza per altre persone come loro.

Uno spettacolo da vedere innanzitutto per sapere, perché la storia si ripete: quanti #jesuischarlie sono fioccati il 7 gennaio per gli 11 morti in Francia e quanti invece sanno che nello stesso giorno sono morte 2000 persone a Baga, in Nigeria? O quanti hanno marciato e hanno preso le parti degli studenti cristiani uccisi solo pochi giorni fa da Al Shabaab all’Università di Garissa? “Ah, ma Garissa è in Kenya, è in Africa, è lontano”.
È lontano ma, come direbbe la protagonista dello spettacolo di Marco e Mara, sono esseri umani — come me e come te.

Il sito di Marco e Mara con gli appuntamenti per il prossimo mese.
In zona segnaliamo il 12 aprile a Cernusco sul Naviglio e il 29 aprile a Milano.

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