Avengers: Age of Ultron
L’evoluzione del cinecomic

Erin De Pasquale
@SirRexin

Vi ricordate da bambini quando la notte della Vigilia di Natale vi rigiravate nei vostri lettini con il batticuore, desiderosi di vedere cosa vi avrebbe portato Babbo Natale il giorno dopo ma allo stesso tempo con la paura di non ricevere nulla perché forse siete stati bambini cattivi? Ecco, più o meno simile era lo stato d’animo con cui io ho aspettato questo 22 aprile 2015, data dell’uscita dei cinema europei (perché sì, ce lo siamo beccati dieci giorni prima degli americani) di Avengers: Age of Ultron.

Proprio perché il primo film – semplicemente The Avengers – mi era piaciuto tanto, la paura che il seguito non sarebbe stato all’altezza del predecessore era tanta; a ciò si aggiungeva il timore che Joss Whedon, regista e sceneggiatori di entrambe le pellicole, avrebbe puntato ad un “bersaglio facile” proponendo un copia-incolla della sua opera precedente.

L’evoluzione quindi non è solo il tema fondamentale del film, il motore delle azioni sia di Ultron che dei Vendicatori, ma anche ciò di cui il film aveva bisogno per elevarsi al di sopra del suo predecessore e accaparrarsi la corona del miglior cinecomic in circolazione. Ci è riuscito? Andiamo con ordine.

Premessa: io non sono un esperto di cinema, ma un semplice appassionato di comics americani – e in particolar modo Marvel – ma, ancora di più, sono un appassionato del Marvel Cinematic Universe, frutto del progetto dei Marvel Studios di questi ultimi anni.
I film della Casa delle Idee non formano infatti semplicemente delle serie, o saghe, bensì un vero e proprio universo parallelo a quello fumettistico; non sono più quindi delle trasposizioni da fumetti, ma delle opere originali che prendono solo spunto dal materiale cartaceo.

avengers ultron

Avengers: Age of Ultron non condivide nulla, quindi, con la miniserie a fumetti omonima tranne la presenza di Ultron, il nemico del film nonché una delle nemesi storiche dei Vendicatori — benché le sue origini siano state cambiate per l’occasione: alla ricerca di un metodo per difendere la Terra da ogni minaccia, Tony Stark alias Iron Man crea un’intelligenza artificiale che evolve in poco tempo e decide di eliminare gli esseri umani per sostituirli con una forma di vita superiore e veramente degna di abitare il pianeta.

Una delle critiche maggiori mosse ai film Marvel è la mancanza di cattivi carismatici. La maggior parte di essi infatti sono piatti e non si allontanano di molto dal “voglio il potere per conquistare il mondo”. Ultron è per fortuna una piacevole eccezione: oltre ad essere carismatico, è anche molto ben caratterizzato, tanto da possedere quasi una sorta di filosofia personale che – nonostante i metodi brutali e senza dubbio esagerati – riesce a gettare ombre sull’operato svolto fino a quel momento dagli eroi.

Il punto di forza del film sta infatti nel modo in cui sono gestiti i personaggi (sia vecchi che nuovi) e il rapporto tra di loro: nonostante il personaggio di Tony Stark sia senza ombra di dubbio il preferito dai fan – grazie all’interpretazione dissacrante che ne ha dato Robert Downey Jr. – al contrario del primo film viene dato lo stesso spazio a tutti i protagonisti, riuscendo ad approfondire e dare valore anche a quei personaggi che fino a quel momento non erano ancora stati esplorati in modo degno — uno su tutti Occhio di Falco. Di alcuni personaggi vengono sottolineate caratteristiche già note, come l’incertezza di Captain America di essere un buon leader o la paura di perdere il controllo di Bruce Banner alias Hulk; di altri invece ne vengono mostrati di nuovi, come la fragilità della Vedova Nera e il terrore di Thor nei confronti di armi mortali anche per gli dei. Forse è dovuto al mezzo flop di Iron Man 3, ma questo film possiamo chiamarlo davvero “Avengers” e non solo “Iron Man&Friends” come invece poteva essere soprannominato il suo predecessore.

avengers-age-of-ultron-collage

Anche i nuovi arrivati – Scarlett Witch, Quicksilver e Visione – godono del giusto spazio, ma la menzione speciale in questo caso va a Pietro Romanoff: un’altra incarnazione del personaggio era apparsa infatti nel 2014 in X-men: Days of Future past prodotto però dalla Fox e quindi non facente parte del Marvel Cinematic Universe. In questa “nuova” versione, il Velocista è sempre sprezzante e sicuro di sé, ma si comporta in maniera meno paranoica e assurda, ed è in generale più realistica.

La trama rispetto al primo The Avenger è notevolmente migliorata, molto più profonda e dai toni quasi drammatici, anche se a tratti è un po’ confusa da seguire. Il ritmo è sempre molto alto, quindi il passaggio da scena d’azione a scena d’azione è così breve che se non si sta molto attenti può sfuggire il motivo per cui i personaggi facciano una determinata cosa. Inoltre, il gran numero di sottotrame che lega i diversi personaggi complica ancora di più la situazione e lo spettatore è costretto ad uno sforzo notevole per seguire la narrazione.

Ma le vere protagoniste del film sono proprio le scene d’azione: adrenaliniche, frenetiche e mai troppo lunghe, riescono ad essere sempre chiare nonostante seguano quasi sempre più personaggi contemporaneamente. E soprattutto fanno la cosa più importante: fomentano a bestia. Certo, l’uso della CGI è massiccio — soprattutto nei piani sequenza, ormai marchio di fabbrica di Joss Whedon — ma è armonizzata così bene da non sembrare quasi finta; se non vi esaltate durante il combattimento di Hulk contro la Hulkbuster, allora non siete umani.

Il film non è privo di difetti, però. Ci sono due fattori che, combinati insieme, creano dei problemi alla sceneggiatura.

Il primo è la sua natura di “ponte di raccordo” tra il primo e il terzo film dedicato ai Vendicatori. Joss Whedon si è trovato costretto non solo a recuperare i fili narrativi lasciati in sospeso dalle opere precedenti, ma ha anche dovuto disseminare la pellicola di elementi che saranno alla base di Avengers: Infinity War e di tutto il futuro del Marvel Cinematic Universe; questo ha portato verso la fine del lungometraggio ad una perdita di interesse nei confronti della trama principale per concentrarsi su storie apparentemente accessorie, costringendo il film ad un finale un po’ sbrigativo e senza l’impatto che mi sarei aspettato.

Il secondo fattore destabilizzante è paradossalmente una caratteristica fino a questo momento da me elogiata, ossia proprio l’appartenenza all’Universo Marvel Cinematografico: ci sono delle situazioni che, alla luce degli avvenimenti dei film passati, non hanno senso e non vengono spiegati in nessun modo — come per esempio la scena iniziale in cui i Vendicatori sembrano essere soliti collaborare quando è da The Avengers che non si sono stati più mostrati tutti insieme. Sembrano piccolezze, ma sono dettagli che i fan notano e rischiano di minare le basi dell’intero progetto dei Marvel Studios.

Per questi motivi Avengers: Age of Ultron rappresenta senza ombra di dubbio l’evoluzione perfetta (ma al contempo necessaria) dei cinecomics: gli ingredienti sono ancora gli stessi – personaggi iconici, forti dosi d’ironia e scene d’azione epiche – ma sono cucinati e conditi meglio, con una trama appassionante, intrecci interessanti e un colpo di scena davvero inaspettato.

Ora il mio pensiero corre al 2018 e ad Avengers: Infinity War Parte 1, il quale non sarà più diretto da Joss Whedon bensì dai fratelli Russo già registi di Captain America: The Winter Soldier. Molti fan sono già preoccupati per questo cambio di timone, mentre io sono piuttosto fiducioso, dal momento che sono riusciti a trasformare un franchise mediocre in uno dei migliori. Magari loro rappresenteranno non solo un’evoluzione ma addirittura una rivoluzione, però per adesso non possiamo fare altro che ringraziare Joss Whedon per averci regalato il miglior esponente dei cinecomics fino ad ora.

Erin De Pasquale
Studente di Lettere. Amo i videogiochi, fumetti, serie tv e libri: se esiste qualcos’altro là fuori, non voglio saperlo.

Commenta