Elezioni in Nigeria: ha vinto Muhammadu Buhari

Giulia Pacchiarini
@GiuliaAlice1

Nigeria—dopo quattro giorni dall’apertura delle urne è stata annunciata questa notte la vittoria di Muhammadu Buhari, candidato dell’opposizione, con uno scarto (secondo i dati di 35 stati sui 36 totali) di circa 2 milioni di voti rispetto al presidente uscente Goodluck Jonathan.

Le elezioni sono state rimandate di sei settimane, dall’originale data del 14 febbraio. I seggi sono stati aperti alle ore 8.00 e chiusi alle 13.00 di sabato 28 marzo e riaperti domenica alle 12.00. In origine le operazioni di voto avrebbero dovuto coinvolgere una sola giornata ma a causa di alcuni problemi riguardanti i riconoscimenti biometrici sono state prolungate per 348 seggi su 150.000.
Il sistema governativo nigeriano richiede un presidente con un mandato di quattro anni eleggibile per un massimo di due volte, vi è poi un’Assemblea Nazionale composta da una Camera dei rappresentanti e da un Senato.

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Tra i quattordici candidati l’elezione alla fine si è fatta un testa a testa tra due candidati, l’ormai ex presidente, Goodluck Jonathan, “l’uomo del popolo” del Partito Democratico Popolare al potere dal 1999, e Muhammadu Buhari, generale in pensione sostenuto dai 4 principali partiti all’opposizione (APC), divenuto membro del governo per la prima volta nel 1980 a seguito di un colpo di stato militare instaurando un regime particolarmente intransigente e feroce.

La Nigeria è la nazione più popolosa del continente africano con 173 milioni di abitanti e la più grande economia della regione, grazie alle ingenti esportazioni di Petrolio, dirette soprattutto verso gli Stati Uniti.

L’esportazione petrolifera rappresenta il 95% dell’esportazione nazionale totale — per questo il crollo dei prezzi del greggio, sceso del 55% tra settembre 2014 e gennaio 2015 ha messo sotto pressione l’intera nazione. Già un anno fa il ministro delle Finanze Ngozi Okonjo-Iweala aveva consigliato di «cominciare a pensare al Paese come a un Paese non petrolifero».
Nonostante le enormi ricchezze che esportazioni simili hanno prodotto nel corso degli anni, non vi è mai stata un’adeguata redistribuzione delle risorse. Ad oggi il 70% della popolazione, situata nelle zone più indigenti nel nord dello stato, vive sotto la soglia della povertà, sopravvivendo con meno di un dollaro al giorno secondo il CIA World Factbook. Il 50% è privo di elettricità.

Le tematiche economiche sarebbero perciò dovute essere il centro delle discussioni tra i candidati, tuttavia, guardando le diverse campagne elettorali appare subito chiaro che il terreno di scontro sia stato un altro, lo stesso che ha riempito le prime pagine dei quotidiani nazionali ed esteri negli scorsi mesi: Boko Haram.
Il gruppo, fondato nel 2002 come erogatore di un’educazione alternativa a quella occidentale, e nel 2013 è stato inserito dagli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il gruppo si è affermato nelle cronache estere il 15 aprile 2014 per il rapimento di 276 studentesse, la maggior parte delle quali risultano ancora scomparse. I massacri si sono susseguiti giorno dopo giorno, arrivando sino alla strage di Baqa nel gennaio 2015. Ad ogni attacco il gruppo ha conquistato un avamposto nel territorio nigeriano sino a toccare i confini del Camerun.
Il 12 marzo 2015 Boko Haram si è dichiarato affiliato allo Stato Islamico nel comune obiettivo di costituire un Califfato Islamico.

Nell’affrontare la minaccia terroristica l’esercito nigeriano ha dimostrato tutta la propria inefficacia. I primi successi militari sono giunti solo in seguito all’intervento delle forze di Ciad e Niger, preoccupati dall’avanzata del gruppo terroristico nella zona nord-est del Paese, più povera e a maggioranza islamica.

Solo qualche giorno fa, il 24 febbraio, gli abitanti di Damasak – recentemente liberata proprio dagli eserciti di Ciad e Niger – hanno denunciato il rapimento di 500 persone tra donne e bambini, ora in mano a Boko Haram.

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Proprio per evitare infiltrazioni del gruppo terroristico – che ha definito le elezioni “Non conformi all’Islam” – il governo aveva deciso di rinviare le elezioni e successivamente ha disposto l’impiego di 360.000 agenti di polizia in aree strategiche. È stata imposta la chiusura delle frontiere nazionali tra la mezzanotte del 25 marzo e quella del 28, ed è stata vietata la circolazione dei veicoli durante le elezioni stesse. Nonostante le forze dispiegate è stata registrata dopo poche ore dall’apertura dei seggi la morte di almeno due persone, a Birin Bolawa e Birin Funali, nello stato di Gombe, e di altre 6 a Ngalda nello Stato di Yobe. Alla chiusura dei seggi i morti erano una quindicina.

I due principali candidati si sono scontrati sulla sicurezza interna, proponendo due diverse strategie da adottare nei confronti di Boko Haram. Se Jonathan ha riposto la propria fiducia nella cooperazione nazionale e internazionale arrivando a dire che entro aprile il gruppo terroristico sarà estirpato dal territorio nigeriano, Buhari ha criticato il governo precedente promettendo a sua volta la fine dei massacri in pochi mesi.
La vittoria di Buhari va oltre ogni pronostico, aggirando anche il meccanismo di ballottaggio che si sarebbe reso necessario nel caso in cui uno dei due candidati non avesse raggiunto almeno il 25% nei due terzi dei 36 stati federali che compongono il Paese.
Durante le votazioni la coalizione di Buhari ha denunciato diverse irregolarità in stati come Sud River e Akwa Ibom e si sono temute interferenze da parte dell’ex presidente anche durante gli scrutini. Tuttavia dopo diversi comunicati rilasciati dal Segretario di stato statunitense John Kerry e quello britannico Philip Hammond la Commissione Elettorale Indipendente ha negato la presenza di qualsivoglia manipolazione.

Oggi però nonostante le rassicurazioni governative e la fine delle elezioni il clima rimane teso. Solo quattro anni fa, alle elezioni erano seguiti diversi giorni di scontri che avevano portato alla morte di circa 800 persone. In questa tornata elettorale si temono insurrezioni nella zona del delta del Niger a sud del Paese, centro focale per la produzione di Petrolio e bacino di residenza dei sostenitori del presidente uscente.

Giulia Pacchiarini
Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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