La differenza tra il coraggio vero e quello in doppiopetto

Alessandro Massone
@amassone

Il Governo italiano per festeggiare il 70esimo anniversario della Liberazione ha prodotto un trittico di spot di trenta secondi legati da un tema: il coraggio.
Un coraggio disinfettato, però. Un coraggio di cui si parla perché è piú facile farne un discorso generico e non di ideali — ideali che per altro ogni anno vengono sempre piú identificati come di parte, per cui meglio non parlarne, se si vuole parlare a tutti, che è un po’ come parlare a nessuno.

Il coraggio è una cosa diversa. Nei video si rincorrono espressioni usate e abusate della nuova retorica italiana, “Non arrendersi mai”, gli ostacoli come “motivi per ripartire”, “il coraggio di ricominciare”, “Credere nei sogni”, e l’ormai famigerato “Mettersi in gioco”.
Espressioni che potrebbero accompagnare una pubblicità della Fiesta (“il coraggio di ricominciare” … la giornata!), o l’ennesimo tentativo fallimentare della FIAT di vendere un’automobile mediocre dandole il nome di una vecchia gloria (“Non arrendersi mai”).

Il coraggio è una cosa diversa. Le storie vere di coraggio sono molto magre di momenti epici, e molto ricche di disperazione, di commozione, di fango sulla pelle e sangue sui vestiti.
Essere coraggiosi ha molto poco a che vedere con il mettersi in gioco. Essere coraggiosi è un misto poco salutare di determinazione, senso del dovere, e sacrificio.
Per parlare del coraggio degli operai trasformati banditi, dei bambini ribelli, delle madri che li nascondevano e delle ragazze che combattevano con loro, bisogna parlare di perché combattessero, e di perché perseverassero.
Il coraggio si racconta parlando dei momenti di debolezza, del dubbio, e della peggiore delle paure.

***

È difficile immaginare le notti, nel buio assoluto, in cui oltre al terrore dell’essere cacciati come animali si doveva anche combattere la mancanza di casa, della propria famiglia, dei propri genitori. Così i giovanissimi partigiani cantavano, cercando rifugio in melodie baldanzose.
Nasceva durante una notte di paura, nella zona del monte Tobbio, Siamo i ribelli della montagna.

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Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì su per l’aride montagne,
cercando libertà tra rupe e rupe,
contro la schiavitù del suol tradito.

Lasciammo case, scuole ed officine,
mutammo in caserme le vecchie cascine,
armammo le mani di bombe e mitraglia,
temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.

Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir.

Di giustizia è la nostra disciplina,
libertà è l’idea che ci avvicina,
rosso sangue è il color della bandiera
partigian della folta e ardente schiera.

Sulle strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate.
sentimmo l’ardor per la grande riscossa,
sentimmo l’amor per la patria nostra.

Scritta da Emilio Casalini, “Cini”, e musicata da Luciano Rossi “Lanfranco”, Siamo i ribelli della montagna è una delle pochissime canzoni partigiane a essere musicalmente originale.

Carlo De Menech, partigiano diciottene, ricorda in un dattiloscritto del 1975:

“Ad un certo punto avvertiamo la necessità di creare qualcosa che riguardi noi e tutti i giovani della nostra generazione, esaltandone la Resistenza in aderenza alla realtà della lotta che conduciamo. Sarà la nostra storia e traccerà le dure vicende della vita partigiana e gli ideali che la sostengono. Su questi presupposti Cini prende l’iniziativa e un bel giorno comincia a scrivere delle parole su un foglio di carta biancastra da impaccare; in mancanza di tavolo, utilizza una grossa pietra posta all’ingresso della “caserma”, che serviva ai contadini per battervi le castagne, e noi facciamo circolo attorno a lui proponendo e suggerendo vocaboli e argomenti. Dopo alcuni giorni la bozza è stesa (…). In distaccamento c’è uno studente di musica, ventenne, Lanfranco, al quale viene consegnato il testo delle parole che si porta appresso durante il servizio di sentinella sul monte Pracaban; al ritorno, le note sono vergate su un pezzo di carta da pacchi (…).”

Durante la stesura del testo, sbocciò una discussione tra Cini e suo fratello minore, altro testimone della vicenda, riguardo l’uso dell’aggettivo “straziate”, forse troppo forte, per una canzone che doveva scaldare gli animi.

Alla fine Cini decise di tenerla, quella parola, che tre settimane dopo lo inseguì fino alla Benedicta, dove morì fucilato in una esecuzione sommaria, insieme ad altri centoquaranta partigiani.

Sono queste le storie seminali della Resistenza.
Storie di paura, di disperazione, e storie di ribelli che nel tempo libero erano bambini.
Dobbiamo ricordare il loro coraggio, ma è irrispettoso nei confronti della memoria di vittime come Emilio Casalini provare a dire che si fossero “messi in gioco”. Come se queste persone sognassero di dover abbandonare le proprie famiglie, i propri cari, rischiare di morire ogni ora della propria giornata.

Dovremmo piuttosto celebrare la Liberazione ricordando gli orrori normali del fascismo, la realtà di due regimi criminali, il coraggio infuso dai partigiani nella popolazione, e il miracolo delle sollevazioni nelle città.
L’Italia Libera non era un sogno nel cassetto. Era una necessità, un’emergenza vitale. Il sacrificio di ribelli, cittadini, di un popolo, non fu mosso da ambizione, ma da disperazione.

E questo non fa che renderlo ancora piú importante.

Alessandro Massone
Designer di giorno, blogger di notte, podcaster al crepuscolo.

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