La guerra civile nella Repubblica Centrafricana è finita. Forse.

Andrea Poletto
@AndreaPoletto

L’8 aprile i rappresentanti centrafricani dei ribelli ex-Séléka e delle milizie Anti-Balaka hanno finalmente firmato l’accordo definitivo di cessate il fuoco tra le due parti; il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, impegnato da mesi come mediatore super partes, ha dato la notizia sottolineando “lo spirito di fraternità” di cui hanno dato prova i due rappresentanti durante i mesi di negoziazione.

La Repubblica Centrafricana, ex colonia francese incastrata tra il Ciad e la Repubblica Democratica del Congo, aveva vissuto un periodo di calma e relativa prosperità dal 1979, anno nel quale finì la dittatura dell’autoproclamatosi imperatore Jean-Bedel Bokassa: da quel momento nessuno scontro etnico o religioso l’aveva lacerata, nessun grave crimine era stato perpetrato dai suoi capi di Stato, era persino diventata una repubblica multipartitica dal 1993.
Per gran parte dei 54 anni di storia del Paese la minoranza islamica e la maggioranza cristiana hanno convissuto in relativa armonia: prima del 2003 delle 4,6 milioni di persone che abitavano il Paese la maggioranza era cristiana (cattolici e protestanti formano almeno il 50 % della popolazione), mentre il 35 % dei centrafricani – pur dichiarandosi formalmente cristiano – segue credenze tradizionali e il 15 % aderisce all’Islam.

Nel 2003 François Bozizé, il capo di stato maggiore dell’esercito, prese il controllo della Repubblica Centrafricana con un colpo di Stato appoggiato dal presidente del Ciad, Idriss Déby, che sostenne la sua rivolta; negli otto anni successivi venne rieletto per due volte, forte del sostegno dell’alleato Ciad e degli interventi della Francia in suo favore — Francia che non ha mai smesso di interferire anche dopo l’indipendenza ottenuta dalla sua ex-colonia. Bozizé riuscì ad uscire vittorioso anche dalla guerra civile contro il rivale Michel Djotodia – a capo dell’UFDR (Union des Forces Démocratiques pour le Rassemblement) – scatenatasi in seguito al suo golpe e durata formalmente fino al 2007.

Ma il nord della Repubblica Centrafricana, fuoco e zoccolo duro delle rivolte, non è mai passato completamente sotto il controllo statale e quindi, quando nel 2011 Bozizé cominciò a prendere le distanze dal Ciad per tentare di entrare nell’orbita economica Sudafricana, il presidente Déby vi inviò mercenari musulmani reclutati in Ciad e nel vicino Sudan per accrescere le fila dei ribelli centrafricani che ancora non si erano rassegnati al governo di Bozizé.
Dall’unione tra queste forze nacque quindi il gruppo di ribelli Séléka, parola che significa appunto “coalizione” in sango, lingua ufficiale del Centrafrica. I nuovi ribelli così si espansero in direzione sud, portando con sé un’ondata di sangue e instabilità, comportandosi più da tagliagole che da guerriglieri; sebbene la loro discesa non avesse apparentemente uno scopo preciso, se non quello di destabilizzare il governo, pian piano ci si rese conto che durante gli episodi di violenza erano i cristiani l’obiettivo.

La coalizione Séléka, nel frattempo, si era impadronita del potere e aveva dato la presidenza a Michel Djotodia – già protagonista della precedente guerra civile – dopodiché si era formalmente sciolta.

Tra i cristiani della capitale Bangui cominciò quindi a serpeggiare l’odio nei confronti dei musulmani — anche se la maggior parte dei musulmani che vivevano nella zona centro-meridionale della Repubblica Centrafricana non aveva niente a che vedere con i ribelli Séléka. A partire dal 2013, perciò, i cristiani si organizzarono in milizie dette Anti-Balaka, “anti-machete”, e da quel momento si assistette ad un graduale rovesciamento della situazione che vide questa volta i musulmani – che avessero a che fare con gli ex-Séléka o meno – nel mirino della violenza delle milizie Anti-Balaka.
Arrivati a Bangui gli Anti-Balaka hanno ripetuto lo stesso schema seguito dai Séléka ma, a differenza di questi ultimi, non hanno mai preso il governo, si sono semplicemente limitati a destabilizzarlo e a costringere infine Djotodia alla fuga.

In breve il conflitto si è quindi cristallizzato, vedendo contrapporsi rappresaglie cristiane in zone musulmane e viceversa: una guerriglia diffusa di cui le vittime furono e sono per la stragrande maggioranza civili, donne e bambini.

Ed è stato a questo punto, quando ormai i limiti erano stati oltrepassati, che il Segretario di Stato americano ha parlato di “situazione pre-genocidaria” e solo a questo punto è arrivato l’intervento francese, nonostante i ripetuti appelli di aiuto lanciati da Bozizé a Hollande dalla fine 2012, quando ancora la situazione poteva essere controllabile; 1200 soldati francesi sono stati tardivamente inviati a fine 2013 nel quadro dell’”Operazione Sangaris”, volta a “ristabilire l’equilibrio” e supportata dalla missione delle Nazioni Unite MISCA (Mission internationale de soutien à la Centrafrique sous conduite africaine).

Il governo di transizione retto da Catherine Samba-Panza e spalleggiato dagli occidentali ha tentato invano già nel luglio 2014 e nel gennaio 2015 di arrivare a degli accordi di cessate ostilità tra gli ex-Séléka e gli anti-balaka ma la situazione di delirante recrudescenza delle violenze ormai è diventata status quo nella Repubblica Centrafricana ed entrambe le parti si sono rifiutate di riconoscere o rispettare gli accordi proposti.

Intanto la situazione continua a peggiorare: un rapporto di Save The Children nel 2014 ha recensito almeno 10.000 bambini-soldato all’interno della Repubblica Centrafricana e secondo un rapporto dell’ONU del gennaio 2015 il conflitto è arrivato ormai a contare tra i 3000 e i 6000 morti.
Le ripercussioni sulla popolazione sono raccapriccianti: secondo l’Oxam la guerra nella Repubblica Centrafricana registra “un quadro umanitario drammatico: tra ripetute ed estese violazioni dei diritti umani, omicidi, distruzione di proprietà, la perdita dei mezzi basilari di sussistenza per le famiglie”, oggi si contano “oltre 860.000 sfollati” e “il 90% della popolazione è costretta a sopravvivere con un solo pasto al giorno”. Ovviamente più dell’80% dei rifugiati sono donne e bambini. Il rapporto dell’ONG si chiude con la stima che nel 2014 un bambino al giorno sia rimasto ucciso o mutilato.

Nonostante la componente religiosa sembri essere la causa principale del conflitto, un rapporto di Human Rights Watch dimostra che le tensioni non sono esclusivamente legate alla religione: sono spesso il risultato di realtà più complesse sul terreno. Gli incidenti tra gli allevatori e gli agricoltori illustrano bene questa situazione: gli Mbororo, per esempio, sono nomadi musulmani che si possono ritrovare in numerosi Paesi dell’Africa Occidentale e Centrale. Spostano grandi mandrie da una zona di pascolo all’altra e ciò crea conflitti con gli agricoltori sedentari (per lo più cristiani Gbaya). Ciò non fa altro che rendere una riappacificazione ancora più difficile perché il conflitto, almeno a livello rurale, affonda le radici ben più in là nel tempo di quanto non sembrino indicare le recenti violenze.

Non resta quindi che sperare che questi nuovi accordi, incredibilmente accettati (pare) da entrambe le parti senza riserve, diano inizio ad una graduale distensione.

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