Nazioni Unite
Stato Islamico e Governo iracheno violano i diritti umani

Marta Clinco
@MartaClinco

Il 13 di marzo, l’ufficio dell’United Nations High Commissioner for Human Rights ha reso noto un report sullo stato della “Human rights situation” in Iraq – in esame, gli eventi intercorsi tra giugno 2014 a febbraio 2015.  Il Consiglio ha richiesto all’Alto Commissario di inviare una missione nel Paese per indagare sui presunti – poi accertati – abusi e sulle violazioni del diritto internazionale perpetrate non solo dallo Stato Islamico e gruppi terroristici affiliati ma anche dalle autorità governative, per poi accertarne fatti e circostanze “al fine di evitare l’impunità e garantire la piena responsabilità dei colpevoli”.

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Le indagini partono da fine giugno 2014: in quel periodo ISIS conquistava definitivamente Mosul – seconda città dell’Iraq subito dopo la capitale Baghdad, capoluogo della provincia di Ninawa. Poco dopo era stata la volta di Tikrit – città natale dell’ex presidente sunnita Saddam Hussein, capoluogo della provincia di Salaheddine. L’isteria allarmista e stupita dilagava velocemente sui media , colpevolmente dimentichi del fatto che già tra dicembre 2013 e inizio gennaio 2014 i miliziani di al-Baghdadi si erano mossi sulla provincia di Anbar, per poi occupare i centri di Ramadi, il capoluogo, e Falluja. In quel periodo – siamo esattamente a metà dello scorso anno – ISIS compariva e si imponeva prepotentemente sulla scena della politica e del terrorismo internazionali e la faceva da padrone – mentre le cancellerie occidentali fissavano sbigottite negli schermi televisivi l’avanzata della nuova e sconosciuta organizzazione terroristica – operativa, a dire il vero, dal lontano 2006 (addirittura 2004, se si considerassero gli albori qaedisti).

A maggio, a seguito dell’offensiva su Anbar, più di 500.000 civili erano stati sfollati. Sono seguiti i massacri del carcere di Badoush e Camp Speicher, oltre all’assedio della città di Amerli, nella provincia di Diyala – nel mese di agosto, il sequestro dei distretti di Sinjar, Tel Afar e delle pianure del Ninawa.

Peraltro, non è nemmeno notizia recente il fatto che quello iracheno sia uno Stato sostanzialmente al collasso: il governo guidato dal Primo Ministro sciita Nuri al-Maliki si è dimostrato inadatto e impreparato nella gestione – che avrebbe dovuto necessariamente essere forte ed energica – successiva all’abbandono del Paese da parte delle truppe americane, avvenuto nel 2011: le politiche adottate si sono dimostrate fallimentari e il fronte del conflitto siriano – regione con la quale l’Iraq condivide il lungo confine a nord-ovest – continua a destabilizzare profondamente il Paese.

A complicare ulteriormente la situazione concorrono anche i rapporti complessi con i curdi e con il Kurdistan iracheno. Entro queste fessure, tra le inettitudini di capi e poteri, si è insinuata la minaccia terrorista dello Stato Islamico che ora di quei capi e di quei poteri dismessi, si ritrova a fare sostanzialmente le veci.
Ulteriore elemento generatore di caos sono state le politiche estremamente settarie e dure perpetrate dal Presidente al-Maliki nei confronti dei sunniti in seguito alla destituzione del presidente Saddam Hussein, che in questo senso ha calcato i passi dell’avversario sunnita.
Nell’editoriale pubblicato sul New Yorker l’11 giugno 2014, Dexter Filkins scriveva:

“Gli Stati Uniti riuscirono in tre anni – dal 2006 al 2009 – a rimediare alle disastrose conseguenze delle violenze settarie del governo iracheno sunnita di Saddam. Tuttavia in seguito i soldati americani lasciarono il Paese, e le cose cominciarono a peggiorare: al-Maliki iniziò ad accentrare il suo potere e a colpire esponenti sunniti con arresti e repressioni”.

Quando gli americani invasero l’Iraq nel 2003 iniziò infatti la fase di sostanziale distruzione dall’interno dello Stato iracheno: distrutti il suo esercito, la sua burocrazia, le sue forze di polizia, venne anche meno la maggior parte di tutto ciò che – almeno in via teorica – dovrebbe contribuire a mantenere unita una nazione. Nel 2011, al ritiro delle truppe, il processo di ricostruzione non era ancora terminato – soprattutto, con la fine della missione sarebbe venuto meno anche il freno posto dalle forze e dalla presenza americane nei confronti delle politiche intransigenti di al-Maliki.

Nel corso dell’ultimo periodo – in particolare, da quando ISIS ha intrapreso la pesante offensiva all’interno del Paese – si sono intensificate e hanno quindi cominciato ad emergere le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal Califfato e dai gruppi armati associati ad esso ai danni della popolazione locale. Principali vittime sono i membri delle comunità etniche e religiose delle aree irachene sequestrate – le operazioni a Mosul e Sanjar hanno provocato lo sfollamento di oltre 1,5 milioni di persone. Si tratta di un esodo di massa, che vede la comunità yazidi, quella cristiana e membri di altre comunità locali fuggire dalle pianure del Ninawa, oggetto di vere e proprie spietate persecuzioni. Molti giovani iracheni sono andati incontro alla morte, unendosi volontariamente al Movimento di Mobilitazione Popolare istituito a seguito del sequestro dei territori nel giugno 2014 sotto la guida del Grande Ayatollah Ali al-Sistani. Il movimento sarebbe anche sostenuto dal governo: il 30 settembre 2014 l’esecutivo ha approvato una risoluzione che invita il primo ministro al-Abadi a garantire supporto al movimento con armi, logistica, formazione sul campo e salari.

Si parla già di migliaia di morti, di genocidio: sono infatti durissime le persecuzioni subite dai membri di questa comunità, molto chiusa e dalle origini discusse, il cui culto religioso, connotato da grande segretezza ed esoterismo, pare addirittura più vicino alle dottrine orientali che all’Islam. In questo risiederebbe una delle principali cause di persecuzione.

È cominciata ad inizio agosto 2014 la lunga serie di attacchi sistematici da parte dello Stato Islamico nelle pianure di Ninive e in città e villaggi popolati da yazidi. A livello operativo, i miliziani dell’ISIS procedevano separando uomini da donne e bambini; il più delle volte, gli uomini venivano poi trasferiti in fossati scavati nel terreno e sommariamente giustiziati.

Alcuni di loro – le cui testimonianze troviamo nel report – sono riusciti a salvarsi cadendo coperti dai corpi dei compagni ormai senza vita al momento dell’esecuzione. Alcuni riferiscono di essere stati invitati a convertirsi all’Islam – per molti tuttavia nemmeno la conversione è stata garanzia di salvezza. Donne e bambini, tenuti prigionieri, spesso erano costretti ad assistere alle esecuzioni di mariti e padri. In alcuni casi, i villaggi sono stati completamente svuotati della loro popolazione yazidi – a Kocho, nord-est del’Iraq, almeno 700 uomini sono stati uccisi nello stesso mese di agosto. Un gruppo di 196 yazidi disabili – tra cui anziani, bambini e malati – è stato a lungo tenuto prigioniero a Mosul e Tel Afar fino al rilascio avvenuto solo di recente, nel gennaio 2015. Molti prigionieri sono stati costretti a convertirsi all’Islam durante la loro prigionia – sarebbero circa 3.000 gli yazidi presumibilmente ancora nelle mani dello Stato Islamico, dei quali non si hanno notizie da mesi.

Secondo stime aggiornate al 6 agosto 2014, circa 200.000 cristiani e membri di altri gruppi etnici e religiosi erano fuggiti da al-Hamdaniya, Bashiqa, Bartella, Tel Keif e altre città e villaggi nelle pianure del Ninawa prima che venissero occupate dallo Stato Islamico. Tra questi, 50.000 erano precedentemente fuggiti da Mosul a metà giugno, nel timore della presa di potere da parte dei miliziani di al-Baghdadi, che hanno subito sequestrato i loro beni e le loro proprietà.
Sempre attorno al 6 agosto si registra l’assalto alla città di al-Hamdaniya, nota anche come Qaraqosh. Molte testimonianze raccontano di storiche cattedrali cristiane e chiese saccheggiate e distrutte – pare che durante gli attacchi granate, colpi di mortaio e razzi siano stati lanciati in zone ancora occupate da civili.

Attacchi sono stati perpetrati anche contro i turkmeni, la comunità shabak e altri gruppi sciiti.
Le vittime e i testimoni delle offensive su Amerli, Barawjali, Bashir, Jerdghali, Qaranaz, Ba’shika, Bazwaya, Gogjali e Omar Kan hanno riferito di uno schema costante adottato dall’ISIS: il villaggio viene circondato, uccisi gli abitanti che non trovano via di fuga, vengono bruciate e distrutte le case e i luoghi di culto sciiti, saccheggiate le proprietà pubbliche e private. Dei numerosi membri della comunità shabak sequestrati a fine giugno non si hanno ancora notizie (dato aggiornato a fine febbraio 2015).

Il 10 giugno più di 600 detenuti del carcere Badush (Ninawa) sono stati sommariamente giustiziati: la mattina presto, la prigione – che ospitava oltre 3.000 detenuti – è stata presa dall’ISIS subito dopo la fuga delle guardie. I prigionieri sono stati divisi in gruppi sulla base della loro appartenenza etnica o religiosa. I sunniti sono stati liberati. Gli altri, soprattutto sciiti, sono stati caricati sui camion, portati presso un burrone nelle vicinanze e fucilati.

Il 12 di giugno, tra i 1500 e i 1700 membri delle forze armate irachene sono stati sommariamente giustiziati tra Camp Speicher e il governorato di Salah ad-Din. Altri obiettivi più prettamente politici nel mirino dello Stato Islamico sono agenti di polizia, membri delle forze armate irachene, il Movimento del Risveglio, funzionari pubblici, membri del Parlamento, leader tribali e religiosi, i candidati per le elezioni parlamentari e legislative, nonché coloro che avevano criticato pubblicamente l’Isis.

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Altro punto importante affrontato nel rapporto dell’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite è quello riguardo la violenza sessuale e la violenza di genere contro le donne yazidi. Dopo la separazione sistematica di uomini, donne e bambini, le donne yazidi vengono ulteriormente suddivise in tre gruppi: donne sposate con figli, donne sposate senza figli, donne non sposate e giovani ragazze. Ogni gruppo viene trasferito in un luogo diverso del territorio controllato da Isis – alcune vittime sono state trasferite in più di dieci luoghi diversi nel corso di un periodo di quattro mesi. Questi trasferimenti e ripetuti spostamenti hanno lo scopo di rafforzare il controllo sulle vittime instillando sentimenti di paura, insicurezza e disorientamento.

Le ragazze e le donne non sposate che sono riuscite a fuggire dalla prigionia hanno raccontato i sistemi attraverso cui sono state violentate e schiavizzate sessualmente: i nomi venivano registrati e numerati su delle liste, e controllati per valutare la loro bellezza caso per caso. Alcune sono state cedute come regalo, altre vendute a combattenti locali o stranieri, altre ancora a emiri in cerca di moglie. Alcune vittime erano a conoscenza delle trattative di prezzo che intercorrevano tra “fornitori” e “buyers” – alcune di queste avevano solo 11 anni.

Sono state reperite anche testimonianze dirette che riferiscono di come Isis abbia utilizzato o arruolato bambini e ragazzi di età compresa tra gli 8 e i 18 anni perché partecipassero attivamente al conflitto armato, in violazione della legislazione internazionale sui diritti umani, del diritto penale internazionale e del diritto internazionale umanitario consuetudinario.

Alcuni bambini yazidi scappati dalla prigionia hanno raccontato di come avessero ricevuto una formazione religiosa e militare a seguito della conversione forzata.

La formazione dura dai tredici giorni alle tre settimane – tra gli insegnamenti impartiti, come caricare e scaricare le pistole, sparare con proiettili veri e lanciare piccoli e medi razzi. I ragazzi venivano inoltre costretti a guardare più volte i video delle decapitazioni degli “infedeli”.

I maggiori centri di addestramento minorili si troverebbero a Fallujah e Mosul, come ben visibile nelle immagini del video del reporter britannico John Cantlie, ormai da mesi controverso portavoce della propaganda dello Stato Islamico – video in cui si fa riferimento ai bambini come a “cuccioli del Califfato”.

Come accennato all’inizio, oggetto del report non sono solo le violazioni commesse dallo Stato Islamico: la missione ha infatti raccolto informazioni provenienti da più fonti ritenute affidabili che evidenziando probabili violazioni della carta internazionale dei diritti umani da parte dell’ISF (Iraqi Security Forces) e di gruppi armati legati nei loro sforzi contro il terrorismo per sconfiggere l’Isis: esecuzioni extragiudiziali, torture, rapimenti e spostamento forzato di ingenti numeri di persone.

Non sono ancora del tutto chiari i legami tra alcune milizie e il Governo: ricordiamo che dalla presa di Mosul da parte di Isis, diversi gruppi armati sono diventati parte integrante della risposta del Governo iracheno al Califfato, e che sempre più offuscata è ora la linea di demarcazione tra forze pro-governative regolari e irregolari – in particolare tra i volontari e la milizia sempre più composita di Mobilitazione Popolare. La missione ha ricevuto un certo numero di riscontri relativi anche ad attacchi indiscriminati ai danni dei civili. Le forze governative sarebbero state perfettamente in grado di determinare il bersaglio di questi attacchi – nonostante questo, pare sia stato stabilito che spesso i morti e i feriti tra i civili sono un prezzo che è necessario pagare nella disperata lotta al terrorismo, senza adoperarsi per aumentare quantomeno le misure di sicurezza per la protezione dei civili: il 29 novembre, nella Tua (governorato di Salah ad-Din), un elicottero ha colpito una macchina con due razzi, uccidendo una persona e ferendone sette; lo stesso giorno, un altro elicottero iracheno ha colpito una casa nella stessa zona, uccidendo almeno 17 persone, tra cui cinque bambini.

Anche l’utilizzo di barrell bombs – ne abbiamo sentito parlare per quanto riguarda il conflitto siriano – da parte dell’ISF è stato ampiamente accertato. Si tratta di un’arma a bassissima precisione: se utilizzata in aree residenziali, porta necessariamente a colpire in maniera indiscriminata.

In conclusione, sembrano chiari e accertati alcuni dati: da una parte l’Isis sta da tempo perpetrando gravi violazioni dei diritti umani, questo soprattutto in aree dell’Iraq che sono di fatto sotto il diretto controllo dell’organizzazione terroristica: si parla di tortura, trattamenti crudeli e inumani, uccisioni extragiudiziali. Dall’altra, nonostante siano necessarie maggiori informazioni sugli effettivi legami tra la milizie irregolari e il Governo di Baghdad, alcune testimonianze riportate nel documento attestano in modo indiscutibile il fallimento da parte dell’esecutivo nell’esercitare l’obbligo di proteggere i civili che si trovano sotto la propria giurisdizione. Sui membri dell’ISF e dei gruppi armati affiliati pendono le accuse di omicidio, trattamento crudele e di tortura, presa di ostaggi, attacchi indiscriminati contro la popolazione civile, saccheggi di città e villaggi, distruzione o sequestro di beni del nemico.

A fine rapporto, in pochi punti, il Consiglio che ha redatto il documento ci ha tenuto a sottolineare alcune raccomandazioni per il Governo iracheno che vale la pena riportare pressoché integralmente:

Assicurarsi che tutti i presunti crimini vengano studiati in linea con gli standard internazionali sui diritti umani e i responsabili siano assicurati alla giustizia; assicurarsi che i risultati di tutte le indagini del governo avviate sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani sono resi pubblici e portare a rimedi efficaci per le vittime; assicurarsi che tutti gli iracheni attualmente sfollati abbiano accesso ai servizi essenziali e abbiano assicurati i diritti fondamentali, come l’accesso a un’adeguata assistenza sanitaria e all’istruzione, e garantire soluzioni durature per tutte le popolazioni sfollate attraverso il riconoscimento del loro diritto al ritorno e del loro diritto a risiedere in qualsiasi parte del Paese, in quanto cittadini iracheni; assicurarsi che le vittime dei crimini internazionali documentati in questo rapporto – in particolare, le vittime di abuso sessuale e la schiavitù sessuale – ricevano un adeguato sostegno, inclusi il supporto psico-sociale e l’assistenza medica; assicurare la protezione delle fosse comuni con le misure per identificare i morti e avviare un’indagine efficace per determinare le circostanze in cui sono avvenuti i decessi; indagare sull’accusa volta all’ISF e ai gruppi armati che agiscono sotto il suo controllo in quanto non sono riusciti a proteggere le comunità perseguitate dall’ISIS.

Ma, soprattutto: “Impegnarsi in un dialogo politico inclusivo e significativo basato sui diritti per portare la crisi attuale ad una conclusione, favorendo così un processo di riconciliazione nazionale, che rappresenti gli interessi legittimi e le rimostranze di tutti gli iracheni” – auspicio che, alla luce di tutti gli eventi e dei profondi conflitti interni descritti nelle pagine precedenti, stride di una stoltezza e di un’ingenuità inaccettabili, quasi a non rendersi pienamente conto di quanto dichiarato quaranta righe più in alto.

Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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