Questa bambina vale più di 200.000 morti

Marta Clinco
@MartaClinco

Il fotografo turco dallo scatto fortunato che ha fatto il giro del web nelle ultime settimane è Osman Sagirli. Persino i media italiani, messi all’angolo da chissà quali imperativi morali, hanno ceduto: lo scatto strappalacrime è stato ripreso la scorsa mattina dal colosso britannico BBC – che gli ha dedicato il titolo “The photographer who broke the internet’s heart” – e improvvisamente ha attirato l’attenzione e mosso gli animi delle penne più austere e seriose moltiplicate per quelle più frivole e mondane; infine è diventato virale sui social: quasi 19.000 utenti hanno retwittato il tweet di Nadia Abu Shaban, fotogiornalista di base a Gaza che ha postato la foto dal proprio profilo personale.

Siria bambina 1


È così che accade: il ponte levatoio dell’informazione in tempo zero – non importa quale informazione – cala brutalmente sul resto del mondo, quello dominato dai barbari che non parlano la nostra lingua. Google translate ha fatto il resto.
Con qualche settimana di endemico ritardo, ci troviamo finalmente anche noi a fissare il volto di quella bambina siriana di circa quattro anni. Si chiama Hudea, spiega il Corriere: è stata immortalata nel campo profughi di Atmeh, in Siria, a 10 km dal confine turco, dove è giunta con la mamma e i fratelli dopo un viaggio travagliato di 150 km.

Nella foto Hudea porta ingenuamente le mani sopra la testa in segno di resa – teme che l’ingombrante teleobiettivo del fotografo sia in realtà un’arma. È la descrizione di un momento che pare quasi cinematografico – ricorda una delle scene più toccanti della serie televisiva The Newsroom: in un imprecisato villaggio centrafricano, i bambini di una scuola corrono disperatamente sotto i banchi alla sola vista del reporter, scambiando la sua telecamera per un kalasnikov. Scena toccante proprio perché finta.

Parte la speculazione, la riflessione per capire cosa si annidi negli occhi di Hudea: qualcuno sostiene che nel suo sguardo si legga la paura delle armi, il terrore di morire. Altri dicono che sulle labbra sia visibile una rassegnazione dura, disarmata, eppure coraggiosa e forte. Guardiamo questa immagine di una guerra sfumata, dai confini indefiniti, astratta, quella che si combatte in Siria – laggiù, vicino all’Africa o al Medio Oriente, laggiù nei non-luoghi della geopolitica.
Eppure nelle ultime settimane, insieme alla foto di Sagirli scattata a dicembre 2014 e comparsa per la prima volta a gennaio 2015 sul locale Türkiye, sono apparsi decine e decine di articoli, tanto in Italia quanto all’estero, a ricordarci appunto di quella Siria, infuocata da quattro anni di conflitto fratricida. Una guerra aperta che ha provocato la morte di oltre 220.000 persone, solo tra i siriani. Gli sfollati stimati sarebbero più di 12.000. L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) parla di casi documentati di quasi 13.000 detenuti morti nelle carceri del regime a causa delle torture subite. Molte città, tra cui la meravigliosa Aleppo, sono oggi distrutte, completamente rase al suolo – l’elettricità manca per buona parte del giorno in più dell’85% del Paese.

Hudea ha l’età della guerra che in Siria è arrivata il 15 marzo 2011: per la prima volta migliaia di persone avevano invaso le strade di Damasco e Aleppo in segno di protesta contro il regime del presidente Bashar al-Assad. Era anche una delle prime grandi manifestazioni antigovernative, motivata nello specifico dal fatto che alcuni ragazzi tra i 13 e i 16 anni erano stati identificati, fermati e arrestati dalla polizia e poi trattenuti deliberatamente, senza che le loro famiglie ricevessero notizie – come sempre in questi casi un piccolo pretesto, un fiocco di neve che scatena una slavina.

I ragazzi erano colpevoli di aver scritto frasi di protesta contro il regime di Assad sui muri del proprio liceo. La stessa situazione, per differenti motivi, era vissuta da molti altri siriani, che non ricevevano notizie dei propri cari scomparsi nelle carceri del regime. È stato allora che le immagini delle altre primavere arabe hanno iniziato a diffondersi anche in Siria. E bastarono quelle a innescare l’effetto domino.
Hudea è nata dentro e sotto la rivolta. Ma è solo una delle migliaia di bambini siriani che ogni giorno subiscono abusi, vengono rapiti, maltrattati, usati come merce di scambio e di ricatto, stretti tanto nella morsa terrorista di organizzazioni come ISIS, al-Qaeda – in Siria denominata al-Nusra – quanto in quella del regime del presidente Bashar al-Assad, che controlla ancora la capitale Damasco, benché alcuni sobborghi (tra cui quello di Douma, colpito dall’attacco chimico di gas sarin effettuato nella zona dal regime siriano nell’agosto 2013) siano ora sotto il controllo delle forze ribelli. Aleppo è stata da poco occupata dagli uomini di al-Baghdadi, ed è qui che il Free Syrian Army concentra la sua offensiva, dopo aver riconquistato alcune zone a nord, al confine con i territori ISIS, e altri a sud, nei pressi delle alture del Golan. Raqqa rimane capitale e roccaforte indiscussa del Califfato. Poca influenza hanno al momento le forze qaediste di al-Nusra, indebolite dalla recente perdita di uno dei maggiori leader del gruppo. I curdi controllano ancora l’area nord-est del Paese, compresa l’ormai nota città di Kobane, situata al confine con la Turchia, a lungo oggetto di contesa con l’organizzazione di al-Baghdadi. La situazione nella regione si complica ogni giorno – le soluzioni e la fine del conflitto paiono tutt’altro che imminenti.

Per tutte queste ragioni, la “pornografia” della guerra non serve a nulla se non contestualizzata, spiegata – che sia il volto di una bambina o il cadavere di un miliziano martoriato dei “nemici”.

Per tutte queste ragioni, il “click” di un fotoreporter sulla sua Nikon D7200 finisce per avere quasi lo stesso suono del “click” del combattente premuto sul grilletto del suo AK-47 – per questo “to shoot a photo” si avvicina pericolosamente a “to shoot a gun”.

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Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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