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EXPO 2015, Un paradigma da riprogettare

Tommaso Sansone
@TSansoneVulcano

La prima parte dello slogan ufficiale di Expo recita: “Nutrire il Pianeta”, l’obiettivo sembra chiaro, la motivazione ovvia.

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La Fame nel Mondo venne designata dalle Nazioni Unite come il primo degli otto Obiettivi di sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) che si sarebbero dovuti raggiungere entro il 2015.

Per quanto l’aver pensato di poter risolvere una piaga di una simile portata in un misero lasso di tempo di quindici anni fosse un’idea decisamente utopica, aver collocato la questione in posizione numero 1 nella suddetta lista serve a ricordare a ciascuno di noi che è nostro compito impegnarci nel quotidiano per evitare che da qualche parte nel mondo un nostro simile soffra la fame.

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Del resto, come dicevamo, l’obiettivo di Expo sembra chiaro, lo slogan “Nutrire il Pianeta” lascia pensare ad un genitore che imbocca un neonato non ancora autosufficiente, incapace di procurarsi del cibo.

Lascia pensare che la parte di umanità non soggetta alla denutrizione sia in possesso di un qualche potere tecnologico, in termini di mezzi, che possa essere usato per ovviare a un problema provocato dalle carenze di Madre Natura nei confronti di una sfortunata minoranza, ma chiaramente, non è così.

“Nutrire il Pianeta” è una contrazione che dovrebbe essere fattorizzata in “cambiare mentalità e abitudini per far sì che tutto il Pianeta possa nutrirsi in modo corretto, efficiente ed ecologico”, perché se oggi una persona su nove soffre la fame, è anche colpa di una parte del pianeta che ha una domanda eccessiva delle sue risorse.

In termini tecnici, si parla di impronta ecologica per definire virtualmente “l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i suoi rifiuti”, e secondo le stime del World Wide Fund (WWF) l’impronta ecologica mondiale media è di circa 1,5 pianeti, mentre in alcuni Paesi si raggiunge addirittura una quota specifica di quasi 5 pianeti.

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Probabilmente ad Expo saranno presentate diverse meraviglie della tecnica che saranno indubbiamente utili nei campi della produzione e della sicurezza alimentare, ma alla fine dovremo riflettere su un preciso fatto: tutte le invenzioni della scienza non possono vincere da sole questa battaglia.

Per debellare la fame nel mondo è necessario che la parte di umanità che non ne è affetta sia disposta a cambiare il proprio stile di vita con uno più sostenibile, di modo che tutta la popolazione terrestre possa nutrirsi correttamente.

Anche considerando l’estrema condizione di sovrappopolazione vigente sulla Terra, razionare il cibo in modo che ogni essere umano ne abbia a disposizione circa la stessa quantità (in termini di calorie), non significa necessariamente essere tutti un po’ più uguali ma tutti mediamente affamati.

Infatti, una statistica costruita coi dati della Food and Agriculture Organization (FAO) mostra che mentre le persone “affamate” sono circa 1 miliardo (di cui 800 milioni denutriti), la somma di quelle sovrappeso (1,6 miliardi) e quelle con problemi di obesità (535 milioni) è superiore ai 2 miliardi, anche se non è detto che tutta la massa in eccesso di “chi ne possiede troppa” possa essere interpretata in “calorie equivalenti” per sfamare i denutriti.

Inoltre, nella possibilità ideale di poter riprogettare l’intera rete di produzione e distribuzione degli alimenti, la situazione di malnutrizione (per eccesso o per difetto) potrebbe essere migliorata adibendo una maggior quantità di terreno ai cibi maggiormente necessari alla dieta umana e riservandone meno a quelli meno utili all’organismo (si pensi ad esempio alla teoria della Piramide Alimentare).

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Magari un giorno si arriverà a scegliere a tavolino quale area della Terra destinare ad una certa coltivazione, allevamento, ecc. a seconda delle caratteristiche del terreno, del clima, dell’impatto ambientale e di altri fattori caratterizzanti necessari per la sussistenza di quell’insediamento.

Per il momento però, un simile approccio di pianificazione e gestione razionale del sistema alimentare è ancora un’idea utopistica: questo si è affermato da millenni nella storia dell’uomo come un mercato libero, basato sulla logica del profitto e non sul lungimirante sostentamento dell’intera specie.

Spinti da questa tendenza, che durante il XX secolo è stata portata all’estremo dall’avvento del marketing, e costretti dalla crescente competizione sviluppatasi in un mercato in continua espansione, i produttori di cibarie hanno dovuto adeguarsi, modificando di conseguenza le proprie filiere.

Sono nate così le pratiche della monocoltura e dell’allevamento intensivo, dalle quali è scaturita una serie di nuove minacce ecologiche di origine antropica, che compromettono non solo la situazione ambientale ma anche la capacità di sostentamento del genere umano.

Minacce ecologiche di origine antropica: la produzione intensiva

Con il termine monocoltura si intende l’impiego di un vasto territorio per la coltivazione di una sola specie vegetale, come ad esempio la soia e il riso (prevalentemente richiesti dalle popolazioni dell’Asia e dell’Indonesia), o come il Pino e l’Eucalipto (utilizzati per la fabbricazione della carta), o ancora come la Palma da olio, la banana, il cotone, il caffè, varie spezie, ecc. l’elenco è lunghissimo.

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In questo ecosistema creato artificialmente, tuttavia, l’indice di biodiversità è minimo, e di conseguenza per ragioni biologiche, la piantagione risulta molto più vulnerabile all’azione dei parassiti e dei virus che spesso vivono all’interno della monocoltura in una situazione di incubazione, e che una volta acquisita una certa resilienza si propagano anche nell’ambiente circostante, dove proseguono le attività di infezione in modo molto più intenso di quanto non accada in condizioni naturali.

Per questa ragione, un insediamento simile richiede l’uso di una massiccia dose di fertilizzanti e prodotti fitosanitari, che spesso hanno un elevato impatto ecologico, ma che non sempre riescono nel loro intento.

Si veda per esempio il caso di Xylella fastidiosa, un batterio già diffuso da tempo nelle monocolture di pesche e vigneti negli Stati Uniti (inizio 1800) e in quelle di agrumi in Brasile (1990 circa) e che solo di recente ha raggiunto il Salentino (2013), insediandosi nelle coltivazioni di uliveti.

Seguendo la stessa logica di produzione da cui è nata la monocoltura si è pervenuti anche all’invenzione dell’allevamento intensivo, in cui gli animali non pascolano in un ecosistema naturale all’aperto, ma vengono mantenuti a stretto contatto l’uno con l’altro all’interno di appositi edifici, in cui vivono gestiti con l’ausilio di particolari macchinari.

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Per prevenire la diffusione degli agenti patogeni, il bestiame viene sottoposto a un trattamento farmaceutico e alimentare per i quali vale il discorso già citato, cui si aggiunge come, per produrre il mangime necessario, viene utilizzata un’elevatissima quantità di materie prime commestibili: secondo i dati raccolti dal WWF, si tratterebbe del 35% dell’intera produzione agricola mondiale.

Inoltre, i processi digerenti di gran parte degli animali da allevamento originano consistenti emissioni gassose, la cui maggior parte è costituita da metano, un gas serra responsabile del surriscaldamento globale, un meccanismo che, come verrà illustrato in seguito, può seriamente compromettere le attività agricole.

Come se non bastasse, un insediamento di monocoltura o di allevamento intensivo richiedono un’area decisamente vasta, che spesso viene ricavata a partire da un’altra incontaminata: stiamo parlando di una nuova complicazione, la deforestazione, che spesso va di pari passo con la cementificazione, ovvero la costruzione indiscriminata di strutture e infrastrutture antropiche.

Secondo le statistiche elaborate dal World Resources Institute, ben rappresentate da un layer di Google Earth (scaricabile gratuitamente), i Paesi col più alto tasso di deforestazione, in termini di ettari eliminati ogni anno [ha/y], sono i seguenti: Brasile e Indonesia con le preoccupanti cifre di 1000 e 650 ha/y, seguono gli stati dell’Africa, America Centrale e Australia, con tassi variabili tra i 200.000 e gli 80.000 ha/y, da ultimi Russia e Stati Uniti con 140.000 e 500 ha/y.

Il resto del mondo rimane poco interessato dal fenomeno anche se altre fonti ne riportano un aumento nei Paesi scandinavi e in Portogallo, e sebbene in alcuni territori (tra cui svetta la Cina) le foreste siano in ripresa, rimane il fatto che un’enorme quantità di vegetazione sia stata eliminata anche per far posto agli stabilimenti alimentari sopra citati.

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Alterare la tipologia e l’abbondanza della vegetazione o del tipo di suolo presente originariamente in una certa zona della Terra comporta grandi rischi: il sistema biologico è strettamente connesso con quello fisico-climatico e non si può sapere con certezza quali sarebbero le conseguenze di un drastico cambiamento ecologico.

Ad esempio, in Brasile, l’eccessiva deforestazione ha portato ad un aumento delle temperature — un problema per la sussistenza dell’agricoltura oltre che l’incolumità dell’ecosistema.

Infine, quella che può essere definita la minaccia ecologica più pericolosa è senza dubbio il surriscaldamento globale.

Si noti che il fenomeno in sé ha origini naturali, ma lo sregolato sviluppo della civiltà lo ha trasformato in un pericoloso meccanismo che mette a rischio la sopravvivenza del genere umano e non solo.

Per quanto riguarda esclusivamente il settore alimentare, il surriscaldamento globale dà origine al cambiamento climatico, il quale altera una moltitudine di sistemi fisici e biologici che di conseguenza generano dinamiche dannose nei confronti delle specie di cui ci nutriamo.

Tali dinamiche hanno origine naturale e a lungo andare comprometterebbero comunque la sicurezza alimentare dell’Homo sapiens, tuttavia, il cambiamento climatico ne accelera i processi, ingigantendone gli effetti e trasformandole in rilevanti minacce ecologiche.

Minacce ecologiche di origine naturale: Il Cambiamento Climatico e dinamiche connesse

La manifestazione più immediata del cambiamento climatico è l’aumento della temperatura media terrestre: l’effetto serra fa sì che i ghiacciai inizino a fondere, provocando l’innalzamento del livello del mare e l’ampliamento della sua superficie, mentre le zone costiere rischiano di essere sommerse o inondate.

La sempre maggiore superficie oceanica, riscaldata dalla radiazione solare, dà origine ad un flusso di evaporazione più consistente, così che la massa di vapore acqueo in atmosfera aumenta; di conseguenza si verificano delle precipitazioni più intense e concentrate, tendenti alla natura solida.

Parlando della terraferma, l’innalzamento della temperatura determina l’allungamento dei periodi di siccità e la riduzione del regime dei fiumi e del volume dei laghi, cambiamenti dai quali deriva il problema della scarsezza delle risorse idriche (potabili), di cui già gran parte della popolazione mondiale soffre.

In zone con tassi di evaporazione estremamente elevati, la siccità può indurre effetti di salinizzazione, cioè un accumulo nel terreno di sostanze solubili, come solfati o cloruri di sodio, che oltre una certa soglia di concentrazione risultano tossici per i vegetali.

Precipitazioni e vento sono invece la causa dell’erosione del suolo, ossia la disgregazione del terreno e la rimozione della sua parte più fine, che viene trasportata a valle dal ruscellamento e pertanto sottratta alle attività agricole.

Per di più, l’azione combinata di vento, precipitazioni e siccità dà origine alla desertificazione, un processo che degrada lentamente un suolo fertile in uno arido e inadatto all’insediamento di fauna e flora, come quello del deserto.

Infine, tutti i fenomeni citati, non solo riducono il rendimento delle colture, ma fanno sì che le specie abitanti in un certo ecosistema subiscano il cambiamento dei propri caratteri morfologici e comportamentali, fatto che mette a rischio la sopravvivenza della popolazione ecologica e la sicurezza alimentare umana.

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La situazione viene aggravata dal fatto che il cambiamento climatico è un meccanismo inerziale autosostentante, vale a dire che non soltanto esso stesso si alimenta da solo, diventando più critico col passare del tempo, ma che, anche se da un giorno all’altro tutte le forzanti antropiche e naturali di questo fenomeno potessero essere completamente annullate, ci vorrebbe comunque più di un secolo per ristabilire l’equilibrio in cui si trovava la Terra prima della rivoluzione industriale.

Proprio per questo motivo tutte le minacce elencate assumono ogni giorno un impatto sempre più rilevante.

Soluzioni tecniche e soluzioni strategiche – lo scopo di Expo 2015

La scienza ha già trovato da tempo delle soluzioni tecniche per rallentare o evitare i fenomeni naturali citati sopra, ad esempio, l’idraulica permette di progettare sistemi di irrigazione che minimizzino l’erosione del suolo, delle accurate previsioni meteo possono aiutare a minimizzare i rischi di salinizzazione, statistiche e modelli matematici consentono di superare i periodi di siccità e di gestire al meglio le risorse idriche disponibili.

Per quanto le tecniche sopra citate siano decisamente utili a salvaguardare le colture, per debellare la fame nel mondo non è più sufficiente l’utilizzo di una tecnologia che agisca “in difesa” del settore alimentare, di recente infatti si è passati “all’attacco”: ciò su cui la ricerca è maggiormente incentrata oggigiorno è trovare dei metodi per incrementare ulteriormente la produzione di cibo.

Non solo si cerca di incrementare l’efficienza degli stabilimenti già esistenti, ma anche di adibire alla produzione di cibo zone del pianeta non ancora sfruttate al massimo (si vedano gli sforzi della FAO nei confronti delle “zone granaio” dell’Africa) o di ricavare delle nuove pietanze a partire da risorse non ancora utilizzate (si veda l’interessante proposta della FAO di inserire gli insetti nella dieta umana), mentre, laddove esiste la tendenza a coltivare una particolare specie non abbastanza sostanziosa, è possibile ricorrere a degli interventi specifici per migliorare il rendimento della piantagione.

In questo tema non si può passare sotto silenzio il contributo della tecnica OGM, grazie alla quale è possibile attingere al DNA delle specie presenti in natura per svilupparne di nuove con migliori caratteristiche nutritive o con caratteri morfologici che le rendano più resistenti a parassiti e malattie.

I risultati ottenuti da questa pratica sono particolarmente promettenti: negli anni immediatamente precedenti al 2000 viene creata una specie di riso OGM denominata Golden Rice (riso dorato), che si distingue dal suo donatore genetico (Oryza sativa) per l’indotta capacità di biosintesi del beta-carotene, un precursore della vitamina A.

Questa modifica è stata introdotta allo scopo di arricchire la dieta delle popolazioni che, per inadeguatezza agricola del territorio in cui vivono, non riescono ad accedere alla suddetta vitamina, la cui carenza ha dato origine ad innumerevoli casi di disabilità (prevalentemente cecità) e di mortalità.

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È importante sottolineare che tutti i test scientifici cui Golden Rice è stato sottoposto finora hanno evidenziato come la sua assunzione non comporti nessun rischio per l’organismo umano, tanto che diverse associazioni umanitarie come la FAO o la World Health Organization (WHO) hanno mostrato grande entusiasmo per questa invenzione, che potrebbe rappresentare una salvezza per oltre 100 milioni di persone con insufficienze alimentari.

Tuttavia, l’impiego degli OGM è da diverso tempo al centro di un forte dibattito, in quanto diversi esponenti ed associazioni del mondo ambientalista, come Vandana Shiva, Greenpeace e il WWF, hanno evidenziato il pericolo che questi potrebbero rappresentare per la biodiversità.

I loro timori non sono infondati: un organismo geneticamente modificato per essere più resistente in un certo ambiente potrebbe disporre di una tale competitività da minacciare l’esistenza delle altre specie e sconvolgere un intero ecosistema.

Generalmente gli OGM non vengono criticati in quanto tali, ma perché l’introduzione di un OGM in un sistema naturale equivale all’introduzione di una specie alloctona in un delicato equilibrio biologico.

Da questo punto di vista ci sono stati tantissimi casi di specie che, inserite in un territorio estraneo, sono sfuggite al controllo, causando più o meno danni ecologici; ad esempio, nel sud Italia una scorretta gestione delle piantagioni di diverse varietà di pomodoro ha dato luogo a degli incroci che si sono pian piano sostituiti ai propri genitori, senza essere però altrettanto gustosi (almeno a detta del consorzio di consumatori che ha sollevato il fatto).

D’altro canto il nord Italia ha dovuto affrontare problemi con gli estremamente prolifici cinghiali ungheresi che, rilasciati da associazioni di cacciatori per fini sportivi, hanno drasticamente ridotto la specie locale, oltre ad aver danneggiato gli orti.

Famosissimo anche il caso dello scoiattolo grigio americano: introdotto in Gran Bretagna nel XIX secolo, è giunto fino in Francia e in Italia, portando quasi all’estinzione l’originario scoiattolo rosso, tanto che nel 2012 sono stati stanziati 2 milioni di euro per un piano di eradicazione dell’intruso.

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Fino a che punto è giusto spingere in avanti l’impiego della “tecnologia alimentare d’attacco”?

“Fin quando serve a salvare delle vite umane”, si potrebbe rispondere, e senza dubbio sarebbe una risposta corretta, anche perché siamo in una situazione critica da cui bisogna uscire alla svelta.

Non solo dobbiamo pensare a come ripristinare l’equilibrio ambientale che peggiora col passare del tempo e che rischia di raggiungere il punto di non-ritorno, ma dobbiamo contemporaneamente far fronte alla domanda di risorse posta da una popolazione mondiale che oggi ammonta a 7,5 miliardi di persone, e che continua ad aumentare.

Per questo motivo, l’autore ritiene sia giusto usare al pieno delle forze tutta la tecnologia di cui si è in possesso al fine di fornire le risorse minime indispensabili a chi non ne fosse a disposizione, di minimizzare l’impatto delle attività umane sul pianeta e di rimediare ai danni ambientali già causati (cercando in particolar modo di rallentare la preoccupante evoluzione del cambiamento climatico).

Simultaneamente si deve escogitare un modo per contenere la crescita demografica, ma più di ogni altra cosa, è necessario ridurre i consumi dei Paesi più sviluppati informando le rispettive popolazioni sulle problematiche illustrate e sul comportamento che deve essere intrapreso da ciascun cittadino affinché queste possano essere risolte.

Questo dovrebbe essere lo scopo di Expo 2015: esporre la situazione alimentare mondiale e le difficoltà che la interessano, mostrando le cause, le dinamiche annesse e le possibili soluzioni, coinvolgendo i partecipanti nel problema e incentivandoli ad impegnarsi nel loro quotidiano per avvicinarsi ad uno stile di vita più sostenibile.

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Tommaso Sansone
Mi piace fare e imparare cose nuove. Di me non so quasi niente.

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