Il caso di spionaggio che fa tremare la Merkel

Delle due, l’una: o i servizi segreti tedeschi sono deviati, o Angela Merkel sapeva.
Delle relazioni pericolose tra Berlino e la National Security Agency di Fort Meade era già emerso qualcosa nel giugno 2014, quando lo Spiegel riceveva e pubblicava le prime rivelazioni di Edward Snowden.
Solo pochi mesi prima, nel pieno del datagate, la Cancelliera digrignava i denti e apostrofava il presidente Obama: non si spiano gli amici, non si controlla il cellulare dei capi di Stato alleati.
Le parole di fuoco della Merkel avevano fatto temere la crisi diplomatica, tanto da costringere la Casa Bianca a rivedere – almeno sulla carta – le sue cattive abitudini.
È più che comprensibile, quindi, l’imbarazzo suscitato dalle ultime rivelazioni riportate questo aprile ancora una volta dallo Spiegel e subito riprese dal resto dei media europei.
Per quasi quindici anni, dall’11 settembre 2001, la Germania avrebbe svolto il ruolo di pedina prediletta dei servizi segreti USA in Europa. Dalla base bavarese di Bad Aibling gli Stati Uniti avevano libero accesso agli account e ai telefoni cellulari di soggetti non propriamente riconducibili ad Al Quaeda: l’Eliseo, il Ministero degli Esteri francese, la Commissione Europea e alcune industrie strategiche di sistemi di difesa (o d’attacco, in base al dual–use).
E tutto questo accadeva con la connivenza e complicità più o meno consapevole del Bundesnachrichtendienst, i servizi segreti tedeschi.
Bastava inserire nel motore di ricerca della NSA sigle, abbreviazioni come “gov”, “bundesamt”, “diplo”, stralci di indirizzi di rappresentanti e di uffici istituzionali, per risalire al contenuto delle e–mail interne.

A essere spiati erano impiegati e funzionari UE, diversi governi europei, istituzioni nazionali e internazionali.

Sin dall’inizio delle operazioni i tedeschi hanno supportato le attività dei colleghi statunitensi fornendo loro indirizzi IP e numeri di telefono nell’ambito della lotta al terrorismo.
Già dal 2008 la BND aveva iniziato a segnalare le ininterrotte attività di spionaggio degli americani, attività che andavano ben oltre agli accordi inizialmente presi.

Snowden

Nel giro di un paio d’anni la Joint Sigint Activity e la Joint Analysis, le due squadre della NSA operanti a Bad Aibling, hanno iniziato ad ampliare di molto l’elenco degli obiettivi d’interesse, travalicando nettamente l’ambito di loro competenza. Si parla di numeri enormi: solo nel 2013 gli americani avrebbero tentato di utilizzare circa 690mila numeri di telefono e 7,8 miloni di indirizzi IP. La Germania avrebbe bollato come inammissibili almeno 40mila richieste in circa dieci anni, segnalando almeno due volte al governo l’attività “allegra” della NSA.
Alle segnalazioni, Berlino ha risposto con un silenzio lungo cinque anni, fino a oggi.
Ma per comprendere meglio la complessa trama di questo brutta faccenda, che più che di uno scandalo ha il sapore di una spy–story da film, bisogna tornare a quattordici anni fa.

La lotta contro il terrorismo.

È il 23 ottobre 2001 e il Ministro degli Interni tedesco Otto Schilly siede affianco a John Ashcroft, Ministro della Giustizia repubblicano del governo Bush jr. Sono passate solo sei settimane dall’attentato alle Torri Gemelle. Tre dei piloti kamikaze e tre dei loro complici – riferisce Ashcroft – hanno abitato ad Amburgo. Schilly tentenna: più avanti si parlerà di responsabilità tedesche nell’attacco a New York, per non essere riusciti a fermare in tempo gli attentatori, per non essere stati sufficientemente pronti. Leggerezze imperdonabili, falle inaccettabili, tantopiù se in gioco ci sono migliaia di vite.
Per questo motivo il quartier generale della BND, situato a Pollach, in Bavaria, viene posto sotto l’egida americana, mentre Berlino lascia correre: centinaia di agenti – di cui solo una minima parte ingaggiata dal governo tedesco – vi finiscono a lavorare, fino a diventare la prima e più importante succursale della NSA e della CIA.
Certo è che se non fosse stato per la massiccia presenza americana in suolo germanico, i tedeschi difficilmente avrebbero potuto usufruire dei potenti e avanzatissimi mezzi di cui dispone la NSA.
Il supporto statunitense presenta dunque, almeno inizialmente, numerosi vantaggi.
L’alleanza tra Berlino e Washington viene ulteriormente rafforzata nell’aprile 2002, con il Memorandum of Agreement, documento che sancisce l’esclusione dagli obiettivi delle operazioni di spionaggio dei cittadini tedeschi e statunitensi. Viene stabilito inoltre che i dati provenienti dall’Europa non siano utilizzati, salvo in caso di rischio terroristico concreto, e che vi sia un controllo reciproco nello svolgimento delle attività.

Come vedremo, il Memorandum verrà ignorato.

Da Bad Aibling ad Abu Grahib.

Centro nevralgico delle operazioni è Bad Aibling, costruita nel 2004 dagli Stati Uniti e in seguito rilevata dai servizi segreti tedeschi: è lì che le informazioni provenienti dalle zone calde del mondo vengono convogliate ed esaminate per circa un decennio, utilizzando prevalentemente il metodo delle parole – chiave (i cosiddetti “Selektoren”), sfruttando complessivamente 4,6 milioni di server americani. I tecnici della BND si connettono al sistema, svolgono le ricerche a loro assegnate e ne girano i risultati ai colleghi della NSA. Ogni giorno, ogni mese, per dieci anni, enormi quantità di dati vengono assorbiti e filtrati da Bad Aibling, un gigantesco gorgo nel bel mezzo del Vecchio Continente.
La convivenza con l’ingombrante presenza americana, dapprima felice e reciprocamente vantaggiosa, si deteriora col tempo, e come spesso accade in una relazione vissuta spalla a spalla, tra le parti nasce una certa freddezza. Ci si conosce meglio, si scopre che il proprio partner nel tempo libero tortura i suoi carcerati, spuntano delle foto che non avresti dovuto vedere: prigionieri nudi, umiliati, sottoposti a pratiche disumane ad Abu Grahib.
È il 2010: il presidente del Bundesnachrichtendienst, Ernst Uhrlau, decide che è giunto il momento di mettere una distanza prudenziale fra il proprio istituto e quello americano. Il numero delle operazioni congiunte viene drasticamente ridotto e viene nominato per ciascuna delle rimanenti un garante.
Nonostante ciò, i lavori proseguono e a ritmo sostenuto.

Gli Intoccabili e il caso Airbus.

Riferimenti alle attività della JSA si trovano anche nei file di Edward Snowden. Si tratta di un documento contrassegnato come JSA restrictions proveniente dagli archivi del Government Communications Headquarters (GCHQ), agenzia di spionaggio britannica. Nel documento viene riportato che nello svolgimento delle operazioni congiunte di Germania e Stati Uniti nell’ambito della JSA fossero possibili “accessi unici nel loro genere”, ma vincolati da alcune restrizioni.
Venivano esclusi dai possibili obiettivi del programma i cittadini della Bundesrepublik e dei cosiddetti Five Eyes: ossia USA, Canada, Australia, Gran Bretagna e Nuova Zelanda.
In secondo luogo sarebbero dovute essere escluse le industrie e le attività economiche europee.
Infine, non sarebbero stati accettati dalla JSA alcuni Selektoren nazionali, come gli indirizzi internet con domini tedeschi, austriaci e dei Paesi Five Eyes.

Seguiva una lista di industrie che non avrebbero dovuto essere spiate. La lista è breve e a maggior ragione inquietante.

Vi si trovano anche la EADS (Airbus) e la Eurocopter, che però erano probabilmente nel mirino degli Stati Uniti.
In altri documenti il gruppo Airbus si trova accoppiato a un nome e a un numero di telefono saudita. Si tratta di un collaboratore preposto all’autorizzazione dell’esportazione di armamenti. Un incarico che prevede l’utilizzo di informazioni strettamente riservate, talvolta estremamente pericolose, spesso discusse esclusivamente nell’ambito del Consiglio di Sicurezza federale, una commissione della Cancelleria che non è nemmeno sottoposta al controllo del Parlamento.
L’uomo compare nella lista come potenziale oggetto di ulteriori intercettazioni.
All’interno della BND era già noto da tempo, almeno dal 2005, che gli Stati Uniti, sfruttando l’accondiscendenza dei colleghi, avessero cercato di allungare le proprie antenne sulla Airbus e sulla sua partecipata Eurocopter.
Era sufficiente immettere nel sistema le parole “EADS” ed “Eurocopter” per ottenere una lunghissima tabella Excell stracolma di dati.
La prima segnalazione di questa forzatura raggiunge Pullach nel gennaio 2006.
La notizia ha chiaramente irritato il capo di Airbus Tom Enders, da sempre in ottimi rapporti con gli Stati Uniti, che ha attaccato con durezza il lungo mutismo del governo e ha esposto una denuncia contro ignoti per spionaggio industriale.
Airbus è infatti la più grande industria di armamenti d’Europa e fa concorrenza ai giganti americani. Suoi sono gli Eurofighters, suoi diversi modelli di satelliti–spia e di missili per i programmi atomici dell’esercito francese.
Facile capire quale interesse potesse avere la NSA a controllarne i movimenti.
Nella lista vengono riportati altri “intoccabili”, fra cui Siemens, Deutsche Bank, il fornitore ufficiale della BND Rohde&Schwarz e Mercedes–Benz.
Queste società – delle quali molte si occupano di armamenti – hanno in comune un dettaglio: sono state inserite per aggirare il sistema di ricerca, dal momento che il loro dominio internet termina con .com, .org o .net, e dunque non sono immediatamente identificabili come pagine tedesche.

Spionaggio sistematico.

La liaison si compromette definitivamente dopo le rivelazioni dell’ex collaboratore della National Security Agency Edward Snowden. Solo a quel punto la BND, messa in allerta, effettua dei controlli sulla banca dati dell’agenzia americana.
I risultati dell’indagine mettono i brividi.

Digitando parole–chiave come “gov”, “bundesamt”, “diplo”, il sistema rimanda a circa 12mila risultati, tra cui molti indirizzi e–mail di importanti diplomatici francesi.

E poi enti, membri e funzionari dei governi continentali, in particolare di Parigi e Vienna, e delle istituzioni della UE, tra cui la stessa Commissione Europea, ma non solo: molte grandi industrie, nel caso dell’Airbus anche tedesche, venivano spiate.
Il 14 agosto 2013 l’agente BND incaricato dell’accertamento riporta la scoperta al suo superiore, concludendo il rapporto con la fatidica domanda: “cosa ne facciamo di questi dati?”.
La risposta è netta e inequivocabile: “cancellare, cancellare tutto”.
La situazione è grave e delicatissima, eppure Berlino non interviene.
Forse non viene nemmeno messa al corrente della mostruosa scoperta.
Difficile a dirsi cosa sia peggio.

Schindler’s list.

Gerhard Schindler, capo della BND, sarebbe stato informato della mostruosa portata delle operazioni di spionaggio svolte dagli americani in terra tedesca solo questo 12 marzo (o almeno, questo è ciò che va affermando da giorni), comunicando immediatamente la cosa alla Cancelleria.
Certo è che Schindler, a differenza del suo predecessore Uhrlau, non ha mai dimostrato una particolare avversione nei confronti dell’alleato. Dal 2011, anno della sua nomina, sostiene e cerca appassionatamente una distensione nei rapporti e il riavvicinamento con le forze statunitensi.
Appena investito della sua carica vola a Washington, armato di un nutrito elenco di proposte per operazioni congiunte.
La collaborazione fra le due agenzie torna intensa e calorosa come ai vecchi tempi: i tedeschi lavorano per gli americani in quegli ambiti in cui questi ultimi non possono o possono solo limitatamente lavorare. La Germania entra in gioco ogni qual volta gli americani incontrano degli ostacoli.
Il 30 aprile 2013 Schindler invia una delegazione alla base NSA di Fort Meade. Gli agenti della BND devono presentare i loro programmi di spionaggio in Cina, Iran, Pakistan, Siria, Yemen e Corea del Nord. Ma anche la NSA ha delle richieste: i tedeschi devono proporre nuove aree di sorveglianza per tappare le falle nel sistema globale di controllo.
Con motivazioni simili, nel 2012 la GCHQ aveva chiesto alla BND di lavorare insieme a Francoforte sulla rete Internet di Telekom. I britannici offrivano un sistema di raccolta ed elaborazione dati con cui il Bundesnachrichtendienst avrebbe potuto implementare il suo raggio d’azione. In cambio si chiedevano i dati grezzi di navigazione in transito sulle linee tedesche provenienti dalla Cina o dalla Russia. Gli inglesi, previo accordo, avrebbero potuto girare ai tecnici tedeschi dati provenienti dai loro programmi esteri, altrimenti per legge irreperibili.
Schindler si era mostrato decisamente interessato. Aveva lasciato decadere persino un progetto di rinnovamento delle dotazioni dell’agenzia – nome in codice, “Banchisa” – nella speranza che la cooperazione con gli inglesi portasse nuova strumentazione. Al suo posto, l’operazione congiunta “Monkeyshoulder”, come un rinomato marchio di whisky.
Un nome, un destino.
All’interno dell’agenzia però erano in molti a diffidare di questa collaborazione. Ad assalire molti membri della BND erano dubbi di tipo giuridico e politico. Se l’accordo fosse divenuto pubblico, avrebbe suscitato certamente accanite proteste.
I responsabili BND, per nulla intimoriti dalla prospettiva, invece che desistere hanno premuto il piede sull’acceleratore, ma senza avvertire: né il Dipartimento per la Sicurezza delle Tecnologie dell’Informazione, né la Cancelleria sono stati coinvolti nella decisione.
Gli americani, attratti dall’occasione, hanno immediatamente avanzato la richiesta di partecipare al ménage. E i tedeschi non hanno esitato un momento a caricare a bordo il caro, ingombrante, vecchio amico.
Per istruire e aggiornare gli agenti della BND sulle tecnologie britanniche sono stati organizzati appositi corsi dalla metà del 2012 in poi. Nell’ambito di questo singolare percorso di formazione, in molti sono stati inviati a Scarborough e a Bude, dove la GCHQ – stando a quanto riportato nel documento di Snowden – si allacciava al cavo sottomarino TAT – 14. Viceversa gli agenti britannici giungevano in Germania per condividere le proprie competenze e conoscenze coi colleghi tedeschi.
Uno di questi workshop si è tenuto proprio nell’agosto 2013, mentre tutto il mondo discuteva ancora delle rivelazioni di Snowden e il Governo Federale assicurava di non aver mai sentito parlare di programmi di spionaggio americani come Prism, o Tempora, o di altri programmi segreti.
Di lì a poco Schindler avrebbe dato l’ordine di sospendere “Monkeyshoulder”.

Angela Merkel e le amicizie pericolose.

Dall’inchiesta condotta dallo Spiegel emerge chiaramente un quadro patologico: la collaborazione fra le due potenze è sfuggita di mano, diventando un rapporto a senso unico. La BND, così ritratta, ha tutto l’aspetto di un burattino nelle mani di altri, e per conto di questi altri sembra essersi mosso sino ad adesso.
Come questo sia potuto accadere all’insaputa della Cancelleria non è chiaro, visto e considerato che sono almeno tre le commissioni parlamentari che si occupano dell’attività dei servizi segreti. Com’è possibile che, ad esempio, i quattro membri della cosiddetta Commissione G-10, che una volta al mese si ritrovano in una stanza con la dirigenza della BND a Berlino anche e soprattutto per vagliare le proposte d’intercettazione, non siano venuti a sapere dell’operazione?
Perché Angela Merkel, che dal 2005 dovrebbe esercitare una supervisione diretta sulla BND, non era a conoscenza delle attività dei servizi segreti tedeschi e americani (o perché sostiene di non sapere)?
Le scuse accampate dalla Cancelleria e dagli organi istituzionali coinvolti nell’affaire sono estremamente vaghe, fragili, persino contraddittorie, e dimostrano un’inaspettata fragilità del colosso tedesco. Il gigante corazzato, motore d’Europa, al guinzaglio degli Stati Uniti.
Che la Merkel e i suoi uomini sapessero o meno: nel primo caso si tratta di malafede, nel secondo di inettitudine.
È la Germania, non l’Italia: chi si contraddice, dunque chi mente pubblicamente, va a casa.
Per questo motivo lo scranno dorato della Bundeskanzlerin è in serio pericolo.

In gioco non c’è solo la credibilità del governo, ma la sua stessa esistenza.

Lo stesso Jean–Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, chiede chiarimenti immediati. Al coro si è unito Martin Schulz, che bolla come inammissibile il contenuto dell’inchiesta.
Nel frattempo le opposizioni nazionali e internazionali fremono.
Tuona un europarlamentare dei Verdi: “Al culmine dello scandalo sulle rivelazioni di Snowden, Angela Merkel, la Cancelliera tedesca, diceva che non si spiano gli amici. Dobbiamo dedurne che o gli Stati dell’Unione europea non sembrano essere amici della Germania, oppure lei non diceva sul serio.”.
L’Eliseo, in compenso, tace: l’amico ascolta.

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