Cronaca di un giorno passato nella più grande libreria d’Italia

Francesca Motta
@effemmotta

Dal 14 al 18 maggio si è tenuta a Torino la ventottesima edizione del Salone internazionale del Libro. Il Salone, definito anche “la più grande libreria d’Italia”, nasce nel 1987 per opera di due illustri torinesi: il libraio Angelo Pezzana e l’Imprenditore Guido Accornero.

Il proposito è quello di dar vita a una fiera più dinamica e vivace, dove possano aver voce in capitolo non solo gli editori, ma anche gli scrittori stessi.

Dalla sua prima edizione l’esposizione di Torino ha visto raddoppiarsi il numero di espositori – dai 553 del 1988 ai 1200 del 2014 – e triplicarsi il numero di visitatori, attratti da ospiti di sempre più forte richiamo popolare e mediatico.
“Guarda che solo un pazzo potrebbe decidere di andare al Salone di domenica” mi avverte con un sorriso di compassione un mio amico libraio, dipingendo subito scenari apocalittici di guerriglia urbana tra gli stands.
“Ma quindi, che dici, ci vado di sabato?”
“Scherzi? Il sabato pare di stare in un girone dantesco, fidati di me.”
I librai, si sa, sono tanto coraggiosi quanto cinici, quindi decido di lasciar perdere i consigli degli addetti ai lavori e domenica, quarta giornata di Salone, mi reco con determinazione al Lingotto di Torino.

L’affluenza è, in effetti, elevata merito anche del menù del giorno, che prevede ospiti come Antonio Moresco, Gustavo Zagrebelsky e Ferzan Ozpetek.
I grandi nomi non sono mai mancati al Salone del Libro, e quest’anno il programma risulta particolarmente fitto, tra conferenze, reading e incontri con gli autori. Affollatissimi sembrano essere gli showcooking nell’area Cookbook — la zona riservata alle pubblicazioni enogastronomiche (“che vuole, signorina, questi chef van proprio di moda”, mi confessa, accigliato, un vecchio editore) — ma, in generale, pare che tutte le sale conferenze del Lingotto esauriscano in breve tempo i posti a sedere.

I tre padiglioni destinati alle case editrici sono invasi da un’infinità di stands, da quelli enormi e gremiti di Feltrinelli e del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, a quelli più creativi e originali, tra i quali spicca Baldini&Castoldi con un salotto in cartone corredato da un paio di statue dei Peanuts in onore del cinquantesimo compleanno della rivista Linus, edita proprio dalla casa editrice milanese.

I padiglioni del Salone sembrano essere un fedele specchio della situazione dell’editoria italiana o, quantomeno, dei criteri di scelta di quella minoranza di pubblico che i libri ancora li compra. Tra i grandi editori, Newton Compton vince sicuramente la palma dello stand più affollato, grazie soprattutto alla sua collana di classici a prezzi stracciati. Grandi file alle casse anche per Il Libraccio, unico espositore di libri usati, che propone un’ampia scelta di volumi a pochi euro.
Il prezzo dei libri, insomma, rimane un criterio di scelta molto importante, e ciò risulta evidente gettando uno sguardo agli spazi espositivi dei più raffinati – e costosi – Sellerio e Adelphi, frequentati e osannati da una ben minore – ma estremamente fedele – porzione di lettori.

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La vera sorpresa di questo salone, però, sono le case editrici indipendenti, alcune delle quali sempre più forti. Spicca, tra tutte, la modaiola Minimum Fax, in fibrillazione prima dell’incontro con Marco Peano, previsto nel tardo pomeriggio. “A questo Salone se non hai la borsetta in tela di Minimum Fax non sei nessuno”, scrive ironicamente (e a buona ragione) una book blogger, commentando la proliferazione di tote bags della casa editrice romana.
Secondo i dati forniti da Blogmeter , Minimum Fax è anche la casa editrice indipendente più seguita su Twitter, superata solo dai due colossi Einaudi e Feltrinelli.

Quest’anno, in effetti, la partecipazione sui social è stata incredibile: su Twitter il tag #SalTo2015, entrato nella lista delle tendenze durante il primo giorno di Fiera, permette di ricevere aggiornamenti in tempo reale circa iniziative e incontri del Salone. È proprio attraverso Twitter che vengo a conoscenza della triste storia di Hacca Edizioni, piccola casa editrice indipendente a cui, durante la giornata di sabato, è stato rubato l’intero incasso della giornata.
“Non so come sia potuto accadere: mentre servivamo un cliente qualcuno si è sporto sopra il bancone e ha portato via la cassa – mi spiega una delle ragazze dello stand di Hacca – è triste pensare che, in un contesto come il Salone, possano accadere cose simili”. Questo amaro episodio, però, ha dato il via a un’opera di solidarietà da parte degli altri piccoli editori (tra cui Sur, e Marcos y Marcos), che hanno tentato di aiutare Hacca sia attraverso i social – con il tag #tuttiperhacca – sia nei vari stands, proponendo ai lettori di acquistare i libri della casa editrice marchigiana.
“Siamo molto vicini ad Hacca – mi spiegano allo stand de L’Orma Editore – abbiamo organizzato con loro la presentazione del nuovo romanzo di Mario Pomilio, e ora il minimo che possiamo fare è tentare di aiutarli a recuperare l’incasso. Tra l’altro, qui al Salone, il sabato è proprio il giorno in cui puoi tirare un sospiro di sollievo perché sai che qualche soldo ti arriva, che l’incasso è quasi assicurato, e invece…”.

Un episodio ignobile, dunque, che però ha mostrato come i piccoli editori siano ancora pronti a sostenersi a vicenda per sopravvivere. Nella certezza che i libri, come il Salone mostra, ci possano ancora aiutare ad essere persone migliori.

Francesca Motta
Studio Lettere, scrivo (meglio se di inutilità), non ho idea di cosa sia il dono della sintesi, a volte fotografo, spesso inciampo, ascolto molto volentieri.

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