La via della seta 2.0

Arianna Bertera
@AriBertera

Il 22 aprile il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato quello che si configura come l’investimento estero più grande mai compiuto dalla Cina: 46 miliardi di dollari che serviranno a porre le basi del progetto “One Belt One Road” per la “Nuova via della Seta”.
Parliamo di un percorso ferroviario, ribattezzato la «Cintura economica della Via della Seta», e di tratte marittime chiamate da Pechino «la Via della Seta marittima del 21° secolo». Capillari, una fitta rete di infrastrutture che comprenderà numerose centrali elettriche e una rete di oleodotti.
Una serie di nuovi itinerari terrestri e marittimi, pensati con l’obiettivo portare prosperità economica e stabilità politica nell’intera area dell’Asia Centrale. Un progetto estremamente ambizioso, e costoso, ma che secondo il governo cinese sarà pronto entro il 2020.
A incuriosire è soprattutto la cosiddetta “One Belt”, ovvero i 3000 chilometri di cemento e ferro che taglieranno in due il Pakistan.
La lunghissima strada partirà da Kashgar, nello Xinjang cinese, e arriverà fino alla capitale Islamabad. A quel punto si dividerà in due tronconi che toccheranno tutte le principali città del Paese: Lahore, Hyderabad e Karachi a est; a ovest Peshawar, Quetta e il porto di Gwadar, che è poi la chiave dell’intero progetto.
Per la Cina è infatti arrivata l’ora di far fruttare questo scalo di recente costruzione, costato “solo” 200 milioni e che si trova nelle mani della statale China Harbor Engineering Company.

Secondo le stime, questo piccolo gioiello offrirà la possibilità di stoccare fino a 19 milioni di tonnellate di greggio ogni anno, oltre a permettere il triplicare del traffico navale.
Inoltre, grazie alla connessione ferroviaria, diventerà la soluzione più rapida e veloce per trasportare verso Occidente tutte le merci prodotte nella Cina centrale e occidentale.
Una buona notizia per le navi cinesi, costrette fino a oggi a costeggiare tutta l’India e ad affrontare il rischio di attacchi da parte dei pirati.
Ma dall’altra parte come è stata accolta la decisione di Pechino?
Al Pakistan questo progetto, da circa 75 miliardi di dollari totali, piace.
Se tutto andasse secondo i piani, per il Paese questa potrebbe essere l’opportunità di una svolta economica non da poco. I posti di lavoro aumenterebbero, e si prevede anche l’espansione dell’attività economica pubblica e privata.
Inoltre Islamabad soffre di una cronica carenza di energia, questione di cui Pechino ha ovviamente tenuto conto. Sembra infatti che tra le numerose aree che saranno rivitalizzate dai soldi asiatici ci sia anche quella dell’energia rinnovabile e nucleare.
La Cina si inserisce quindi perfettamente tra le crepe più grandi del paese islamico.
Nonostante l’amicizia tra i due stati sia stata spesso definita “più alta dell’Himalaya”, è ovvio che non si tratta di puro altruismo.
Le buone intenzioni cinesi sono il pretesto poetico per espandere la propria sfera di influenza economica, e quindi politica, su un’area che va dall’Asia Centrale al Pacifico.
A parte l’accesso strategico su Medio Oriente ed Africa, con un investimento di tale portata Pechino si è infatti garantita anche il ruolo di “potenza responsabile” in grado di offrire opportunità concrete ai suoi Paesi limitrofi. Mentre i suoi scambi economici con le regioni vicine aumenteranno, la Cina potrà al contempo attingere a mercati con potenziale maggiore e più in generale questo aumento commerciale fornirà un ulteriore impulso alle zone di libero scambio che la circondano.
Prospettive incoraggianti, soprattutto alla luce del rallentamento economico cinese dei primi tre mesi del nuovo anno. Solo il 7% rispetto all’anno precedente, ovvero il tasso di crescita più lento dalla crisi globale del 2009.
Ed ecco quindi che il progetto si trasforma nella mossa più giusta per fermare una decrescita prima ancora che inizi ad aleggiare lo spettro di una vera e propria crisi economica.

Visto quanto questa operazione potrebbe incidere sugli assetti geopolitici centro-asiatici, rimane da determinare quali saranno le reazioni di altri due Paesi indirettamente coinvolti: USA e India.
Gli Stati Uniti potrebbero in realtà prendere fiato tra un investimento e l’altro. Teoricamente, quindi, un piccolo aiuto nel riassetto della regione sarebbe accolto a braccia aperte dal governo statunitense, che con i suoi aiuti alla sicurezza non ha concluso granché rispetto alla stabilizzazione della regione.
Per quanto riguarda l’India invece la questione è più complessa.
La collaborazione tra Cina e Pakistan potrebbe risultare minacciosa agli occhi di Nuova Delhi, accerchiata dai due rivali. La questione si inasprisce poi grazie alla vicinanza fra la contesa regione del Kashmir e il futuro corridoio cinese.
Dietro i grandi sogni di gloria cinesi si nasconde anche complessi problemi, primo fra tutti quello della sicurezza.
L’instabilità del Pakistan preoccupa non poco Pechino, che sembra stia già mettendo in campo delle truppe speciali per garantire l’incolumità degli operai cinesi nelle zone più a rischio. Tra tutte spicca proprio quella dove sorge il porto di Gwadar, il Balochistan, e quella di Peshawar, da anni rifugio sicuro per le milizie talebane.
Anche lo Xinjiang cinese rischia di diventare un bastone fra le ruote del grande ingranaggio cinese.
Questo territorio è infatti occupato per la maggior parte dagli Uiguri, un’etnia turcofona e islamica della Cina, dall’anima indipendentista e che spesso è stata protagonista di movimenti insurrezionali.
Pechino spera così di porre qualche toppa alla situazione grazie ad un’opera di industrializzazione che però trova un suo limite anche nei partner prescelti. Alcuni dei Paesi che dovrebbero essere toccati dal One Belt One Road, o che comunque parteciperebbero al suo sviluppo, presentano alti deficit nel bilancio pubblico e fondamenta economiche poco favorevoli. Questo li rende debitori poco affidabili, ed espone la Cina a un grosso rischio.
Vero è che la leadership cinese si è dimostrata negli anni molto abile nei suoi sforzi di pianificazione e attuazione, ma l’impresa che si propone di portare a termine questa volta potrebbe sfuggire di mano per via degli alti costi di realizzazione.
Rimane quindi da vedere se l’entrata a gamba tesa della Cina negli equilibri mediorientali produrrà i risultati su cui Pechino ha puntato o se si rivelerà solo una malriuscita imitazione della vera, antica, via della seta.

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Arianna Bertera
Sulla Terra dal 1995, aspettando di ambientarmi.

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