Se vogliamo fare la guerra in Libia non deve dircelo WikiLeaks

Francesco Floris
@Frafloris

Si chiude con un ringraziamento all’Italia uno dei due documenti riservati rilasciati ieri da WikiLeaks e datati 18 maggio, che delineano un possibile intervento militare della UE in acque libiche, per combattere il contrabbando e il traffico (di uomini, stupefacenti, armi) e l’esodo di migranti che secondo stime ci aspetta nei mesi estivi.

“Welcomes the Italian offer for the EU OHQ and OpCdr, adn recommends their designation to the Council”. L’offerta italiana di un Operation Headquarter e di un Operation Commander – negli acronimi militari OHQ e OpCdr – è la benvenuta.

Da qualche settimana si vocifera di implementare l’EU NAVFOR non limitandola al solo caso somalo, dove dal 2008 è in atto l’Operazione Atlanta, per tentare di arginare il traffico di esseri umani con le medesime tecniche usate nel Corno d’Africa per contrastare le azioni di pirateria nei confronti di navi mercantili. La riluttante Gran Bretagna si è detta disposta, non più tardi di settimana scorsa, a mettere a disposizione del piano europeo anti-scafisti una delle navi della sua marina militare – la Lyme Bay. Almeno dieci paesi della UE-28 hanno offerto supporto logistico, militare o di personale, sebbene esperti ed osservatori nutrano numerosi dubbi sulla legittimità di un’operazione che, stante il diritto internazionale attuale, si configurerebbe come un atto di guerra nei confronti di un Paese, la Libia, sì spezzata e frammentata ma che rimane comunque uno Stato sovrano – la violazione dei suoi confini con mezzi militari rappresenta pertanto un atto di belligeranza.
Per sorpassare quest’impasse nel documento si parla di coordinamento con il Governo libico legittimo di Tubruq – quello guidato dal Generale Haftar, ex fedelissimo di Gheddafi che sì è rapidamente ricollocato nei giorni della Primavera araba – lo stesso che due mesi fa bombardava, legittimamente s’intende, l’aeroporto di Tripoli.

Vi sarebbero inoltre gli avvertimenti, da tenere in considerazione, di chi sostiene che sia un errore paragonare la Libia del 2015 all’Albania del 1997, quando distruggemmo sì le navi dei trafficanti di uomini, affiancando però le operazioni a un programma di assistenza tecnica alla polizia albanese che si concluse con il totale passaggio di consegne alla medesima.

E anche questo “brillante” esempio di lotta all’immigrazione clandestina fece le sue vittime: il 28 marzo del 1997, la corvetta Sibilla della Marina Militare italiana speronò la Kratër i Radës con a bordo 120 profughi, di cui furono recuperati 81 cadaveri nel canale di Otranto. Di altre 24 persone non fu trovato nemmeno il corpo.

La rete del traffico odierno attraverso il canale di Sicilia è più ramificata di quella albanese dell’epoca, gestisce un numero di individui più elevato e intercetta le tratte di migranti provenienti da almeno sei Paesi africani – Etiopia, Eritrea, Nigeria, Libia stessa, Sudan e Senegal. La costa libica mediterranea è lunga 1700 km, quella albanese un terzo – problema enorme visto che i barconi della speranza non salpano dai porti ufficiali. Il racket odierno è finanziariamente superiore a quello di vent’anni fa e da ultimo non sappiamo di quanti uomini, soldi e mezzi dispongano.
In buona sostanza vorremmo andare a sparare in un poligono senza luminarie.

Uno dei passaggi più controversi dei documenti, approvati formalmente dai rappresentanti militari e della difesa degli Stati membri, riguarda i tempi per la conclusione delle operazioni: al momento non si conoscono e vengono sommariamente liquidati con l’espressione “the political End State [of the military intervention] is not clearly defined”.

Del domani non v’è certezza, sebbene l’Unione abbia già pagato dazio in passato per l’assenza di una exit strategy e una pianificazione del post-intervento, da ultimo proprio nel caso libico, dopo che nella primavera 2011 decidemmo di assecondare le follie di grandeur dell’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy, ben supportato da colleghi statunitensi e britannici.

Dubbi si possono esprimere anche sulle cosiddette ROE (Rules of Engagement), le regole d’ingaggio che vengono emanate dalle autorità militari specificatamente per il lancio di nuove missioni: il sequestro dei pescherecci, l’arresto di sospetti contrabbandieri che potranno essere detenuti temporaneamente in strutture apposite – non è chiarito né il dove né in attesa del verdetto di quale autorità giudiziaria – la possibilità di blitz per la liberazione di eventuali ostaggi e il trattamento da riservare ai migranti, snodo centrale posto che al momento non si ha notizia di accordi bilaterali con i governi di Paesi limitrofi alla Libia per l’attività di identificazione e ausilio medico-alimentare.

Al limite dell’ipocrisia l’affermazione contenuta nel secondo documento redatto dal PMG – Politico-Military Group – dove si afferma la necessità di una “strategia informativa” coerente ed efficace su misura delle necessità interne alla UE e al fine di “facilitare la gestione dell’aspettativa”, posta la varietà degli agenti in gioco: Libia, Paesi vicini, contrabbandieri e migranti.
Assume contorni diversi e inquietanti questa espressione soprattutto se letta alla luce di quello che ci si augura essere uno scivolone linguistico, quando si tenta di esorcizzare il rischio di “pubblicità negativa” per l’Unione, qualora dovessero verificarsi perdite di vite umane attribuite, correttamente o meno, all’azione della UE.

Ci si aspetterebbe, al contrario, che le vite umane avessero qualche straccio di valore a prescindere dalla pubblicità ricavata, visto che a Bruxelles il mestiere che va per la maggiore è quello di politico pagato dai contribuenti e non quello di show-man pagato dagli inserzionisti.

Le reazioni di esponenti politici alle rivelazioni di WikiLeaks per il momento sono pari a zero, sia da parte comunitaria che a livello di singoli Stati – evidentemente stanno concordando una strategia informativa coerente ed efficace.
Molte invece le reazioni mediatiche, numerosi interventi apparsi sulla stampa straniera e su quella italiana, a cominciare dall’articolo de l’Espresso apparso sul sito nella serata di ieri 26 maggio e a firma di Stefania Maurizi; la giornalista ci tiene a sottolineare come il settimanale possa rivelare “in esclusiva” i contenuti dei documenti rilasciati da WikiLeaks. È opportuno specificare che documenti postati su un sito internet a cui si accede tramite ordinaria connessione non rappresentano “esclusiva” di nessuna testata al mondo.

Il due documenti resi pubblici dall’organizzazione fondata da Julian Assange rimangono comunque meno esplosivi di altri rilasciati anche nel recente passato.
Sono stati classificati dopo l’approvazione con la dicitura di EU RESTRICTED, il primo dei livelli “rossi” della Ue, che tutela informazioni e materiali la cui divulgazione potrebbe arrecare pregiudizio agli interessi della Unione o ad uno degli Stati membri.

Francesco Floris
BloggerLinkiesta
Collaboratore de Linkiesta.it, speaker di Magma, blogger.

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