Bachir, Gianluca e gli altri della Stazione Centrale

Marta Clinco @MartaClinco,
Stefano Colombo @Granzebrew

«Paghiamo finché riusciamo a pagare», racconta un ragazzo eritreo fuori dalla Stazione Centrale di Milano. In Eritrea, come molti, faceva il soldato. Ora se ne sta seduto con qualche amico ai margini di un improvvisato campo da calcio sull’asfalto assolato sotto il Pirellone. Nelle aiuole di Piazza Duca d’Aosta si mangia in silenzio il pasto offerto dai volontari, si fumano le sigarette che si riescono a trovare, si gioca e si sorride per un momento — almeno nell’attimo di sosta fra un treno e l’altro, nell’attesa di raggiungere una qualunque frontiera. Nelle ultime settimane la Stazione Centrale ha dato rifugio a sempre più migranti in fuga dal loro Paese e dall’Italia, tappa intermedia del viaggio. Alla maggioranza siriana si è aggiunta una fetta consistente di eritrei, la maggior parte dei quali è diretta in Francia. L’amico del ragazzo eritreo con cui parliamo ha paura di essere identificato. Capisce che siamo giornalisti, scuote la testa e si allontana. «Arrivato a Bologna, non avevo più soldi per pagare il biglietto. Comunque ora sono qui…» continua il soldato — ma lo sguardo cade nel vuoto.

L’accoglienza dei migranti in Centrale è gestita dal Comune di Milano insieme ad ARCA, una Onlus che si occupa da più di vent’anni dell’assistenza ai clochard milanesi, Onlus cui il Comune ha appaltato gli aspetti pratici di quanto succede in stazione: i profughi vanno sfamati e sistemati in condizioni dignitose. «In un anno, ARCA ha servito ai rifugiati 70.000 panini e 1500.000 bottigliette d’acqua», sostiene Gianluca, che ama definirsi il “cane sciolto” dell’organizzazione: un volontario autonomo, vecchia gloria dei tempi del mezzanino, riferisce alla BBC di esserne il capo. La coda per ritirare i pasti mercoledì non era molto lunga. Intorno alla una vengono serviti dei sandwich, un po’ di frutta e dell’acqua. La parlantina svelta e magnetica di Gianluca è interrotta da una signora sulla sessantina che si avvicina e gli consegna una borsa carica di pacchi di pasta. I cittadini di Milano sono stati solidali — da giorni ormai portano pacchi di viveri in stazione, e si è accumulato tanto cibo da diventare addirittura troppo. «Alcuni ci portano scatolette di tonno, verdure sottaceto, sottolio. Manca solo il caviale: qui c’è bisogno di pane e acqua. Forse non tutti hanno capito che la migrazione non è un viaggio turistico, né andare a una cena di gala. Ma apprezziamo comunque ogni gesto. Quel genere di cose vengono portate nei centri di accoglienza, dove potranno più probabilmente essere utilizzate, mentre qui ci limitiamo ai panini, un frutto, qualche brioches». Poco più avanti, la postazione della Croce Rossa Italiana offre assistenza medica.

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Al banco del cibo – quattro assi di legno arrangiate in un angolo dell’atrio esterno – troviamo Susy, una dei volontari che si occupano della distribuzione di viveri. Accanto a lei Gianluca: «Viviamo di quello che la gente ci porta ogni giorno, e del sostegno di qualche associazione, qualche Onlus. Non riceviamo fondi dal Comune, che si è occupata solo della gestione dell’appalto».

Per la Stazione Centrale di Milano passano centinaia di migranti ogni giorno. Il flusso dei “viaggiatori atipici” si è intensificato nel corso degli ultimi anni, in particolare dal 2010 in poi. Questo flusso–- scomponibile in realtà in almeno tre flussi differenti – si muove da una parte lungo la via centrale italiana, in linea diretta con le coste del Nord Africa: persone provenienti soprattutto da Libia, Tunisia, Nigeria, Somalia — particolarmente elevato è il numero di siriani ed eritrei che percorrono questo canale. Lungo la via cosiddetta occidentale, invece, ci sono spostamenti intensi da Marocco, Algeria, Mali, Guinea, Camerun in direzione Spagna — infine, Francia. Molti afghani, somali e siriani intraprendono il grande viaggio anche lungo la via di terra orientale, e così attraversano Turchia e Grecia, fino a raggiungere la Bulgaria.

Il viaggiatore atipico si sposta in genere con qualsiasi mezzo a disposizione – non solo economica. Al di là del fantomatico “barcone”, è ormai stata individuata tutta una serie di linee di bus e tratte ferroviarie abitualmente utilizzate dai migranti — nel caso italiano, per raggiungere il nord del Paese dopo l’arrivo a Lampedusa e la sosta momentanea in uno dei centri di accoglienza primaria allestiti sul territorio.
La grande emergenza – che dopo anni ormai tanto emergenza forse non è – si è verificata nella giornata di domenica, quando dalle banchine sono arrivati al mezzanino più di 100 siriani. I posti nei centri erano esauriti: la concentrazione elevata di persone che dormivano arrangiate per terra, sui marmi della stazione, o addirittura all’addiaccio appena fuori dal colonnato ha generato una situazione preoccupante, soprattutto dal punto di vista delle condizioni igienico-sanitarie, e dei possibili contagi a catena. Ma il grande flusso di siriani – attivo sin dal 2011, anno dell’inizio del conflitto civile interno al Paese – si era già notevolmente intensificato nel maggio 2014.

Mentre parliamo con Susy, si avvicina un altro ragazzo. Parla italiano, ma con forte accento francese: «Scusate, ma le hanno riaperte le frontiere?». Bachir ha 26 anni, è stato espulso dalla Francia a inizio giugno. «Volevano mettermi su un aereo e rispedirmi in Marocco, ma io ho deciso di partire da solo, in treno, e sono venuto in Italia». Bachir ha già trascorso diverso tempo nel nostro Paese in passato, dal 2004, sempre nel tentativo di ottenere i documenti e mettersi finalmente in regola, ma «è un viaggio infinito, una grande storia, non finisce mai». È partito dal Marocco, passando per la Spagna è poi arrivato in Francia. Lì era stato assunto da una ditta che lavora per Bonduelle S.r.l. — «quella delle insalate». Bachir ci fa sorridere: ha un viso gentile, occhi vispi e sinceri. Anche quando racconta di aver incontrato dei giornalisti alla frontiera francese, e di avergli chiesto un compenso in cambio di una dritta su un passaggio sicuro – o meno controllato – per la Francia. «Una mattina mi hanno fermato mentre andavo al lavoro, guidavo una macchina senza assicurazione. Io aspetto sempre di guadagnare abbastanza, di avere i soldi per pagarla, l’assicurazione. Ma mi serve la macchina per lavorare, e senza non posso guadagnare, e…». Ci salutiamo augurandoci buona fortuna, certi che non ci rivedremo mai. Bachir – come buona parte dei migranti con cui riusciamo a scambiare qualche parola – non è arrivato per restare. Il dato è confermato anche dagli operatori e dai volontari, che non rivedono quasi mai gli stessi volti per più di due giorni consecutivi. «Nessuno, in più di un anno che sono rimasta qui, che mi abbia dato la soddisfazione di voler restare a Milano», commenta Susy.

La grande preoccupazione di tutti, migranti e volontari, è la chiusura delle frontiere al Nord Italia. «Va a fasi alterne», ci raccontano i volontari. «Nei momenti in cui la tensione non è molto alta è facile passare, i profughi si confondono tra i viaggiatori e non si notano nemmeno. Quando invece la situazione è critica, come in questi giorni, le cose diventano più difficili. Specie per gli africani». I siriani, a quanto pare, hanno più facilità a passare. Un po’ perché hanno più soldi e sono meno giovani, un po’ — è vergognoso pensarlo, ma ci confermano che è così — per il colore più chiaro della pelle.

Anche i volontari vanno e vengono. Incontriamo Mauro, un ragazzo italiano che ormai vive e studia a Parigi: «Ho preso il primo treno e sono partito. È terribile l’immagine che stiamo dando di noi all’estero. Volevo dare una mano, per dire che non siamo tutti uguali, non siamo tutti Salvini, ma sappiamo accogliere e aiutare. Sì, sono uno di quei maledetti bastardi che hanno attraversato la frontiera, ma verso l’Italia, e per mia scelta personale. Non possiamo stare a guardare davanti alla dignità dell’uomo così dilaniata».

Ma non si può comprendere questa emergenza senza parlare anche di numeri. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1 gennaio al 13 giugno di quest’anno sono sbarcati sulle coste italiane 57.190 migranti – 3.000 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Tra sbarchi e imbarcazioni soccorse in mare, gli episodi di cui si ha notizia sono stati 412, più o meno come l’anno scorso. Dopo aver messo in salvo i migranti che le trasportavano, le imbarcazioni intercettate in mare sono state quasi tutte affondate o distrutte. Sono partite dalla Libia 52.000 delle 57.000 persone giunte in Italia via mare. 2300 si sono imbarcate in Egitto, 1000 in Turchia, 750 in Grecia, alcune centinaia da Tunisia e Algeria. Sono arrivati 14.382 eritrei, 5.725 nigeriani, 5.723 somali. Nel corso del 2014, sono giunti in Italia 42.300 siriani — quest’anno siamo fermi per il momento a 3.834. In Italia la popolazione straniera costituisce circa l’8% del totale, una delle percentuali europee più basse.

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Sulla gestione di tale emergenza, comunque, ci sono stati diversi punti di scontro, discussioni e controversie. Il Comune ha messo a disposizione quei pochi tavoli su cui vengono serviti i pasti. Tutto il resto viene erogato da ARCA o dalla solidarietà diretta dei cittadini. «Io non ho mai visto un euro da parte dello Stato», continua Susy. «Tutto questo è frutto di donazioni di privati». La generosità dei milanesi sembra tuttavia ostacolata dalla burocrazia e da provvedimenti che non sembrano avere una logica evidente: è ad esempio vietato donare vestiti ai profughi. Il Comune intima ai volontari di respingere i sacchi con gli indumenti. Ma i profughi hanno bisogno anche di vestiti: un abito ordinato al posto di uno lacero può fare la differenza, durante un controllo o in qualsiasi altra occasione. Si tratta anche di dignità. Nonostante i divieti comunali, difficilmente un milanese che arriva in Centrale con una borsa carica di vestiti vecchi va via portandola con sé ancora piena.

Ascoltando ciò che raccontano gli operatori, in questo piccolo teatro il Comune pare un’entità distratta ed elefantiaca, lontana e incompetente riguardo ciò che accade sui “marmetti del Duce”, come Gianluca chiama il pavimento liscio della stazione. «Bisogna essere qui per capire come funziona il meccanismo, stare seduti giorno e notte, estate e inverno, su quegli stessi marmi gelidi e duri. Qualche tempo fa è venuto qui l’assessore Majorino a dire che il Comune in un anno ha dato da mangiare a 60.000 persone. Ma io l’ho interrotto: l’assessore dimenticava dei 18.000 non registrati, rimasti qui solo un giorno, cui ARCA ha comunque dato da mangiare. All’inizio poi volevano organizzare le strutture di registrazione e accoglienza direttamente sui binari anziché qui all’esterno. Ma sarebbe stato assurdo».

Infatti fino a mercoledì, come abbiamo visto su tutti i quotidiani, i rifugiati erano accampati per la maggior parte nel mezzanino della stazione. Una situazione insostenibile. «Grandi Stazioni, l’ente che gestisce la Stazione Centrale, ne aveva le scatole piene». Il prefetto ha dato l’ordine di sgomberare l’area e ha imposto alle forze dell’ordine di presidiare il mezzanino. Ora solo chi esibisce il biglietto o un’autorizzazione può accedere nella zona prima dei binari. Così i rifugiati sono stati trasferiti fuori dalla struttura, nel grande porticato che dà su Piazza Duca d’Aosta, dentro alcune vetrine abbandonate che fino a qualche tempo fa erano lo showroom di Victoria’s Secret. Un primo nodo di smistamento, due strutture di vetro, due acquari senza pesci, ma colmi di persone in transito, proprio sotto due residui fasci littori che dall’alto le scrutano beffarde.

Una volta in stazione, i migranti possono provare a ripartire subito, se riescono a mettere le mani su un biglietto, oppure registrarsi e dormire nei centri d’accoglienza predisposti dal Comune, con una capacità di soli 1200 posti. «Il comune ha aperto i centri solo perché Grandi Stazioni minacciava di sbattere tutti fuori», commenta aspro Gianluca. «Grandi Stazioni paga le tasse e ha tutto il diritto di non avere nessuno sulla sua proprietà, se non vuole». Il trasferimento dei migranti dalla Stazione ai centri è gestito dall’ARCA su incarico municipale.

Va detto: il Comune sarebbe forse l’ultimo ente a doversi occupare della questione migranti, che dovrebbe passare prima sul tavolo di ogni Paese Europeo e della Commissione UE. L’amministrazione di Milano, schiacciata tra il pressapochismo e la stasi delle altre istituzioni, è forse tra i comuni che in Italia hanno fatto di più per aiutare i profughi.
Ieri è stato aperto il nuovo centro in zona Luigi di Savoia, a lato della Stazione Centrale. La situazione rimane difficile, e si prevede che anche i posti ricavati dai nuovi centri aperti in via eccezionale nei giorni scorsi, come quello di Via Corelli, finiranno presto. I nuovi arrivi previsti – in particolare dalla Siria, dove la confinante Turchia ha sostanzialmente chiuso le frontiere e respinge i profughi siriani dal proprio territorio, relegandoli lungo il confine – rischiano di travolgere e sopraffare l’ennesima soluzione temporanea. Senza dubbio, la Stazione Centrale di Milano non smetterà di essere crocevia per tutti coloro che scappano dalla loro terra per ripartire verso il Paesi del Nord.

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Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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