Del: 22 Giugno 2015 Di: Redazione Commenti: 0

Sara Tamborrino

Il Teatro Oscar chiude la stagione 2014/2015 con la ripresa del Caligola di Albert Camus, una produzione PACTA dei Teatri, dal 17 al 28 giugno, dopo la prima assoluta che ha visto repliche dall’11 al 26 aprile. A confrontarsi con la complessità di quest’opera è la regista Annig Raimondi, che ha scelto di mettere in scena la seconda delle tre versioni della tragedia elaborate in periodi successivi dall’autore (1938-39, 1941, 1958). Una vera ossessione, infatti, sembra averlo legato alla figura dell’imperatore romano passato alla storia per le sue crudeli follie e perversioni. Il dramma costituisce assieme a Lo straniero e Il mito di Sisifo la trilogia dell’assurdo, nella quale l’autore indaga la perenne lotta tra la coscienza individuale e i meccanismi del potere, i turbamenti e le paure dell’animo umano di fronte al vuoto di un’esistenza pericolosamente in balia dell’assurdo.

Non si tratta dunque di una tragedia storica, ma di un’inquieta riflessione esistenziale che utilizza come espediente la ricerca di una spiegazione psicologica di fronte all’insorgere della pazzia in un uomo di potere.

In seguito alla morte della sorella ed amante Drusilla, scintilla scatenante della vicenda, l’imperatore Caligola, sconvolto, impazzisce, avendo raggiunto la tragica consapevolezza che “gli uomini muoiono e non sono felici”. Decide così di abolire le differenze tra bene e male, di sconvolgere l’intero assetto statale, ed inizia compiendo le peggiori efferatezze nei confronti dei senatori che lo circondano. Accanto alla paura e all’orrore cresce però il malcontento, che sfocia in una congiura capeggiata da Cherea per uccidere il despota folle. Le uniche persone che gli rimangono legate sono l’amante Cesonia ed il liberto Scipione, che nutre nei confronti dell’imperatore un duplice sentimento: odio, a causa della sua inarrestabile crudeltà, ed amore, per il ruolo di padre e guida che egli sembra a tratti assumere nei confronti il giovane. Cesonia, accecata dal suo amore per il protagonista, si rende complice dei suoi assurdi propositi, anche nel momento in cui Caligola decide di farsi dio impersonando la dea Venere, o quando indice un’insensata gara tra poeti. Anche la donna però diventa vittima del suo folle amato, che nel vortice di una spirale autodistruttiva fa piazza pulita attorno a sé degli ultimi che gli erano vicini. Infine l’imperatore, dopo aver dialogato a carte scoperte con Cherea riguardo ai suoi progetti di assassinio, si prepara al suo fatale destino, che si compie proprio per mano del capo dei congiurati.

caligola
Sono solo quattro gli attori che portano avanti la rappresentazione, vestiti con abiti senza tempo, a rimarcare il fatto che la riflessione portata avanti dall’opera è applicabile in qualsiasi contesto umano. L’interpretazione di Riccardo Magherini, nei panni di Caligola, è ineccepibile, capace di suscitare risate ma anche di restituire tutta la folle disperazione del suo personaggio. Maria Eugenia D’Aquino rende efficacemente il succube amore di Cesonia, suscitato dalla straziante sofferenza dell’imperatore; viene affiancata da Alessandro Pazzi nel ruolo di Scipione. Annig Raimondi calca a sua volta la scena nel ruolo di un Cherea riuscito anche se talvolta un po’ troppo retorico. I sudditi e i senatori sono in parte impersonati dal pubblico stesso, al quale Caligola spesso si rivolge direttamente cercando spettatori per le sue scelleratezze.

L’atmosfera è resa inquietante tramite l’utilizzo di voci registrate, musiche e luci dai tratti psichedelici, che suggeriscono una dimensione che sfiora quella dell’incubo.
Trovandosi a lavorare su un palcoscenico di dimensioni ridotte, la scelta registica è stata di infrangere fin dal primo momento la quarta parete che solitamente divide il pubblico dagli attori, i quali si muovono ed agiscono completamente svincolati dalle limitazioni dello spazio scenico. Questo è allestito in modo semplice e mutevole, poiché la scenografia composta da uno specchio, alcune sedie e un tavolo viene all’occorrenza rimescolata per fare da base ai diversi momenti dell’azione. Altro elemento di assoluta rilevanza è la costante presenza di fantocci senza testa ammonticchiati sulla scena, che talvolta vengono richiamati dalla loro immobilità per diventare tra le mani di Caligola, che si relaziona con essi per tutto il tempo, i senatori e le comparse del dramma.

Questi manichini vestiti di tutto punto assumono però un significato molto più profondo, poiché si possono vedere in essi tutti i cadaveri di cui l’imperatore si è via via circondato; si tratta delle sue vittime, dei suoi morti, i quali con la loro pesante onnipresenza inquinano la solitudine di Caligola, che per questo non trova pace. Proprio questa solitudine, sopraggiunta a seguito del venir meno dell’amore di Drusilla, è ciò che spaventa il regnante; di fronte alla verità incombente della morte tutto il potere gli risulta futile, evapora la sua fiducia nei confronti della realtà e va affermandosi la sua estraneità rispetto a un mondo che “così com’è non è sopportabile”. L’umanità intera lo ripugna per la sua cecità di fronte all’assurdità del vivere. È questo pensiero che lo spinge a bramare il possesso dell’impossibile, quando ad esempio domanda a Scipione di portargli la Luna.

Eppure, dietro all’assurdo, si cela una logica ferrea e spietata, una lucidità che sempre cammina a fianco della follia; ciò che l’imperatore cerca è la libertà dai propri tormenti, dalla vacuità dell’esistenza, e tale si può trovarla soltanto nell’oblio del trapasso.

Egli è infatti convinto che non esista altra libertà che quella del condannato a morte, perché ad esso tutto è indifferente al di fuori del colpo che lo ucciderà. Caligola si considera l’unico libero, poiché sa della congiura che pesa sulla sua vita e quasi la desidera; il suo obbiettivo intanto è quello di rendere liberi i suoi sudditi facendoli sentire perennemente sotto la minaccia della pena capitale, giacché tutti sono colpevoli, ed attuando continue ed arbitrarie esecuzioni. Lui stesso però si ritiene in parte colpevole; è come spaccato in due metà, che mette in dialogo parlando con se stesso in uno specchio. Una parte di lui odia l’altra, e, quando infine sente sopraggiungere la morte, si ricompone vestendosi di tutto punto, come se si preparasse per una visita a lungo attesa: “Alla Storia, Caligola, alla Storia!”.

Ciò che rimane al termine della rappresentazione è un senso di pietà e compassione per un personaggio che emerge sì come un mostro, ma anche e soprattutto come un individuo lacerato e schiacciato da tutto il peso del dolore umano. Volendo dare una possibile interpretazione, Caligola è un uomo che viene condotto alla pazzia dalla sua ricerca di qualcosa di straordinario e di impossibile che possa riempire il vuoto della sua esistenza. A questo fine più alto sacrifica la sua stessa felicità, ponendosi così in perfetta antitesi rispetto a Cherea, personificazione del quieto vivere; ma come ogni personalità straordinaria in un mondo di mediocri, il folle lucido imperatore è destinato a sparire.

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