Sfruttamento del lavoro e dell’agricoltura – le responsabilità della grande distribuzione e delle politiche sull’immigrazione. Intervista a Domenico Perrotta

Maria C. Mancuso
@MariaC_Mancuso

Proprio in queste ore viene lanciata a Roma #FilieraSporca, la campagna promossa dalle associazioni Terra! Onlus, daSud e terrelibere.org, con lo scopo di affermare, proprio durante Expo 2015, che non è possibile “nutrire il pianeta sfruttando il lavoro e l’agricoltura”.

Le tre associazioni hanno voluto tracciare il viaggio che compiono ogni giorno i prodotti alimentari dai campi agli scaffali dei supermercati, intervistando grandi aziende dell’agroalimentare come Coca Cola, Nestlè e Coop, cercando di delineare le responsabilità dello sfruttamento che sta alla base della filiera agroalimentare degli “invisibili delle campagne” — cioè multinazionali, grande distribuzione, grandi e medi commercianti, medi e piccoli produttori, aziende di trasporti, agenzie internazionali di lavoro interinale.

La campagna vuole proporre un’etichettatura trasparente e la responsabilità solidale di supermercati e multinazionali, “un ceto di intermediari che accumula ricchezza organizza le raccolte usando i caporali, determina il prezzo. Impoverisce i piccoli produttori e acquista i loro terreni. Causa la povertà dei migranti e nega un’accoglienza dignitosa.”

In Italia nel 2012 circa 12.466.034 quintali di prodotti agricoli sono stati lasciati marcire sulle piante.

Secondo i dati riportati da Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo di Segrè e Falasconi (Edizione Ambiente, Milano 2011) in Italia nel 2012 circa 12.466.034 quintali di prodotti agricoli sono stati lasciati marcire sulle piante. Le ragioni principali sarebbero soprattutto due, la mancanza della copertura del costo del lavoro impiegato per la raccolta e i “difetti commerciali” delle merci, come l’inadeguatezza agli standard estetici imposti dalla grande distribuzione.

In questo quadro si inserisce il fenomeno del caporalato che permette la compressione del prezzo della mano d’opera, che avviene soprattutto nelle piccole imprese agricole dove il lavoro a cottimo è necessario ai piccoli imprenditori che non hanno la possibilità di comprare le macchine che servono alla raccolta.

Il caporalato non è un fenomeno nuovo, né limitato geograficamente — non è conosciuto solo in Italia o al Sud; “il caporale è un intermediario di mano d’opera, una persona o un’organizzazione che si occupa di mettere in comunicazione gli operai con gli imprenditori e questo oggi in Italia è illegale a meno che tu lo faccia con l’autorizzazione del Ministero del Lavoro” così racconta per Vulcano Statale Domenico Perrotta, un ricercatore universitario in Sociologia all’Università di Bergamo, che dal 2010 studia il lavoro dei migranti in agricoltura. Ha inoltre partecipato a progetti gestiti da associazioni di scuole di italiano nella zona di Venosa e ad altri di produzione senza caporalato.

In un tuo articolo pubblicato sul Mulino dici: “non possiamo pagare ai braccianti il salario previsto dai contratti provinciali, perché saremmo fuori dal mercato; il lavoro è l’unico costo che possiamo comprimere, mentre aumentano il gasolio, i concimi, le piantine”. Wolf Bukowski, autore de La danza delle mozzarelle (Consulenza editoriale Wu Ming 1, Edizioni Alegre), in una mia intervista ha affermato: “I caporali, come gli scafisti, sono strumenti di un modello. Questo tipo di agricoltura in cui la grande distribuzione si mangia tutta la quota dei profitti non sarebbe possibile se non avesse in maniera reticolare qualcuno che comprime così tanto i braccianti da costringerli a lavorare per cifre di questo tipo”.
Sembra indubbio che la liberalizzazione dei mercati agricoli abbia dato nuovo slancio allo sfruttamento della mano d’opera e del caporalato, perché stare sul mercato è diventato sempre più difficile…

Negli anni ‘80 è partita un’ondata di liberalizzazione del commercio internazionale dei prodotti agricoli, che è stata diseguale e a svantaggio dei Paesi del sud del mondo, perché gli agricoltori del nord hanno sempre potuto contare sui sussidi.
Questo fenomeno è andato di pari passo con la difficoltà sempre maggiore degli agricoltori di far fronte ai cambiamenti nelle filiere agricole del commercio internazionale, data dalla strozzatura dei sistemi distributivi. Quindi la liberalizzazione dei mercati dei prodotti agricoli a livello internazionale ha fatto da contraltare al fatto che le grandi catene dei supermercati hanno concentrato in sé man mano una quota sempre maggiore del commercio dei prodotti agricoli, rendendo sempre più difficile per i contadini vendere le loro merci e per i consumatori acquistare prodotti agricoli fuori dai circuiti della grande distribuzione.
Questi nomi a livello mondiale sono Walmart, il più grande datore di lavoro al mondo, a livello europeo Carrefour e Tesco, in Italia Coop, Conad ed Esselunga.
Nel ’96 commerciavano circa il 50% dei prodotti alimentari nel
mercato italiano, oggi sono al 75%.
Il cambiamento dei consumi si è tradotto in ciò che si chiama  buyer’s power: il potere di chi acquista in situazioni non di monopolio, ma comunque di concorrenza tra pochi, che causa sia pressioni sulla filiera e sui prezzi dei prodotti che vengono acquistati ai produttori, sia sugli standard che i produttori devono rispettare per poter vendere a questi buyer che hanno il potere di acquistare.
C’è stato poi l’aumento delle migrazioni, l’aumento dei lavoratori in agricoltura e una gestione delle migrazioni poliziesca e restrittiva che è andata a discapito dei diritti dei migranti: da qui la nascita di una fascia di lavoratori sempre più vulnerabile sul mercato del lavoro. I due processi si sono alimentati a vicenda: la presenza dei migranti ha consentito una produzione a prezzi minori che ha consentito alle aziende di poter vendere alle nuove condizioni ai compratori.
Ha influito poi un terzo fattore degli stessi anni, cioè la liberalizzazione del mercato del lavoro: negli anni Novanta c’è stata tutta una deregolamentazione, la creazione dei contratti atipici, la destrutturazione del ruolo del collocamento pubblico e questo in agricoltura è stato evidente perché proprio nel ‘96 c’è stata la modifica del collocamento agricolo per cui le aziende non erano più obbligate a passare dall’ufficio di collocamento per assumere i lavoratori agricoli.
Per tornare al discorso sul caporalato, nel Sud Italia oggi l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, visto che non la fa più lo Stato, la fanno i caporali praticamente senza nessuna concorrenza, non c’è nessun altro che faccia oggi il loro lavoro.

Che tipo di rapporto c’è tra caporale e bracciante?

Tra lavoratore e caporale non ci sono legami solo economici ma anche familiari, amicali o di nazionalità. Molto spesso il bracciante si rivolge al caporale perché è l’unico mezzo per trovare lavoro e in qualche modo lo rispetta.
Il caporale è una persona installata nel territorio, lo controlla, organizza la sua squadra di operai, trasporta la mano d’opera, la disciplina. Ci sono caporali italiani, ma molto più spesso stranieri, perché devono conoscere la lingua di chi impiegano. Spesso hanno un altro lavoro — una volta ne ho conosciuto uno che faceva il commesso, ad esempio.
C’è da dire però che quando pensiamo al caporalato pensiamo ai braccianti nel Sud Italia, a Rosarno, a Foggia, al caporale africano o rumeno, ma il caporalato in forme diverse c’è anche in altri settori. Sono stati scoperti negli anni scorsi casi di caporalato al mercato ortofrutticolo di Milano: al posto dei braccianti agricoli, facchini che caricavano e scaricavano casse di frutta e verdura. E poi ci sono forme di caporalato attraverso cooperative, soprattutto nel Nord Italia: buona parte dei braccianti che vengono impiegati nella provincia di Mantova per raccogliere i meloni viene assunta dagli agricoltori per mezzo di cooperative. La forma giuridica delle cooperative è un’impresa che può fornire dei servizi, che in questo caso nasconde un’intermediazione di mano d’opera attraverso la forma di subappalto della raccolta dei meloni dall’agricoltore alla cooperativa.
Un altro esempio lo troviamo poi nel campo della logistica, dove molti magazzini – anche di aziende della grande distribuzione – hanno visto le lotte di facchini guarda caso assunti da cooperative che gestiscono il subappalto dei magazzini di IKEA, Esselunga e così via. E in tutto questo l’interrogativo è: è legale? E fino a che punto è legale? Non è anche lì intermediazione illecita di mano d’opera?

Tu dici che la figura del caporale è anche conseguenza delle leggi sull’immigrazione. In che modo?

Secondo le politiche sull’immigrazione italiane – la legge Turco-Napolitano del ‘98 e la Bossi-Fini del 2002 – un migrante può ottenere e conservare il permesso di soggiorno per restare sul nostro territorio in base al contratto di lavoro. Per questo motivo diventa molto difficile che un migrante protesti nei confronti del datore di lavoro perché sa che se viene licenziato rischierà di perdere il permesso di soggiorno e quindi di diventare rimpatriabile.

caporalato

Che cosa fanno le istituzioni per combattere questo fenomeno?

Dal 2011 è stato introdotto dal Governo Berlusconi un nuovo reato, quello di intermediazione illecita di mano d’opera e sfruttamento del lavoro. Ora il reato è più grave e punibile con il carcere, prima tutt’al più si riceveva una multa. Questo ha portato all’arresto di diversi caporali, ma non ha messo fine del fenomeno. Non esiste concretamente un’alternativa ai caporali. Nell’ultimo anno una della proposta della CIGL è stata il ritorno al collocamento pubblico: e quindi le regioni Basilicata e Puglia l’anno scorso, durante la raccolta del pomodoro, hanno fatto delle sperimentazioni provando a incentivare le aziende agricole a rivolgersi a delle liste di collocamento di braccianti agricoli create nei centri per l’impiego. Questa cosa è completamente fallita in entrambe le regioni.

Perché non ha funzionato?

Bella domanda… Un po’ perché gli agricoltori sono stronzi e un po’ perché il caporale è più efficiente di qualsiasi centro per l’impiego. Garantisce la disciplina della mano d’opera ed è un servizio che funziona più velocemente.
Poi l’ufficio pubblico controllerà se poi quelle giornate di lavoro verranno pagate, contributi, eccetera.
Forse la prossima domanda è: come se ne esce?
Una cosa fondamentale è rendere i braccianti agricoli meno vulnerabili, questo vuol dire che fin quando vivranno nei ghetti a Rosarno, a Foggia e in tutte le campagne sarà difficile che trovino lavoro senza caporali. Un altro passo è cambiare la legge sull’immigrazione, cambiare la politica sull’immigrazione e rendere più facile ottenere il permesso di soggiorno. Terza cosa ovviamente tentare di incidere sulle filiere agricole: fare in modo che non ci sia più tutta questa pressione sul piccolo agricoltore perché comprima il prezzo della mano d’opera.

Meno male che ci sono gli stranieri. Costano poco, senza di loro noi spariremmo. E con noi tutta l’agricoltura del Sud. E l’agroindustria del Nord che si rifornisce qui. Tutti sanno ma va bene così. Va bene ai commercianti, che affidano le raccolte alle squadre di caporali. Va bene ai politici che possono raccontare la favola dei clandestini. Stranamente, va bene anche alla gente che fa la spesa, che paga molti euro un prodotto che a me viene pagato pochi centesimi. E nessuno pensa a chi sta in mezzo, a guadagnare da parassita.
(Antonello Mangano, Senza peccato e senza redenzione).

Maria C. Mancuso
Scrive di agricoltura, ambiente e cibo. Mal sopporta chi usa gli anglicismi per darsi un tono.

Commenta