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Stazione Centrale, Mercato pubblico

Giulia Pacchiarini
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Il piano superiore della stazione Centrale di Milano è un crocevia di viaggiatori e specchi — vetrate che fanno da porte, soffitti e finestre, vetrine illuminate a festa nei negozi esibiscono la merce colorata dell’estate, bar che espongono pasti pronti per pendolari frettolosi. Ai binari si può arrivare solo tramite accessi predisposti, mostrando il biglietto a uomini in divisa che, silenziosi, attendono ai gate che il proprio turno finisca, ascoltando gli ordini che le radiotrasmittenti gracchiano sul vociare della folla.
Percorrendo la scalinata che porta al piazzale antistante la stazione, però, la scenografia cambia radicalmente e così i personaggi, che da viaggiatori diventano migranti, fermi in attesa di poter ripartire. Qui dove si attende le vetrate scintillanti perdono il loro scopo ornamentale e divengono pareti per costruzioni trasformate in alloggi momentanei, centri di identificazione e smistamento. Perché non diventino fastidiose lenti di ingrandimento vengono oscurati da cartoni opachi, cartelli scritti a mano recanti avvisi in diverse lingue e indicazioni del comune di Milano, esclusivamente in Italiano.
Qui si aspetta il proprio turno per la colazione, il pranzo e la cena, per poter essere riconosciuti e per trovare il denaro per ripartire. Ci si affida ai volontari, volti sconosciuti che danno informazioni e consigli, indicano i centri di accoglienza e biglietterie.
Non sono solo i volontari delle Onlus però a dare suggerimenti, esponenti della criminalità organizzata internazionale trovano in queste situazioni il miglior campo di azione per intercettare nuove vittime per i propri traffici, che comprendono truffa, traffico di esseri umani e prostituzione.
Agiscono senza essere notati, confondendosi tra la folla di migranti, offrono un passaggio in auto o addirittura un lavoro, al di là delle frontiere che sanno come oltrepassare anche quando sono chiuse.

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Cos’è il trafficking

Concepito come crimine internazionale all’interno del Protocollo di Palermo del 2000, il trafficking comprende “Il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, mediante l’uso o la minaccia dell’uso di violenza o altre forme di costrizione, di rapimento, di inganno, di frode, dell’abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o nell’atto di dare o ricevere qualche forma di pagamento o altro beneficio per ottenere il consenso di una persona avente autorità su un’altra persona, allo scopo di sfruttamento (…) Deve includere, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, di lavoro o servizi forzati, di schiavitù o di attività simili alla schiavitù, l’asservimento o la rimozione di organi” e avviene quotidianamente.
Uno dei volontari che lavora presso la stazione da più di un anno indica alcune giovani ragazze eritree e spiega:

“Hanno vent’anni e ne dimostrano 14 o 15, vanno per la maggiore a Zurigo”.

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Le ragazze vengono intercettate dai trafficanti mentre attendono di poter riprendere il viaggio, in zone di confine, come la Stazione Centrale, mentre i centri di accoglienza sono più controllati e sicuri, per questo i volontari indirizzano lì i migranti il prima possibile. Inizialmente circuite con discorsi e proposte riguardanti lavoro e denaro sicuri, le ragazze ricevono poi dai trafficanti abiti, bigiotteria e cellulari, pegni per conquistarne la simpatia e la fiducia. A questo punto viene proposto loro un passaggio fino a Zurigo, un viaggio apparentemente più sicuro e confortevole in compagnia di chi sembra avere un occhio di riguardo.

Molte sono le ragazze che accettano, fidandosi degli sconosciuti sbagliati.

Una volta giunte a destinazione però vengono requisiti loro documenti, cellulari e denaro. Lasciate isolate, clandestine e invisibili agli occhi delle istituzioni sono costrette alla prostituzione con minacce e violenze. La giovane età, l’ingenuità e l’inesperienza non fanno che peggiorare le condizioni delle ragazze, vittime di uno sfruttamento senza scrupoli a cui è difficile sottrarsi. Infatti – sempre a seguito del Protocollo di Palermo – in caso di denuncia, viene proposto alle ragazze un periodo di protezione in luoghi segreti, in cui è imposta l’assenza di comunicazione con l’esterno, a seguito del quale avviene un rimpatrio assistito. Vengono quindi riaccompagnate nel Paese di origine, dal quale erano fuggite e dove spesso la prostituzione è sinonimo di emarginazione e isolamento, anche da parte dei famigliari.
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La percentuale di donne che dopo il rimpatrio tentano di nuovo di emigrare o tornano nel traffico della prostituzione è estremamente alto, tanto da far pensare che più che un procedimento per la salvaguardia delle vittime dei traffici, quello messo in atto dagli Stati dell’Unione Europea sia un metodo di espulsione alternativo.
Tante sono le testimonianze e le indagini che raccontano come da un anno a questa parte la bella Stazione Centrale di Milano sia un luogo di passaggio per alcuni e di attesa e selezione per altri, dove non bastano gli sguardi dai volontari o le ronde delle forze dell’ordine in borghese che segnalano chi si aggira intorno alle ragazze sole. Le selezioni di esseri umani proseguono ogni giorno, nonostante i vetri oscurati e la coscienza ormai diffusa del fenomeno, perché manca la volontà reale per un intervento deciso. Si lascia che sia il caso a condurre esseri umani in una direzione o nell’altra, così che la Stazione Centrale di Milano si trasformi in un mercato a cielo aperto, con tanto di specchi e pubblico.

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Giulia Pacchiarini
Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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