Visione di un italiano a Londra. Intervista ad Alessandro Leonardi.

Jacopo Musicco
@jacopomusicco

Alessandro Leonardi – ex studente di filosofia dell’Univeristà Statale di Milano – a breve inizierà le riprese del suo primo lungometraggio Plié: On My Knees, in collaborazione con Elena Horn, regista tedesca.
Abbiamo deciso di intervistarlo per capire come si costruisce un progetto del genere all’estero e quali sono le dinamiche che si devono, o vogliono, affrontare.

Chi è Alessandro Leonardi e come è arrivato a Londra?
Sono un laureato in Filosofia dell’Università Statale di Milano, guardandomi indietro la considero una delle esperienze più belle della mia vita. Ancora adesso li ricordo come gli anni più felici…ammetto che mi manca parlare di Platone nel chiostro di Festa del Perdono (ride).
Purtroppo però, una volta ottenuta la laurea, mi sono ritrovato – come molti – nel disagio della mancanza di prospettive per coloro che hanno conseguito una laurea umanistica, quindi ho deciso di imparare un mestiere concreto, ovvero il maneggiare una camera.
A questo punto la meta più sensata mi è sembrata Londra: un po’ perché anni prima avevo fatto la classica esperienza lavorativa per imparare la lingua e prendere contatto con le realtà inglesi, quindi conoscevo già gli ambienti; un po’ perché Londra, nel campo della comunicazione filmico-televisiva, offre sicuramente più possibilità rispetto all’Italia. Dunque sono partito e da due anni vivo, studio e lavoro a Londra.

A proposito di realtà londinesi, come è stato il tuo impatto sociale e lavorativo con la city?
La cosa che mi ha subito colpito è stato il rispetto che ho sentito nei confronti di chi lavora, anche verso coloro che ricoprono i ruoli più umili; sicuramente gli inglesi tengono molto alla così detta health and safety, salute e sicurezza, dei dipendenti.
A livello sociale va detto che la mia non è stata un’evasione, bensì un bisogno personale di esplorare un mondo che mi aveva sempre affascinato quindi sono arrivato a Londra con una mentalità molto aperta.

Ma siamo qua per parlare anche del tuo progetto, Plié: On My Knees, quindi: da dove è nata l’idea per questo documentario?
Innanzitutto il progetto non è solo mio, l’idea del film è nata lavorando con Elena Horn, che si occuperà della regia –quindi non solo delle riprese ma anche dell’ evoluzione narrativa del documentario – mentre io ricoprirò il ruolo di cinematographer (qualche gradino sopra al direttore della fotografia), occupandomi della parte più tecnica della lavorazione.

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Il film segue le vicende di due protagonisti: Nik, 24 anni, gay ma anche cristiano ortodosso praticante, violinista, studente di teologia e affetto da sporadici disturbi di personalità. Lo accompagnerò in Serbia dove incontrerà la sua famiglia, aristocratica e conservatrice, per la prova di coraggio più importante della sua vita: si dichiarerà gay, assumendosi il rischio di venire respinto dalle persone a lui più care. Ishimwa, 24 anni, invece è un ballerino e coreografo sopravvissuto al genocidio in Ruanda del 1994, dove perse sua madre e i suoi fratelli. Dopo aver sofferto disturbi di personalità simili a quelli di Nik, aver creduto di essere Gesù Cristo e bruciato tutte le fotografie di sua madre e del suo paese, ora vuole tornare in Ruanda e far visita a sua nonna e alla donna che gli salvò la vita, alla ricerca di ricordi, fotografie e storie su sua madre.
Questo contesto non è solo un pretesto narrativo, ma la volontà di mettere in contatto due persone così diverse, entrambi outcast, emarginati, che vanno alla conquista di una propria identità; la collaborazione con Elena ci ha permesso dunque di creare una troupe abbastanza piccola per avere accesso ad una storia così intima.

So che per finanziare il vostro progetto avete aperto una campagna su Kickstarter e che avete da poco raggiunto l’obbiettivo che vi eravate posti, ve lo aspettavate?
Beh ci siamo lanciati con la consapevolezza di farcela, quindi sì, è stato bello raggiungere l’obbiettivo, ma non la definirei una sorpresa.
Il crowfunding ormai è una pratica diffusa tra le realtà indipendenti e la necessità di lanciare una campagna Kickstarter è legata principalmente a due motivi secondo me: la creazione, ancora prima della fase di preproduzione, di un audience legata al progetto; e il secondo motivo, legato al primo, è la necessità – in rapporto all’ingrandirsi dell’audience – di mettersi sempre più a nudo e di portare a compimento il progetto per rispetto di chi ti segue.

Prima di lasciarci avrei un’ultima domanda.
Per fare un breve paragone con il film: come i protagonisti del documentario tornano nei loro Paesi d’origine, anche tu dopo due anni di vita a Londra senti la necessità di tornare in Italia o pensi di continuare la tua avventura lavorativa e di vita all’estero?
Ovviamente non ho molti punti in comune con i protagonisti di Plié: On My Knees, rispetto a loro io sono un privilegiato che ha avuto modo di fare questa esperienza e che non se ne pente, sicuramente continuerò ad investire in questa avventura all’estero. Ammetto però che con la mente sono sempre rivolto ad un futuro in Italia, e su questo non ho mai avuto dubbi; come scriveva Verga ne I Malavoglia: “È una bella cosa tornare a casa sua. Questa marina qui mi conosce. Già padron ‘Ntoni diceva sempre che un pesce fuori dell’acqua non sa starci, e chi è nato pesce il mare l’aspetta.”

Jacopo Musicco
“Conosco la vita, sono stato al cinema."

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