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Chi mangia di cultura in Italia

Arianna Bettin Campanini
@AriBettin

«L’Italia è un museo a cielo aperto: ovunque tu vada c’è qualcosa da vedere. A Roma non puoi scavare una fossa che tiri su un’anfora.». Quante volte ce lo ripetiamo, spesso scuotendo il capo, sconsolati? Il Belpaese, «là dove ‘l sì suona», scriveva Dante («#verybello!», rispondeva Franceschini), condannato alla tormentosa domanda: possibile che da tutto questo concentrato di bellezza, da tutto questo ben di Dio convogliato in un esiguo lembo di terra sdraiato in mezzo al Mediterraneo, lo Stato italiano non riesca a trarre un reale vantaggio? Com’è possibile che il Ministero dei Beni Culturali pianga continua miseria, oggetto cronico di tagli umilianti? A quanti altri crolli ci toccherà assistere prima che qualcuno intervenga? Di anno in anno, di governo in governo, si è attesa un’azione radicale. Invano.

Questa ormai proverbiale deficienza dell’apparato statale, economica e amministrativa, diventa facile pretesto per aprire ai privati ampi spazi e verdi praterie. Come un padre affettuoso e paziente alle prese con il figliolo un po’ scemo, «il privato va a coprire quei servizi che il pubblico non è in grado di fornire». Accade per gli asili, per la gestione delle acque e dei rifiuti, per la sanità, per i trasporti. E accade anche per i il nostro patrimonio artistico.
Una giungla di fondazioni, comitati, società private e partecipate, cooperative rosse e bianche si spartiscono il mercato assai redditizio dei servizi aggiuntivi – biglietterie, bookshop, audioguide e mostre itineranti – fagocitando annualmente milioni di euro. Di cultura si mangia eccome, è che lo Stato finora non è stato in grado, o non ha voluto, sedersi al desco, aspettando in cucina gli avanzi.
Peccato che sia il padrone di casa.

Come riportato da L’Espresso in una recente inchiesta, nel 2013 dei 17 milioni di euro incassati dai complessi museali e archeologici di Roma dalle attività collaterali, ben 15 milioni sono rimasti nelle mani dei privati, mentre gli Uffizi cedevano il 64% degli introiti e il 25% dei proventi dati dai biglietti a enti non pubblici (laddove, nel secondo caso, il tetto massimo per legge è del 30%, anche se qualcuno vorrebbe rimuoverlo del tutto).
A livello nazionale, dei 45,8 milioni ricavati nello stesso anno dai servizi aggiuntivi, quasi 40 milioni sono andati ai privati, l’85,5%, lasciando le briciole alle istituzioni. A questi si devono sommare ulteriori 21,8 milioni ottenuti dalla vendita dei biglietti, circa il 17,3% dei 126,4 milioni totali.

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È legittimo che il privato dal suo investimento si aspetti un ritorno? Non è contraddittorio parlare di mecenatismo a scopo di lucro, un ossimoro? Lo Stato è effettivamente incapace di offrire un servizio simile? È adeguata e giusta questa spartizione? E – ciò che forse è più importante – in che modo questo sistema gioverebbe al nostro patrimonio culturale? A queste e ad altre domande hanno risposto fior fiore di esperti, come già Salvatore Settis o Tomaso Montanari nel suo recentissimo “Privati del patrimonio”, spendendo lunghe pagine appassionate per spiegare che non c’è niente di moderno, niente di vantaggioso, niente dei pretesi modelli virtuosi in questo sistema tutto italiano di apertura al privato. Al contrario, ne è nato un mostruoso groviglio di potere in cui s’intrecciano e si scambiano finanza e politica, pubblico e privato, e soprattutto s’incrociano sempre le stesse persone.

Il campo dei servizi museali è una pentola d’oro a cui possono accedere in pochi, un oligopolio perlopiù statico, asfittico, i cui protagonisti mirano esclusivamente a piantare bandierine su chiese, musei e siti archeologici. E non certo mossi dalla passione per le belle arti.
L’accesso dei privati alla gestione del patrimonio culturale italiano si è retto fin dall’inizio su un principio malato: il privato come supplente o sostituto dello Stato, non suo sottoposto collaboratore. Malato, perché finisce col socializzare le perdite e privatizzare gli utili: detto terra terra, le perdite vengono pagate dallo Stato, cioè da noi, mentre i profitti finiscono nelle tasche di pochi.

I modelli prediletti dai feticisti del mercato libero, quello americano e quello francese, vanno esattamente nella direzione opposta alla nostra.

Al fine di preservare la natura ultima dell’istituzione museale, come scrive l’ICOM (International Committee for Museology dell’International Council of Museums), «un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo […] aperto al pubblico» che «compie ricerche che riguardano testimonianze materiali dell’umanità e del suo ambiente: le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educativi e diletto»: questo è l’assunto da cui muovono. Tanto che negli USA nessun museo, neppure un museo interamente privato come il Getty può vantare bilanci in attivo, anche perché spesso non fanno nemmeno pagare il biglietto, mentre in Italia si ha la pretesa di trasformare il settore della cultura in un settore imprenditoriale, secondo la logica dello sfruttamento intensivo.

Salvatore Settis, che il Getty Museum lo ha diretto per cinque anni, è molto chiaro a proposito:

«L’istituzione privata che con fondi privati ha una vocazione pubblica e la applica è una cosa. Chi fa una sponsorizzazione soltanto al fine di ricavarne un qualche ritorno d’immagine è una seconda cosa. Chi entra, o vuole entrare, nei musei o nelle istituzioni culturali per gestirli allo scopo di ricavarne un profitto è una terza cosa, e in Italia questi tre piani si confondono molto».

Da questa confusione, prosegue Settis, nasce il falso mito del museo-impresa, alimentato da una parte da un «estremo provincialismo e totale ignoranza», dall’altra dalla malafede di chi va diffondendolo.
Nel senso del museo-impresa già muoveva la legge Ronchey, emanata nel 1993, che per la prima volta rese possibile l’accesso dei privati nella gestione dei servizi museali aggiuntivi (fu proprio con questa legge che venne introdotta originariamente la dicitura) attraverso lo strumento delle concessioni, esattamente come se si trattasse di energia elettrica o di gas. Poco importa che si tratti di beni di natura completamente diversa e di servizi nient’affatto aggiuntivi, ma strutturali, che sottraggono allo Stato e al Ministero una loro precipua funzione gestionale. L’esempio più clamoroso è quello delle mostre temporanee, che il privato è libero di organizzare a proprio piacere, incassando fino al 100% del biglietto. Eventi spesso qualitativamente mediocri, privi di studio a monte e che impongono lo spostamento di pezzi di valore inestimabile talvolta solo di pochi chilometri, sottoponendoli per questo a rischiose operazioni di trasporto. Senza contare il fatto che questo andirivieni d’opere lascia sguarniti i musei dove vengono normalmente ospitate, e al turista che abbia pagato il biglietto – non di rado salato – per ammirarle, non rimane che fissare la parete.

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Anche in quest’ambito, esattamente come in tutti gli ambiti in cui si ricorra alle concessioni, puntualmente i legami d’interesse fra potere politico e potere economico si fanno torbidi, il sistema s’incancrenisce e finisce nelle mani di pochi per interi decenni.

Nel rapporto redatto nel 2008 da Confindustria e Confcultura “La valorizzazione della cultura fra Stato e mercato” si denunciava già come solo delle 130 concessioni nazionali «le concessioni ad associazioni temporanee di imprese (ATI) risultano essere 108, mentre quelle a raggruppamenti (RTI) sono appena 2 e le restanti 20 concessioni sono individuali. Concentrando l’attenzione solo sulle ATI, 39 (pari al 30%) fanno riferimento ad un unico gruppo imprenditoriale […] e non sono rari anche fenomeni di incrocio tra partecipazioni societarie delle imprese concorrenti e tra membri dei consigli di amministrazione e tra manager delle diverse imprese.».

La fittissima rete di potere che si dipana da queste società, infatti, è tale da bloccare completamente il sistema.
«Grazie alle loro relazioni politiche, i concessionari hanno boicottato la revisione dei criteri di affidamento, e dunque l’avvio di una nuova stagione di gare finalmente trasparente: con il duplice scopo di bloccare tutto e rimanere saldamente in sella, e dimostrare che lo Stato non è capace, e che perciò bisogna consegnare i musei, chiavi in mano, ai privati», denuncia acremente lo storico dell’arte Tomaso Montanari, citando l’Autorità Nazionale Anticorruzione. A proposito della pratica nefasta delle proroghe delle concessioni, che assegnano la gestione di questi servizi ben oltre la loro scadenza naturale, l’ANAC scriveva nel 2013: «I sevizi in esame continuano ad essere erogati dai precedenti gestori in regime di proroga; proroghe […] ormai non più sostenibili a livello normativo e, dunque, foriere anche di possibili profili di danno erariale.».

Dunque un sistema chiuso, oligopolistico, costipato, potenzialmente corrotto: all’anima della modernità e del virtuosismo liberal-liberista.

Nell’Eden della gestione museale troviamo, tra le altre, CoopCulture e Mondadori Electa di Marina Berlusconi. Ma l’esempio più chiaro di questo processo di monopolizzazione è l’Associazione Civita, enorme e tentacolare fondazione presieduta dall’obliquo e ubiquo Gianni Letta, alla testa del gruppo dal 2013, anno della morte del precedente presidente, Antonio Maccanico. Un’«organizzazione non profit» -si legge sul sito – «fondata da un gruppo di aziende, enti pubblici di ricerca e università.». Il numero dei soci è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni, fino a registrare centosessanta membri. Spulciando nella lista degli associati si trova di tutto, dalla “A” di Api alla “W” di Wind. Sicché non sorprende nemmeno ritrovare nel Comitato di Presidenza, oltre a Gianni Letta, anche il figlio Giampaolo, vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, e Nicola Maccanico, figlio di Antonio, direttore generale di Warner Bros. Italia, nonché vicepresidente dell’associazione. C’è anche Albino Ruberti, figlio dell’ex ministro socialista Antonio Ruberti, segretario generale di Civita e contemporaneamente presidente e amministratore delegato di Zètema, società pubblica partecipata al 100% da Roma Capitale operante nello stesso medesimo campo.

C’è il senatore di Forza Italia Bernabò Bocca e la collega e compagna di partito Luisa Todini, ex consigliere d’amministrazione Rai in quota Pdl/Lega poi dirottata alle Poste Italiane dal Governo Renzi – come presidente, s’intende.
Segue il settore energetico, che vede schierati Alessandro Gilotti, presidente dell’Unione Petrolifera e AD di Kuwait Petroleum Italia Spa, Maria Patrizia Grieco, presidente di Enel (ma anche amministratrice di Fiat Industria, oggi CNH), Catia Bastioli, presidente di Terna, Catia Tomasetti, presidente di Acea, e Ugo Tarchetti Brachetti, presidente di API.
Troviamo il passato e il presente delle Ferrovie dello Stato: l’attuale presidente, Marcello Messori, e quello precedente, Mauro Moretti, ora direttore generale e AD di Finmeccanica.
Ad aprire il nutrito gruppo dei banchieri, Giuliano Segre, sempiterno presidente della Cassa di Risparmio di Venezia. Poi il presidente di UnipolSai Fabio Cerchiai, il presidente di Assicurazioni Generali Gabriele Galateri di Genola, l’amministratore delegato e direttore generale BNL Fabio Gallia, il presidente della Fondazione Banco di Sicilia Giovanni Antonino Puglisi. L’elenco è ben nutrito e ciascuno di quelli che vi compaiono può vantare una lunga lista d’incarichi paralleli, i più disparati.

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Il braccio operativo della fondazione è la decisamente for profit Civita Cultura s.r.l., guidata da un altro nome pesante, Luigi Abete, assiduo frequentatore di consigli d’amministrazione, di banche e, pare, anche di musei. È Civita Cultura, coi suoi 70 milioni di fatturato annuali per 83 siti in gestione, a guadagnarsi il titolo di primo concessionario italiano. Dagli Uffizi di Firenze alle Gallerie d’Italia di Milano, dalla Reggia di Caserta alla Villa Reale di Monza, conquistata di recente. Tredici poli in Lazio, quattordici in Campania, undici in Veneto, ben trentadue in Toscana. La Firenze del duo Renzi – Nardella è la piccola gallina dalle uova d’oro di Civita. Perché dei tesori di Firenze, attraverso la controllata Opera Laboratori Fiorentini (inglobata nel 2009), Civita si è accaparrata dei bocconcini ghiottissimi: i già citati Uffizi, il Giardino di Boboli, il Bargello, il Museo della Specola, la Villa Medicea di Petraia, solo per citarne alcuni. E sempre attraverso l’OLF ha poi raggiunto Siena: Santa Maria della Scala, Museo dell’Opera del Duomo, Museo Civico e Accademia Chigiana.

Gli appelli accorati degli organi garanti sono rimasti per lungo tempo completamente ignorati. La svolta sembrava essere stata raggiunta a gennaio, quando il ministro Franceschini ha finalmente invocato una rivoluzione nella gestione museale e ha annunciato un’ondata di gare per scrostare gli ingranaggi di questo sistema. L’obiettivo era, e si spera sia ancora, quello di arrivare alla primavera del 2016 con un nuovo arsenale di gestori, imponendo la rottamazione delle attuali 69 concessioni in proroga. Le linee dei bandi dovrebbero essere rese pubbliche a fine estate, mentre proprio in questi giorni si sta procedendo alla nomina dei nuovi direttori dei primi venti musei italiani.

Ma il pregevole sforzo del MiBAC potrebbe rivelarsi fine a sé stesso, se non corredato di un forte ridimensionamento e dalla regolamentazione dei legami pubblico – privato in campo culturale, perché il rischio è quello di non andare minimamente a toccare quello che è il fulcro del problema, col rischio di trovarci di fronte fra cinque anni alla stessa situazione e alle stesse persone, in scenari ancor meno favorevoli al Ministero.

Se il settore culturale italiano non funziona, ripetono destra e sinistra come un inquietante mantra stereofonico, è perché c’è troppo Stato, e lo Stato non può accollarsi tutti gli oneri per il mantenimento di un simile patrimonio, unico al mondo per pregio e dimensioni. Forse. Ma forse la ragione suggerisce che uno Stato che spende solo l’1,1% del proprio PIL per quello che è il suo più grande punto di forza, mentre la media europea è del 2,2%, che deregolamenta e privatizza, che aliena le sue proprietà e abdica alle sue funzioni, che sostituisce alla logica sociale e pubblica la logica del profitto (altrui), che lascia ampio spazio ad abusi e regimi di mercato fuori luogo, rinunciando al suo ruolo di autorità e guida, rinunciando cioè a produrre delle “politiche”, non sia uno Stato pervasivo, ma uno Stato drammaticamente, colpevolmente assente.

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Arianna Bettin
Irrequieta studentessa di filosofia, cerco di fare del punto interrogativo la mia ragion d'essere e la chiave di lettura della realtà.
Nel dubbio, ci scrivo, ci corro e ci rido su.

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