Del: 24 Luglio 2015 Di: Elena Buzzo Commenti: 0

Elena Buzzo
@ele_buzzo

Per oltre 40 anni della sua vita, Vivian Maier ha fatto la tata nelle ricche famiglie di Chicago. Era una donna solitaria e riservata; una brava bambinaia, alle volte severa.
Nasce nel Bronx nel 1926 da genitori franco-austriaci e trascorre i primi anni della sua vita in Francia. Nel 1956 di trasferisce definitivamente a Chicago.
Non restano testimonianze di amicizie o relazioni e non ha mai scritto diari. Negli ultimi anni della sua vita si è ritirata in una piccola casa di periferia dove si è spenta nel 2009, all’età di 83 anni.

Inosservati come la sua vita sono passati inizialmente anche il suo grande talento e la sua passione per la fotografia.

Nei giorni liberi faceva lunghe passeggiate con una Rolleiflex appesa al collo immortalando, con un occhio attento alla condizione sociale e umana della città, ogni momento.
Non aveva particolari ambizioni e non aspirava a una carriera da fotografa, tanto da portare i rullini a sviluppare sotto falso nome, ossessivamente fedele alla sua privacy.

Quello che poteva sembrare un hobby qualunque si è però recentemente rivelato il percorso di una grande artista; infatti nel 2007 John Maloof, giornalista in cerca di documenti sulla città di Chicago, compra a un’asta pubblica per soli 380 dollari un baule contenente più di 100mila negativi risalenti agli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Non si sarebbe mai aspettato che, una volta sviluppati, sarebbero diventati tra gli scatti fondanti di un genere non ancora codificato: quello della street photography.

Inizia così una lunga ricerca per risalire all’autrice, ma il caso vuole che Maloof troverà il nome di Vivian Maier solo due anni dopo, tra gli annunci dei necrologi.

Il repertorio fotografico offertoci dalla collezione Maloof è stato oggetto di molte critiche, forse anche dovute allo sconcertante alone di mistero che circonda l’autrice.

Ci sono tante domande in sospeso su di lei che forse non avranno mai risposta e hanno spesso portato la critica a dubitare persino della sua esistenza. Un po’ come una moderna questione omerica, il caso Maier viene considerato spesso il frutto di un grande collage di foto di più autori. Va detto che il suo stile è molto vicino a quello dei più grandi fotografi a lei contemporanei, o addirittura posteriori, che probabilmente non conosceva nemmeno e, partendo dalla sua esperienza da autodidatta, è difficile considerarla al pari di un Robert Frank o di un Henry Cartier-Bresson. Non si è formata attraverso il confronto artistico, dunque il suo stile non ha avuto evoluzioni, eppure rispecchia in pieno le poetiche fotografiche che, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, creano le basi di questo genere —genere che proprio attraverso l’esempio della Maier si rivela essere il più democratico degli stili, la palestra per ogni fotoamatore.

Per quanto possiamo interrogarci sull’assistenza effettiva di Vivian Maier, le poche testimonianze non aiuterebbero ad uscire da un tunnel di supposizioni e ipotesi.
L’unico elemento che ci resta è un immenso patrimonio di fotografie in un forte bianco e nero, scattate prevalentemente tra New York e Chicago, creando il racconto autobiografico e intimista di una donna e della società in cui vive. I soggetti prediletti sono i bambini con il loro sguardo innocente sulla realtà, e gli umili per i quali la Maier prova una sorta di empatia. Numerosi scatti sono dedicati al mondo dell’alta borghesia, nel quale lavora e al quale si rivolge in chiave quasi ironica.

Si viene a creare così una sorta di diario personale, una riflessione sulla società e sulla condizione umana. Ma non solo: infatti spesso la Maier si dedica all’autoritratto, fotografando se stessa riflessa nelle vetrine dei negozi, o negli specchi. La critica giornalistica l’ha definita per questo la madre del moderno selfie. Di fatto però l’intento che emerge dai suoi autoscatti non è l’autocelebrazione, ma la riflessione e la ricerca d’identità — sarebbe paradossale considerare diversamente una donna riservata ai limiti dell’ossessione e che non ha mai tentato di divulgare le sue fotografie.  Anche nelle foto che immortalano sconosciuti c’è molto del soggetto fotografante che si svela attraverso il soggetto fotografato.

Un elemento interessante della fotografia della Maier è il fatto che a ogni momento venga dedicato un singolo scatto dei dodici contenuti nel rullino, come si vede dai provini a contatto, dove i momenti catturati sono sempre diversi.

Come sottolinea Alessandro Baricco in un articolo uscito nel marzo del 2014 su La Repubblica, ci troviamo davanti a una fotografa “testimone della sacralità perduta con il digitale”. In questo Vivian Maier si pone perfettamente in linea con le teorizzazioni di Catier-Bresson sul “momento decisivo”, quello scatto perfetto rubato alla strada, un breve attimo che diventa eterno.

Attraverso questa sorta di documentario silenzioso, Vivian Maier immortala la sua altrettanto silenziosa esistenza, fatta di solitudine, passioni celate e affetti temporanei. Sia per mestiere che per passione, vive e fotografa le vite degli altri, delle famiglie dove lavora e degli sconosciuti che ritrae. La sua esperienza va considerata come un diario personale, uno sfogo, frasi scritte per necessità e mai rilette come la Maier non ha mai visto gran parte dei suoi scatti.

Ormai questa storia ha fatto il giro del mondo: le sono state dedicate numerose mostre, la BBC ha creato un documentario su di lei e infine nel 2013, proprio John Maloof accanto a Charlie Siskel, ha girato Alla ricerca di Vivian Maier, film candidato all’Oscar quest’anno.

In Italia le sue fotografie verranno esposte per la prima volta a partire da quest’estate, dal 10 luglio al 18 ottobre, al MAN di Nuoro.

Elena Buzzo
Studentessa di Lettere Moderne. Scrivo per non parlare. Mi piace il cinema, la birra, ma non il gelato.

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