Del: 8 Luglio 2015 Di: Stefano Colombo Commenti: 0

Stefano Colombo
@Granzebrew

Mentre l’Unione Europea era sulle bocche di tutti per la linea dura con la Grecia e con le foto di panorami, il 30 Giugno ha anche affossato senza troppo clamore la neutralità della rete nel continente. Quel giorno, l’ufficio stampa della Commissione ha pubblicato le linee guida sulle quali verrà strutturata la futura legislazione comunitaria in materia di net neutrality. Il documento, che chiunque può leggere, nonostante dichiari di avere come scopo la difesa della neutralità della rete, è contraddittorio e beffardo, e rende sempre più concreti i timori di cui già più volte abbiamo parlato.

COS’È LA NEUTRALITÀ DELLA RETE?

Quando i provider trattano tutti i dati in modo equo, non favorendo alcuni rispetto ad altri, la rete è neutrale. In questo sistema, il contenuto di un piccolo blog e quello di un grande sito come Facebook arrivano sul computer dell’utente con la stessa velocità e allo stesso costo. Facebook non ha la possibilità di pagare il fornitore del servizio viaggiare ‘più veloce’, anche se dispone delle risorse economiche per farlo.

Internet ha avuto un’impostazione egualitaria fin dalla sua origine. La neutralità della rete è stata fondamentale per dare le stesse opportunità a tutti i siti, senza discriminazione economica o ideologica, ed è necessario che continui a essere così anche in futuro.
Una rete dominata da giganti garantirebbe la rapida creazione di monopoli, ancora più di quanto non succeda oggi, e soffocherebbe le piccole realtà — come startup e siti senza grandi finanziamenti alle spalle.

Negli ultimi anni le compagnie che forniscono il servizio (i provider) si sono prodotte in un’azione di lobbying sempre più forte per alterare la neutralità della rete, riuscendo a minacciarla negli Stati Uniti ma — almeno in un primo tempo — non in Europa. Negli ultimi mesi però si è assistito ad un ribaltamento completo: gli USA sono riusciti a preservare la neutralità della rete con un atto legislativo importante, mentre l’Unione Europea ha fatto passi sempre più rapidi verso un internet a più velocità.

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IL DOCUMENTO DEL 30 GIUGNO

Le linee guida pubblicate il 30 Giugno accorpano il dibattito sulla Net Neutrality a quello sul roaming — altra questione spinosa della quale non possiamo occuparci qui — facendo sembrare le due cose collegate e impossibili da slegare l’una dall’altra, assunto di cui è lecito dubitare.

Il procedimento per sabotare la net neutrality è ormai noto: si dice di volerla difendere a spada tratta ma subito dopo si elencano una serie di eccezioni, di casi specifici in cui — quasi con le lacrime agli occhi — è necessario trasgredire alle regole cristalline stilate poco prima. In questo caso non si sono nemmeno fatti troppi sforzi per mascherare le reali intenzioni di sabotaggio.

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In prima riga si dice che no, non si sta promuovendo un internet a due corsie. Subito sotto però si dice che sì, se ci sono cose che lo richiedono si potrebbe anche fare. L’esempio di queste cose “che potrebbero emergere in futuro” sono la telemedicina e la guida automatizzata. Sono questi gli esempi di grande innovazione per cui si batte l’Unione Europea? Sarà meglio che il futuro sia roseo: ecco cosa ne pensa della guida automatizzata, oggi, Wikipedia.

Esistono macchine robotiche principalmente come prototipi e sistemi dimostrativi. A partire dal 2014, gli unici veicoli autonomi che sono disponibili in commercio sono navette all’aperto per le zone pedonali che operano a 12,5 miglia all’ora (20.1 km / h).

Le entità che in Europa si sono battute di più contro la neutralità della rete non sono certo le pionieristiche startup di macchine computerizzate, quanto i grandi colossi della telefonia mobile e non. Per fare qualche nome: Vodafone, Deutsche Telekom, Orange. Tutte aziende che, essendo provider di rete, hanno tutto l’interesse a spacchettare la rete in canali a più velocità piuttosto che a insegnare all’ultimo modello di Renault come guidarsi da solo.

Queste aziende sono molto influenti sui vari governi nazionali — ad esempio, il 23,6% di Orange è controllato dal Governo francese e il suo valore in borsa è di 22 milardi di Euro — e fanno pressione perché i loro interessi vengano fatti valere in sede comunitaria. Il luogo dove questi interessi convergono è il Consiglio Europeo, che lascerebbe volentieri prevalere gli interessi delle aziende. Il Consiglio però deve per forza confrontarsi con il Parlamento di Bruxelles, un coriaceo difensore della neutralità della rete. Dal dialogo-scontro tra i due soggetti istituzionali è nato questo documento, con la benedizione della Commissione.

Chi l’ha redatto deve esserne stato molto soddisfatto, visto che si è abbandonato a una retorica autocelebrativa quantomeno fuori luogo:

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La risposta non è convincente — forse perché non è convincente la domanda:

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Quali sono i “requisiti tecnici” che giustificano una maggiore velocità di un pacchetto dati rispetto ad un altro? Chi stabilisce quali pacchetti hanno bisogno di una spintarella e quali invece non ne hanno diritto, e in base a quale criterio?

Mistero: secondo l’Unione Europea tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Ciò che ha più messo in allarme gli addetti ai lavori e alla difesa della neutralità della rete (come Joe McNamee, dell’EDRI), però, è l’apertura allo zero rating.

Alcuni provider sottraggono la quantità di traffico per alcuni siti e applicazioni “pesanti” dal limite di traffico accordato al cliente. Questo è lo zero rating. Un esempio: l’applicazione di Spotify consuma molti dati facendo streaming musicale. Se il provider accorda alla società il regime di zero rating per il suo servizio il cliente può ascoltare canzoni senza preoccuparsi di raggiungere il limite fissato dal proprio contratto, perché escluso dal conteggio del consumo di traffico. Può sembrare intrigante, ma in questo modo la neutralità della rete viene compromessa.

Lo zero rating non può che strozzare il mercato e a lungo andare è nocivo anche per i consumatori, che si troverebbero in una situazione dove pochi conglomerati si dividono l’intero mercato. L’UE però ha deciso di inserirlo nel documento guida e dunque c’è la seria possibilità che diventi una pratica comune nel Continente. Va detto che anche la Commissione ne riconosce i rischi e afferma che “le autorità di vigilanza” dovranno stare bene in guardia da eventuali irregolarità e soffocamenti del mercato.

Ma di più non è dato sapere.

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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