Giunti alla Peak Tv, possiamo solo scendere

Francesca Motta
@effemotta

Ormai è ufficiale: Netflix, il servizio di video on demand più importante del globo, sbarcherà in Italia nella seconda metà di ottobre. Ad annunciarlo sono Darren Nielson e Neil Hunt, rispettivamente Director of Content Aquisition e Chief Product Officer della società statunitense, che si dicono anche pronti a produrre serie tv italiane per esportarle oltreoceano.

L’incessante espansione di Netflix – che, dopo aver conquistato America Latina e gran parte d’Europa, quest’anno approderà anche in Giappone, Nuova Zelanda e Australia – ha spaventato non poco l’industria televisiva. Gli abbonati al servizio, in continuo aumento, sono attualmente più di 65 milioni, e la società americana vanta la produzione di serie televisive di estremo successo, quali House of Cards e Orange is the New Black.

Ma il modello televisivo attuale – quello che, incentrato sul format della serie, ha portato Netflix al successo – è destinato a sopravvivere a lungo?

Secondo quanto spiega John Landgraf, presidente del network FX, assolutamente no.

Secondo Landgraf ci troveremmo davanti a una sovrapproduzione di serie tv, destinata a diminuire a breve. I dati forniti da FX parlano chiaro: dai 211 serials presenti nel palinsesto delle TV americane nel 2009, si è arrivati ai 371 del 2014, con ben 160 nuove produzioni. Ad oggi, prima dell’effettivo inizio della “Fall TV Season”, le serie in onda sono 267, e ci si aspetta di battere il record delle 400 produzioni prima della fine dell’anno.

Landgraf sostiene che questo aumento vertiginoso nella produzione sia insostenibile e ne prevede una leggera diminuzione nei prossimi anni, che porterà il numero delle serie in onda a oscillare tra 250 e 300.

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La “TV Golden Age” non ha soltanto prodotto un gran numero di serie, ma ha portato sul piccolo schermo prodotti di altissima qualità estetica e dalle trame sempre più complesse e originali.
Proprio il valore intrinseco del prodotto-serie sarà, secondo Landgraf, una delle cause del declino del modello televisivo attuale.

Il problema fondamentale è che, da quando i produttori hanno “alzato l’asticella”e il fenomeno delle serie tv di qualità è andato generalizzandosi, si è creata una vera e propria crisi della critica televisiva, che non ha più parametri per valutare i prodotti mediatici. Allo stesso tempo, senza la formazione di quella che potremmo definire una “opinione qualificata”, anche il pubblico si trova spiazzato e confuso davanti a una così vasta scelta considerata ugualmente valida.

Insomma, questo periodo di sovrapproduzione televisiva – denominato da Landgraf “peak tv”, la vetta più alta a cui l’attuale modello potesse arrivare, quel punto da cui si può soltanto scendere – farebbe presupporre un cambio di rotta nella storia della televisione.
In ogni caso, qualunque sia la sorte delle serie televisive, molti – tra cui Landgraf – si trovano d’accordo nel teorizzare un futuro in cui il “modello Netflix” non solo sopravvive, ma prende il sopravvento sugli odierni network.

Ma questo futuro è ancora lontano, arriverà, forse, dopo una lunga fase intermedia di sperimentazione e di innovazioni o, chissà, di ritorno ai vecchi modelli.
Non ci resta che accendere la tv – o, a breve, connettersi a Netflix – e stare a guardare.

Francesca Motta
Studio Lettere, scrivo (meglio se di inutilità), non ho idea di cosa sia il dono della sintesi, a volte fotografo, spesso inciampo, ascolto molto volentieri.

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