Il debito morale tedesco si misura in Messico

 Arianna Bettin
@AriBettin

È passato in sordina, coperto dal clamore dello scandalo Volkswagen. Un reportage lungo una sessantina di minuti, trasmesso in tarda serata dall’emittente tedesca ARD, che parla di una grande industria tedesca e dei suoi affari torbidi oltreoceano. Non è la Volkswagen, è la Heckler & Koch, gigante dell’industria bellica mondiale con sede a Oberndorf am Neckar, nel Baden-Wurttemberg — malgrado l’aspetto pacifico e provinciale, una delle capitali del settore.
A Oberndorf, infatti, le aziende si contano sulle dita di una mano, ma la maggior parte di esse produce armi e sistemi di difesa. C’è la Rehinmetall, c’è la Mauser, c’è la Feinwerkbau Westinger & Altenburger, e c’è la Heckler & Koch.

Nasce in questi stabilimenti il G36, fucile d’assalto protagonista del documentario di Daniel Harrich, adottato dalle forze di polizia di moltissimi Paesi, in tutto il mondo.
Tra questi, il Messico.

A Iguala, nello Stato messicano di Guerrero, la notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014 sparivano nel nulla quarantatré ragazzi della Scuola Rurale di Ayotzinapa. Quarantatré dei cinquemila desaparecidos registrati nel solo 2014 negli Stati Uniti Messicani.  Altri sette rimanevano a terra, crivellati dai colpi della polizia.

Le ennesime vittime di un regime di terrore. In Messico la popolazione, specialmente quella degli Stati di Guerrero, Jalisco, Chiapas e Chihuahua, più della Mafia teme le forze corrotte nazionali, spesso direttamente pilotate dai clan, capaci di terrificanti rappresaglie ai danni della cittadinanza inerme. Dal 2007 sono spariti oltre 25.000 cittadini. I giornalisti messicani vivono nel terrore costante d’essere arrestati e torturati. Le armi da fuoco in circolazione, regolari e irregolari, sono talmente tante da rendere l’intera regione ingovernabile.

Delle duecento armi da fuoco sequestrate alla polizia locale dopo l’attacco, trentotto arrivano dagli stabilimenti di Oberndorf am Neckar. Anche la polizia messicana ha in dotazione il fucile della HK, ma non nel Guerrero, almeno sulla carta. Il Ministero degli Affari Esteri tedesco ha infatti posto il veto sull’esportazione d’armi nelle zone critiche del Messico, gli Stati di Guerrero, Jalisco, Chiapas e Chihuahua, appunto, dove da anni si denunciano gravissime violazioni dei diritti umani.

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La questione è semplice: i fucili svevi non sarebbero mai dovuti entrare in quelle caserme. Eppure con quegli stessi fucili quella notte si è sparato e si è ucciso. Per questo motivo familiari e amici delle vittime additano come complici del massacro il Governo tedesco e la HK.
Come sono arrivati fin lì? Harrich e il suo team svelano il filo rosso che unisce Berlino e i fatti di Iguala.

Nel 2005 la Heckler & Koch si rivolge al Ministero dell’Economia tedesco per ottenere l’autorizzazione all’esportazione del G36 in Messico, in forza di un accordo con Città del Messico. Da tre anni la SEDENA, la Secretarìa de la Defensa Nacional, si sta impegnando in un’enorme operazione rinnovamento degli armamenti, e la HK – sua collaboratrice di vecchia data – non vuole mancare all’appuntamento.

La regolamentazione delle esportazioni d’armi è stringente in Germania. Per ottenere il nulla osta definitivo le aziende esportatrici devono sottoporre il contratto al vaglio di ben tre ministeri federali: quello dell’Economia, quello della Difesa e quello degli Esteri. Questi verificano che il contratto rispetti i principi costituenti e le leggi della Repubblica. Nel momento in cui anche solo uno di essi si dice contrario, la decisione viene rimessa al Consiglio Federale per la Sicurezza, appendice diretta del Governo.

Il documento emesso dai tre ministeri terminate le procedure d’esame, l’End-user Certificate (EUC), è di fondamentale importanza: in esso si stabilisce che il cliente è anche l’utilizzatore finale delle merci, le quali non possono essere vendute o cedute a terzi. Questo documento è ciò che dovrebbe impedire la distribuzione delle armi in zone soggette a embargo, a gruppi armati criminali, irregolari o terroristici, e, in ultimo, agli Stati in cui non vengono tutelati i diritti umani.

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Anche il Ministero della Difesa si dice favorevole al rilascio dell’autorizzazione, ma l’operazione viene bloccata dal Ministero degli Esteri, per «scrupoli di natura politica internazionale» dovuti alla «sistematica violazione dei diritti umani perpetrata dalle forze di polizia messicane […], registrate tanto al livello locale quanto nazionale». Nel documento diffuso dal Ministero si fa esplicita menzione degli Stati di Chiapas, Jalisco e Chihuahua, tre dei dieci Stati a cui i fucili HK sarebbero stati destinati, necessariamente esclusi dal contratto per via delle certificate violenze della polizia ai danni dei cittadini.
Tra i dieci Stati, il Guerrero nemmeno compare.

Quest’obiezione di norma dovrebbe essere sufficiente ad arrestare l’esportazione: la legislazione tedesca vieta esplicitamente il commercio d’armi nelle zone segnalate dall’Auswärtiges Amt come critiche. E di fatti la trattativa s’impantana, l’affare rischia di sfumare. Ma dopo un paio di settimane il Ministero torna sui suoi passi e si corregge: è disponibile ad accantonare tutte le riserve nell’eventualità di un accordo “Neu für Alt”, “Nuovo per vecchio”.
Derubricando la violazione dei diritti umani a questione locale (e non nazionale), il Ministero acconsente all’esportazione dei dispositivi HK in determinati Stati messicani – Chiapas, Jalisco, Chihuahua e Guerrero vengono esclusi dall’EUC – a patto che il Governo nazionale distrugga i suoi vecchi armamenti per sostituirli con i G36. Migliaia di fucili devono – o meglio, dovrebbero – essere rottamati in cambio di 10.000 fucili Made in Germany, spediti in tranche da 2.200 unità.

Ma i conti non tornano: il Report Mainz dimostra come dalle carte tra il 2006 e il 2009 sarebbero finiti nelle fonderie circa settecento fucili, appena settecento, tra cui alcuni vecchi kalashnikov, degli AK-47, mai appartenuti alla polizia messicana. E di quei settecento, non c’è nulla che attesti che siano stati tutti effettivamente distrutti.

Con una seconda ratifica del contratto, a metà del 2006, fra gli Stati destinatari ricompaiono Jalisco, Chiapas e Chihuahua. Il Guerrero, ancora una volta, non viene menzionato.

Al Ministero degli Esteri l’anomalia non sfugge e il 6 settembre 2006 invia alla Heckler & Koch una richiesta di chiarimento. L’industria sveva si giustifica: si tratterebbe di un errore degli uffici messicani, nessun G36 ha mai raggiunto le zone escluse dall’EUC. Il governo tedesco apre comunque un’indagine interna e incarica gli agenti dell’ambasciata di verificare che non vi siano armi tedesche negli Stati interdetti. Come? A occhio: basta che non se ne vedano. E di G36, riportano, effettivamente in giro non se ne vedono.
Ma una lista del Ministero della Difesa messicano registra come già tra il 2006 e il 2009 nel Chiapas ne fossero arrivati ufficialmente almeno 560.
Come se non bastasse, nella stessa lista compaiono anche tutti gli altri suddetti Stati: 198 fucili al Jalisco, 2113 al Chihuahua. E 1924 al Guerrero.

Armi tedesche protagoniste della guerra che quotidianamente si scatena per le strade messicane, impiegate illegalmente dalla polizia e verosimilmente anche dai narcos contro i civili disarmati.
Tutto questo sotto lo sguardo di Berlino, che pure avrebbe dovuto impedire un tale esito.

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I giornalisti della ARD non hanno dubbi riguardo al coinvolgimento del Bundesregierung. Il Governo tedesco era a conoscenza di questi numeri almeno dal 2008, anno in cui il Bundesausfuhramt (BAFA), l’ufficio federale per le esportazioni, segnalava per la prima volta le sospette irregolarità nei traffici della HK. I documenti dell’accordo presentano gravi carenze, non vengono esplicitate le unità di polizia a cui i fucili sono destinati. Le lacune sono tali da costringere il BAFA a chiedere l’intervento del Ministero dell’Economia, che però ignora la richiesta.

Di più. Nonostante le palesi irregolarità, il Ministero degli Esteri riconferma a cadenza regolare l’autorizzazione, fino al 13 aprile 2010, cassando, fra le altre cose, la dicitura  “Neu für Alt”, unica condizione che limita l’esportazione.

La HK nega da parte sua di aver intrattenuto scambi con lo Stato messicano dal 2010 in poi. E nega, come d’altronde lo stesso Ministero dell’Economia, qualsiasi responsabilità rispetto alla distribuzione delle armi.

Ma già nel 2009 un informatore interno alla ditta sveva si era messo in contatto con il giornalista e attivista Jürgen Grässlin, per denunciare come essa in realtà fosse ben consapevole della destinazione finale dei suoi fucili, in costante violazione dell’EUC e degli accordi col Governo di Berlino.

Dalle rivelazioni dell’informatore è scaturita un’indagine a oggi ancora non ultimata, in cui è coinvolto anche il Ministero dell’Economia. In particolare, sarebbero stati l’allora segretario di Stato Ernst Burgbacher (Partito Liberale Democratico) e il Presidente del gruppo parlamentare della CSU/CDU Volker Kauder, nel cui collegio elettorale rientra Oberndorf am Neckar, ad aver giocato un ruolo determinante nelle trattative tra HK e Governo, ricevendo per anni favori e regalìe dall’azienda.

Il caso messicano, forse più crudelmente dello scandalo Volkswagen, rivela tutta la fragilità dell’apparato statale tedesco di fronte alle frizioni e agli interessi dei colossi industriali del Paese, una struttura che stenta a contenere le politiche senza scrupoli delle grandi aziende.

Ma se la manomissione di un motore, in fondo, non si paga che in termini d’immagine, il “debito morale” tedesco, in questo caso, come in tutti quelli contratti al grande tavolo del mercato delle armi, si misura in vite umane.

 

 

FONTI:

http://www.ardmediathek.de/tv/T%25C3%25B6dliche-Exporte-Wie-das-G36-nach-Mexi/T%25C3%25B6dliche-Exporte-Wie-das-G36-nach-Mexi/SWR-Fernsehen/Video?documentId=30737240&bcastId=30737212
http://www.sozialismus.de/kommentare_analysen/detail/artikel/meister-des-todes-toedliche-exporte/
http://www.swr.de/-/id=16156214/property=download/nid=233454/1jy7f62/pm.pdf
http://story.br.de/waffen-fuer-mexiko/#/chapter/1/page/1
http://www.swr.de/toedliche-exporte/-/id=15873068/t0kkoa/index.html
http://www.tagesschau.de/inland/g36-ausfuhr-nach-mexiko-101.html

 

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