Del: 21 Settembre 2015 Di: Redazione Commenti: 1

Carlotta Fiammenghi
@Carlotta_Fmm

La nuova frontiera del colonialismo? Il “pragmatismo”: tu mi dai la miniera, e io ti costruisco una strada; risorse naturali e materie prime in cambio di infrastrutture; spazio, come risposta al problema della sovrappopolazione, posti di lavoro come risposta alla fame e alla povertà. È ciò che sta succedendo in Cinafrica, ovvero l’Africa dei cinesi.

Sarebbero 750 mila i cinesi trasferitisi nel continente africano negli ultimi dieci anni, e 200 miliardi di dollari sarebbe il valore delle importazioni cinesi dall’Africa nel 2014 –  93 miliardi nella direzione contraria. Il fotografo Paolo Woods ha voluto documentare questa realtà, finora mal raccontata al di là degli indicatori economici, facile preda dei pregiudizi di cui l’Europa abbonda (verso gli africani così come verso i cinesi).«La presenza di cinesi nel continente africano è un argomento di cui si sa poco, eppure è un fenomeno di portata enorme», per dirla con le sue parole.

cinafrica

Il fotoreporter ha realizzato molti scatti [tra cui quelli riportati in questo articolo, ndr], ma ha anche dichiarato che avere accesso al mondo dei cinesi d’Africa è stata finora la cosa più difficile che gli sia capitato di fare, perché «Né cinesi né africani erano disposti a collaborare. Dovunque trovavo porte chiuse, c’è voluto più di un anno per ottenere la fiducia». E ha spiegato:

«I cinesi non si comportano come gli ex colonialisti. Costruiscono strade, dighe e ospedali in cambio di materie prime, e conquistano il popolo. Non parlano di democrazia e di trasparenza, e conquistano i governanti».

Ad esempio, l’impianto idroelettrico alimentato dal bacino della diga di Imboulou (nel Congo), che genera una potenza di 120 megawatt,  è stato finanziato dalla Cina e costruito da operai cinesi e africani; così come il ristorante Golden Gate a Lagos, in Nigeria, voluto dall’imprenditore di Shanghai Mr. Wood, che contiene 1500 posti a sedere.

L’Africa ci mette i grandi spazi, la cura per il problema della sovrappopolazione e il sovraffollamento cinese —sembra infatti che Pechino punti a trasferire 300 milioni di cinesi in Africa nei prossimi anni. La Cina offre in cambio posti di lavoro e infrastrutture. Il risultato sono indicatori di crescita positivi: miglioramento del PIL di molti Stati africani e stime della Banca mondiale che prevedono la creazione di 85 milioni di nuovi posti di lavoro in Africa entro pochi anni.

L’emergente middle class africana e l’emergente middle class cinese dovranno quindi presto fare i conti con una nuova generazione dai diversi stili di vita e abitudini, nati da una singolare ma produttiva mescolanza? Forse. Le relazioni miste sono infatti ancora fortemente scoraggiate dagli investitori asiatici; e le megalopoli costruite dai cinesi, soprattutto in Angola, sono ancora disabitate perché gli africani non possono permettersi di comprare appartamenti e negozi ai prezzi imposti dalla bolla speculativa. I veri destinatari di quei milioni di posti sarebbero dunque i più solvibili nuovi coloni cinesi.

cinafrica 2

È inoltre molto difficile valutare l’aspetto “etico” di questa nuova colonizzazione, di questo ultimo nuovo mondo: mancano dati concreti su come vengano trattati i nuovi lavoratori, ma non mancano le ribellioni violente nelle miniere a gestione cinese nello Zambia; corrono denunce di violenze e soprusi nello Zimbabwe, mentre sembra che i rapporti fra i cinesi e i dittatori africani più feroci siano ottimi; e infine, sono dati di fatto i fallimenti di tante piccole imprese locali incapaci di reggere alla massiccia concorrenza.

Cosa significa e cosa sarà la Cinafrica, dunque, è ancora da vedere. Ma offre già spunti di riflessione, soprattutto in una Europa in cui la parola “Africa” è passata dall’associazione con la parola “colonia” a quella con la parola “migranti”, quasi senza passaggi intermedi. E se giustamente ci chiediamo quali reali benefici potrà portare alle popolazioni locali questo matrimonio d’interesse fra il continente nero e la superpotenza asiatica, chiediamoci anche quali benefici ha portato o potrebbe ancora portare alle popolazioni locali l’intervento dell’Occidente.

***

Paolo Woods, 38 anni, nato e cresciuto a Firenze e oggi residente a Parigi, è un fotoreporter che ha lavorato in zone di guerra come Afghanistan e Iraq – dove è stato anche vittima di un rapimento. Vincitore del premio Amilcare Ponchielli 2008, World Press Photo Award nel 2004 per un reportage di denuncia in Iraq, ha pubblicato nel 2009 il libro “Cinafrica” (Il Saggiatore), scritto con i giornalisti Serge Michel e Michel Beuret.

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta