Kunduz – Non chiamatelo danno collaterale

A Kunduz – Nord-Est dell’Afghanistan, 350 km da Kabul – nella notte tra venerdì e sabato sono morti più operatori di Medici Senza Frontiere che talebani. Sotto le bombe della NATO, che per più di un’ora – tra le due e le tre del mattino, a intervalli di quindici minuti – si sono abbattute nell’area dov’è situata la struttura, sono morte 19 persone: 12 membri dello staff e 7 pazienti del reparto di terapia intensiva, di cui 3 erano bambini. “Si è trattato di attacchi mirati”, raccontano alcuni sopravvissuti. La struttura principale della clinica – dove appunto si trovava il reparto, insieme a quello di fisioterapia e al primo soccorso – è stata ripetutamente colpita “con estrema precisione”.

Nel corso della giornata di ieri è giunta la prima dichiarazione del presidente di MSF, Meinie Nicolai:

Questo attacco è ripugnante, oltre a essere una grave violazione del diritto internazionale umanitario. Chiediamo totale trasparenza dalle forze della coalizione. Non possiamo accettare che questa perdita orribile di vite umane venga semplicemente liquidata come danno collaterale.

E, naturalmente, la replica del Segretario della Difesa americano Ashton Carter: «È in corso un’indagine completa riguardo il tragico incidente, in coordinamento con il governo afghano. In questo momento difficile, continueremo a lavorare con i nostri partner afghani per cercare di porre fine alla violenza in corso a Kunduz e nell’area circostante».

La NATO ha confermato che i bersagli dei raid erano senza dubbio alcuni gruppi talebani la cui presenza era già stata accertata nella zona: “Stiamo indagando sull’eventuale nostra responsabilità nell’attacco aereo”. Medici Senza Frontiere, d’altra parte, conferma ufficialmente che le coordinate della clinica erano state comunicate da tempo, e più volte – l’ultima, il 29 settembre scorso –  alle autorità USA e al governo afghano: “Tutte le parti coinvolte nel conflitto, sia a Kabul che a Washington, esano state chiaramente informate delle precise coordinate GPS della nostra struttura a Kunduz”.

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MSF ha infatti inviato una e-mail agli ufficiali USA , alla Nato, a tutte le forze militari degli Stati Uniti in Afghanistan per informare delle loro coordinate GPS all’inizio della scorsa settimana, quando sono scoppiati i combattimenti e l’ospedale si è velocemente riempito di pazienti in gravissime condizioni. I bombardamenti non si sono fermati anche dopo che MSF aveva avuto il primo contattato con le autorità sia a Kabul che a Washington, per informarle che il loro ospedale era stato colpito.

Il bilancio delle vittime sale e si aggrava di ora in ora. AFP ha raccolto la testimonianza di uno dei medici sopravvissuti:

Ero all’interno dell’ospedale, dovevo lavorare fino a notte fonda con altri medici per il trattamento di pazienti con ferite di guerra – sono in continuo aumento negli ultimi giorni, a causa degli scontri intensi. Improvvisamente ho sentito quelle terribili esplosioni abbattersi su di noi. Il cielo stava cadendo. Non posso credere che tutti quei medici, quei colleghi leali e fedeli che hanno lavorato giorno e notte per salvare la vita delle persone, siano morti in questo modo. Le bombe hanno colpito, abbiamo sentito l’aereo volare in cerchio sopra le nostre teste. C’è stata una pausa , e poi altre bombe, altre bombe. Tutto distrutto. Le vite, distrutte. Questo è successo ancora, e ancora, e ancora.

Come mostrano le prime immagini diffuse, subito l’edificio principale dell’ospedale è stato avvolto dalle fiamme. Le persone che potevano essere trasferite rapidamente vengono messe al sicuro nel bunker. Ma tutti quei pazienti che non erano in grado di muoversi e scappare hanno trovato la morte bruciati vivi, mentre giacevano nei loro letti. Oltre alle vittime, 37 persone sono rimaste ferite: 19 sono membri dello staff – di cui 5 in condizioni critiche – 18 sono pazienti e altri membri del personale, tra cui alcuni custodi che lavoravano nella struttura.

L’ospedale di Kunduz era l’unico cittadino, ma anche l’unico nella regione dove era possibile curare le ferite più gravi dovute agli scontri a fuoco che imperversano nell’area dove è ancora forte e radicata la presenza talebana. Era stato aperto 4 anni fa, nel 2011: un pronto soccorso, due sale operatorie, un reparto per la terapia intensiva e la risonanza magnetica, le strutture per le analisi di laboratorio. Ciò che resta della clinica è possibile vederlo dalle immagini diffuse da MSF e dai suoi operatori nelle ore immediatamente successive l’attacco e da alcuni video diffusi in rete:

Anche Amnesty International si schiera nettamente dalla parte di MSF. Horia Mosadiq, ricercatore Amnesty afghano, dichiara: «Questo bombardamento all’ospedale di MSF a Kunduz segna una giornata nera per l’umanitarismo. È  nauseante pensare che i medici e il personale abbiano dovuto pagare con la propria vita il tentativo di salvare gli altri. Gli ospedali sono luoghi di santità sotto la legge che disciplina i conflitti internazionali. Le nostre più sentite condoglianze vanno al personale di MSF che ha coraggiosamente e generosamente continuato il proprio lavoro nonostante intensi combattimenti abbiano imperversato a Kunduz durante tutta la scorsa settimana. Ci deve essere un’inchiesta completa, indipendente e trasparente su come e perché quello che è un attentato abbia avuto luogo. E anche l’esercito americano non dovrebbe giungere ad affrettate conclusioni senza prima andare davvero a fondo riguardo come e perché ciò sia avvenuto».

Secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad al-Hussein l’attacco potrebbe costituire crimine di guerra: “Questo evento profondamente scioccante deve essere prontamente, accuratamente indagato in modo indipendente, e il risultato dovrebbe essere reso pubblico. La gravità dell’incidente è sottolineata dal fatto che, come deliberato di recente, un attacco aereo su un ospedale può costituire un crimine di guerra”.

La riconquista da parte delle forze governative afghane della città di Kunduz – presa dai talebani  lo scorso lunedì 28 settembre –  non può bastare a cancellare o scalfire l’impatto propagandistico che ha avuto inizialmente la vittoria talebana. Punto nevralgico del Nord del Paese, Kunduz è stata anche l’ultima città persa dai talebani nel 2001, ed è il primo centro importante riconquistato da allora, quasi 15 anni dopo, anche se per poco. L’offensiva segna un importante cambiamento di strategia e di fiducia del gruppo nella propria forza strategica e militare dopo anni trascorsi prevalentemente nelle zone rurali, dove saccheggiava e devastava i campi delle truppe governative e americane.

Di certo l’accaduto – oltre a consolidare l’autorità del nuovo capo recentemente nominato, Mullah Akhtar Mansoor – contribuirà a rendere la prospettiva dei negoziati di pace ancora più lontana e difficile, oltre a intaccare ulteriormente il morale tanto delle truppe Nato quanto di quelle governative locali, con il rigido inverno afghano alle porte.

Tutto lascia dunque pensare che gli scontri continueranno, si intensificheranno, si aggraveranno. Di qui l’estrema importanza di quel centro, l’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, oggi distrutto e dilaniato anche dalla perdita di molti membri dello staff.

Quello sferrato contro l’ospedale di Kunduz non è solo un attacco indiscriminato a chi porta aiuti umanitari nelle zone di conflitto, mettendo a rischio in primo luogo la propria stessa vita. È un attacco diretto a tutta la popolazione civile che da oggi non potrà ricevere la stessa assistenza, in luoghi dove la mancanza di un singolo operatore può fare la differenza tra vivere o morire. L’ennesimo danno collaterale di un’altra guerra sporca.

Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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